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Incertezza. Oggi si vota per le elezioni amministrative e
politiche nello Yemen, dove l’attuale presidente Ali Abdullah Saleh, in carica
da 28 anni, si trova per la prima volta a confrontarsi con un avversario vero.
Nelle scorse elezioni aveva vinto con il 96,4 delle preferenze. Un anno fa
Saleh annunciava che non avrebbe partecipato alla consultazione ma, alla fine,
ha deciso di concorrere per un altro mandato settennale. I suoi manifesti
tappezzano le città di slogan come “Non c’è alternativa “ o “Il popolo ricambia
la lealtà”. La linea del presidente punta su modernizzazione, sicurezza e
apertura graduale all’occidente, mentre le opposizioni criticano la lentezza
del processo democratico e la corruzione dilagante nelle istituzioni. Il
principale concorrente di Saleh è Faisal Bin Shamlan, della coalizione dei
partiti di opposizione (Joint Meeting Parties ) il cui slogan è un velato
attacco al presidente “Un presidente per lo Yemen, non uno Yemen per il
presidente”. Secondo diversi osservatori yemeniti, il progetto di Saleh di democratizzare
il paese è naufragato, ma nonostante ciò i partiti di opposizione sono
riluttanti a contestare il suo potere, così, diverse formazioni, tra cui Islah,
il partito islamico, non hanno presentato un proprio candidato e si sono
limitate a sostenere tiepidamente Bin Shamlan.
Adesioni e intimidazioni. Il General People’s Congress (Gpc
) il partito di Saleh, al momento guida i sondaggi con un certo vantaggio su
Bin Shamlan. Un vantaggio che è in aumento, anche grazie al ritiro, annunciato
venerdì, di alcuni esponenti dell’opposizione in esilio, rientrati nel paese
per sostenere Saleh. Si tratta dello sceicco Abdullah al Ahmar, presidente del
partito islamico Islah, e di Abdul Rahman al Jafri e Muhsen bin Fareed del
partito dei Figli dello Yemen, Ray. Questi cambi di campo hanno
provocato accese polemiche tra gli avversari politici del Gpc, che accusano il
partito al governo di non essersi limitato alla campagna elettorale e di aver
tentato di portare dalla propria parte alcuni avversarti politici e i loro
sostenitori. Anche Faisal bin Shamlan, durante un comizio, ha accusato le autorità
di sostenere il presidente ostacolando i sostenitori dell’opposizione, cui
viene impedito di partecipare alle manifestazioni pubbliche. Nel timore che il
governo possa forzare l’esito della consultazione, da più parti si sono già
levate denunce di intimidazione degli elettori e di manifesti dell’opposizione
strappati da poliziotti. Anche i media, specialmente la televisione, si sono
spesi per spingere a votare più gente possibile perché –si ipotizza
nell’entourage di Saleh – una bassa affluenza favorirebbe Shamlan. Quasi la
metà della popolazione yemenita è analfabeta, per cui il ruolo della
televisione in questa campagna elettorale è stato soprattutto quello di
ricordare al pubblico l’importanza dell’evento e le regole della consultazione:
prima tra tutte l’obbligo di non portare armi ai seggi. Non una cosa da poco in
un paese dove le armi sono una tradizione, dal kalashnikov al pugnale. Per evitare
di compromettere le elezioni con
brogli o violenze, la Commissione Elettorale nazionale ha richiesto alla Commissione
Europea l’invio di osservatori elettorali.
Sicurezza. Saleh, per farsi rieleggere, ha scelto di
puntare sulla necessità di contenere il radicalismo islamico nel Paese,
sbandierando i vantaggi derivanti dall’alleanza con gli Stati Uniti, stretta all’indomani
dell’attacco alle torri gemelle. Oltre al rischio terrorismo, un
altro problema per la sicurezza del paese è il ripetersi dei rapimenti di
turisti, un fenomeno che minaccia il turismo nazionale e un sintomo del malessere
delle tribù che abitano le zone rurali del Paese. Nei giorni scorsi, al termine
della campagna elettorale, il governo ha annunciato di aver raggiunto un
accordo di cooperazione con gli Usa, che doneranno 1,76 milioni di dollari per
combattere la corruzione e promuovere la trasparenza di governo. A condizione
che il presidente sia ancora Saleh, si intende.
Un sondaggio. Secondo un sondaggio realizzato all’inizio di settembre, il 49% degli
yemeniti ha intenzione di votare per il presidente Saleh, mentre il 30% per il
principale oppositore, Bin Shamlan. Un vantaggio non del tutto rassicurante per
il Gpc, considerando che il 14 percento degli intervistati ha dichiarato di non
avere ancora deciso per chi votare. Quella che pare scontata è la
partecipazione popolare al voto: stando al sondaggio, l’86 percento degli
yemeniti ha annunciato che si recherà alle urne. Nello Yemen il fenomeno della
corruzione è diffuso e tangibile, al punto che nel sondaggio è stato chiesto ai
cittadini se avrebbero accettato dei soldi per votare un certo candidato o
meno. Il 79 percento ha risposto che non accetterà bustarelle, mentre il 14
percento ha dichiarato che accetterebbe i soldi, ma poi voterebbe di testa
propria. Altri due dati permettono di capire meglio le aspettative della
popolazione rispetto alla consultazione: il 53 percento degli intervistati si
aspetta che le elezioni saranno inquinate da brogli o violenza, il 66 percento
ha dichiarato di non aspettarsi alcun miglioramento per il futuro del paese. Naoki Tomasini