20/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Si vota in Yemen, dove il presidente Saleh, in carica da 28 anni, cerca un altro settennato
“Con chi bisogna prendersela per la corruzione? Chi si intasca le ricchezze del Paese?” dicono i versi di una canzone del famoso cantante yemenita Mohammed al Adhrai, che nelle ultime settimane, sfruttando l’entusiasmo della gente per la campagna elettorale, ha venduto oltre 50 mila copie.
 
Foto di Marcello GambiniIncertezza. Oggi si vota per le elezioni amministrative e politiche nello Yemen, dove l’attuale presidente Ali Abdullah Saleh, in carica da 28 anni, si trova per la prima volta a confrontarsi con un avversario vero. Nelle scorse elezioni aveva vinto con il 96,4 delle preferenze. Un anno fa Saleh annunciava che non avrebbe partecipato alla consultazione ma, alla fine, ha deciso di concorrere per un altro mandato settennale. I suoi manifesti tappezzano le città di slogan come “Non c’è alternativa “ o “Il popolo ricambia la lealtà”. La linea del presidente punta su modernizzazione, sicurezza e apertura graduale all’occidente, mentre le opposizioni criticano la lentezza del processo democratico e la corruzione dilagante nelle istituzioni. Il principale concorrente di Saleh è Faisal Bin Shamlan, della coalizione dei partiti di opposizione (Joint Meeting Parties ) il cui slogan è un velato attacco al presidente “Un presidente per lo Yemen, non uno Yemen per il presidente”. Secondo diversi osservatori yemeniti, il progetto di Saleh di democratizzare il paese è naufragato, ma nonostante ciò i partiti di opposizione sono riluttanti a contestare il suo potere, così, diverse formazioni, tra cui Islah, il partito islamico, non hanno presentato un proprio candidato e si sono limitate a sostenere tiepidamente Bin Shamlan.
 
Foto di Marcello GambiniAdesioni e intimidazioni. Il General People’s Congress (Gpc ) il partito di Saleh, al momento guida i sondaggi con un certo vantaggio su Bin Shamlan. Un vantaggio che è in aumento, anche grazie al ritiro, annunciato venerdì, di alcuni esponenti dell’opposizione in esilio, rientrati nel paese per sostenere Saleh. Si tratta dello sceicco Abdullah al Ahmar, presidente del partito islamico Islah, e di Abdul Rahman al Jafri e Muhsen bin Fareed del partito dei Figli dello Yemen, Ray. Questi cambi di campo hanno provocato accese polemiche tra gli avversari politici del Gpc, che accusano il partito al governo di non essersi limitato alla campagna elettorale e di aver tentato di portare dalla propria parte alcuni avversarti politici e i loro sostenitori. Anche Faisal bin Shamlan, durante un comizio, ha accusato le autorità di sostenere il presidente ostacolando i sostenitori dell’opposizione, cui viene impedito di partecipare alle manifestazioni pubbliche. Nel timore che il governo possa forzare l’esito della consultazione, da più parti si sono già levate denunce di intimidazione degli elettori e di manifesti dell’opposizione strappati da poliziotti. Anche i media, specialmente la televisione, si sono spesi per spingere a votare più gente possibile perché –si ipotizza nell’entourage di Saleh – una bassa affluenza favorirebbe Shamlan. Quasi la metà della popolazione yemenita è analfabeta, per cui il ruolo della televisione in questa campagna elettorale è stato soprattutto quello di ricordare al pubblico l’importanza dell’evento e le regole della consultazione: prima tra tutte l’obbligo di non portare armi ai seggi. Non una cosa da poco in un paese dove le armi sono una tradizione, dal kalashnikov al pugnale. Per evitare di compromettere le elezioni con brogli o violenze, la Commissione Elettorale nazionale ha richiesto alla Commissione Europea l’invio di osservatori elettorali.
 
Foto di Marcello GambiniSicurezza. Saleh, per farsi rieleggere, ha scelto di puntare sulla necessità di contenere il radicalismo islamico nel Paese, sbandierando i vantaggi derivanti dall’alleanza con gli Stati Uniti, stretta all’indomani dell’attacco alle torri gemelle. Oltre al rischio terrorismo, un altro problema per la sicurezza del paese è il ripetersi dei rapimenti di turisti, un fenomeno che minaccia il turismo nazionale e un sintomo del malessere delle tribù che abitano le zone rurali del Paese. Nei giorni scorsi, al termine della campagna elettorale, il governo ha annunciato di aver raggiunto un accordo di cooperazione con gli Usa, che doneranno 1,76 milioni di dollari per combattere la corruzione e promuovere la trasparenza di governo. A condizione che il presidente sia ancora Saleh, si intende.
 
Foto di Marcello GambiniUn sondaggio. Secondo un sondaggio realizzato all’inizio di settembre, il 49% degli yemeniti ha intenzione di votare per il presidente Saleh, mentre il 30% per il principale oppositore, Bin Shamlan. Un vantaggio non del tutto rassicurante per il Gpc, considerando che il 14 percento degli intervistati ha dichiarato di non avere ancora deciso per chi votare. Quella che pare scontata è la partecipazione popolare al voto: stando al sondaggio, l’86 percento degli yemeniti ha annunciato che si recherà alle urne. Nello Yemen il fenomeno della corruzione è diffuso e tangibile, al punto che nel sondaggio è stato chiesto ai cittadini se avrebbero accettato dei soldi per votare un certo candidato o meno. Il 79 percento ha risposto che non accetterà bustarelle, mentre il 14 percento ha dichiarato che accetterebbe i soldi, ma poi voterebbe di testa propria. Altri due dati permettono di capire meglio le aspettative della popolazione rispetto alla consultazione: il 53 percento degli intervistati si aspetta che le elezioni saranno inquinate da brogli o violenza, il 66 percento ha dichiarato di non aspettarsi alcun miglioramento per il futuro del paese. 

Naoki Tomasini

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