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L'inchiesta. Secondo uno studio realizzato lo scorso giugno dalla Vox
Latina, che dichiara un indice di attendibilità pari al 95 percento, e
pubblicato lunedì dal quotidiano guatemalteco Prensa Libre, la donna in
Guatemala vive soggiogata, prima dai padri-padroni e poi dai mariti-tiranni,
tanto che il filo conduttore della sua esistenza è una violenta sottomissione,
rigorosamente sottaciuta. Da quanto è emerso dall’inchiesta, in nove famiglie
su dieci i maltrattamenti alle donne sono pane quotidiano.
È questa la società guatemalteca. In questo paese si è
ancora convinti che sia donna “degna” solo colei che arriva vergine al matrimonio.
Qui è normale che sia il marito a decidere quanti figli avere e a dettare
quando e come fare sesso. Due donne su dieci ammettono di essere state
obbligate, almeno una volta, a sottostare alle voglie del marito contro la loro
volontà. Questa la realtà e questi i comportamenti che ne derivano: il 64,5
percento dei guatemaltechi sono convinti che una buona moglie debba obbedire al
marito in tutto, mentre il 90,9 percento ritiene scandaloso che sia una donna
a
sedurre l’uomo. Tante le donne che hanno dichiarato di essere state costrette
a
smettere di studiare e lavorare per volontà del loro uomo, che le vuole in casa
a pulire, cucinare e badare ai figli. Sono quasi la metà quelle che hanno detto
di non poter nemmeno incontrare amiche e conoscenti e di dover attenersi ai
dettami del marito nella scelta dei vestiti. Passività e docilità, dunque,
queste le virtù da conseguire per essere una donna “da rispettare”.
L'appello. Il quotidiano spagnolo El Pais riporta il commento di Giovanna
Lemus, dell’organizzazione Red de la No Violencia Contra las Mujeres,
che indica proprio nella mancanza di informazioni la causa principale di una
situazione simile, di una società immobile, retrograda. Il problema è che la
maggioranza della gente è cresciuta in ambienti dove domina la cultura
patriarcale e dove è naturale picchiare la donna che alza troppo la testa. La
femmina è una proprietà del maschio. Da qui l’appello della Rete della non
violenza contro le donne, un invito tutto al femminile a rompere il silenzio,
principale complice di questo violento immobilismo. “Denunciate! Basta con la
paura e la frustrazione”, dicono, ammettendo però che la mancanza di garanzie
e
protezione che dovrebbero arrivare dalle forze dell’ordine non facilita certo
le cose. “Sono giudicate” dagli stessi agenti di polizia “e non ricevono
appoggio”, questa la realtà secondo Giovanna Lemus, la quale rifiuta anche di
credere che le 390 donne uccise in nove mesi siano vittime dei gruppi criminali
giovanili. Secondo la responsabile della Red, è una scusa che serve per lavare
le coscienze ed evitare di far emergere l’incapacità di giudici e polizia: “La
maggioranza di questi omicidi derivano da problemi interni alle famiglie”. Stella Spinelli