Il presidente iraniano Ahmadinejad, in una conferenza alle Nazioni Unite, ha
dichiarato giovedì che “La linea di fondo è che non abbiamo bisogno di una bomba atomica, al contrario
di quanto gli altri pensano”. Un'apertura al dialogo, purché avvenga “a condizioni eque”. Sulla questione
del nucleare iraniano abbiamo intervistato il professor Massimo Zucchetti.
“Non credo che l’intelligence statunitense abbia
informazioni riservate sul programma nucleare iraniano. Tutta la vicenda mi
ricorda la ‘pistola fumante’ in Iraq, che non è mai stata trovata, o l’allora
Segretario di Stato Usa Colin Powell che sventolava la provetta al Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, presentandola come la prova inconfutabile della
presenza delle armi di distruzione di massa in Iraq”.
Contro-informazione. Commenta così il professor
Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare e professore
ordinario al Politecnico di Torino, dove insegna Impatto Ambientale dei Sistemi
Energetici (oltre a essere membro del Comitato Scienziate e Scienziati contro
la Guerra), il rapporto di 29 pagine che la commissione di vigilanza del
Congresso Usa sui servizi segreti ha pubblicato nei giorni scorsi.
Il rapporto, che non è
poi arrivato in aula e non è stato votato, accusa l’Iran di essere molto più
avanti di quanto si creda sulla ‘militarizzazione’ del suo programma nucleare.
Il documento della commissione parlamentare, presieduta dal deputato del
Michigan Peter Hoekstra, accusa l’intelligence Usa e l’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) di avere risultati distorti e
fuorvianti sullo sviluppo del programma nucleare iraniano, che sarebbe molto
più avanti sulla strada della costruzione della bomba atomica. L’Aiea ha
prontamente replicato, definendo “scandaloso e disonesto” il documento. Sembra
di rivivere i mesi che precedettero l’attacco all’Iraq nel 2003, quando
l’amministrazione Bush si scontrò con durezza con Hans Blix, che all’epoca dei
fatti era l’ispettore capo dell’Aiea in Iraq. Blix denunciò pubblicamente che
le prove presentate dagli Usa circa la presenza di armi di distruzione di massa
del regime di Saddam erano fasulle, ma venne liquidato da Washington come un
ingenuo che si era fatto abbindolare dai trucchi del vecchio rais.
Un film già visto. “Ho conosciuto Hans Blix
di persona e vi garantisco che non è uno sprovveduto”, commenta il professor
Zucchetti, “era a capo di uno staff di alto livello che aveva fatto un buon
lavoro”. La sensazione che l’Aiea, pur animata dalla migliori intenzioni, non
possa agire senza la collaborazione del governo sotto esame è tuttavia diffusa.
Crede che davvero l’agenzia Onu abbia il potere per fare dei controlli
accurati? “L’Aiea è ovviamente agevolata dalla cooperazione degli stati sotto
controllo”, risponde il docente universitario, “ma nel momento in cui uno stato
non collabora gli ispettori lasciano il paese e questo, che in Iran non è
accaduto, è un allarme da prendere in considerazione. Ma non è questo il caso,
e quando possono lavorare, gli uomini dell’Aiea hanno tutte le carte in regola
per valutare a fondo la situazione”.
Tutta la vicenda del programma nucleare iraniano e della contrapposizione tra
Teheran e la comunità internazionale manca di chiarezza. Non si capisce per
esempio di quanto tempo avrebbe bisogno l’Iran, se il suo governo prendesse
questa decisione, per sviluppare un programma nucleare militare. “Il programma
nucleare in Iran comincia ai tempi dello scià, a metà degli anni Settanta”,
risponde Zucchetti, “ed è molto avanzato. Quando ho visitato i laboratori di
Shiraz, nel 2004, ho trovato un livello eccellente di preparazione e degli
eccellenti professionisti. Quindi non è questione di tempo, avrebbero bisogno
di pochi anni. Ma il concetto è che l’arricchimento dell’uranio serve per scopi
civili. Il punto è credere o meno alle parole del governo di Teheran, come si
crede alle parole del governo del Brasile, del Giappone o dell’India quando
sviluppano i loro programmi nucleari garantendone l’utilizzo civile. Al governo
iraniano non si dà fiducia, anche perché certi apparati del potere utilizzano
il programma nucleare come una minaccia che conferisce prestigio al paese. Ma
tutti gli ingegneri nucleari in Iran che conosco, sono i primi a essere
disturbati dal fatto che svolgono un lavoro utile per l’indipendenza energetica
del paese e vedeno invece il loro sforzo strumentalizzato per fini politici”.