Il destino del capo ribelle divide il mondo. E condiziona il processo di pace
E’ stato dipinto, a seconda delle
fonti, come un sanguinario assassino che ha mandato al massacro migliaia di
bambini-soldato, protagonista di una guerra civile che ha devastato per 20 anni
il nord dell’Uganda; o come un visionario, un capo spirituale, a cui Dio ha
demandato il compito di liberare la popolazione Acholi dalle vessazioni dei
politici di Kampala. Ora, almeno, le visioni dei due campi concordano su una
cosa: la sorte dell’Uganda dipenderà dal destino del ribelle più sfuggente
d’Africa.
Kony. Oscurato dai gas tossici della Costa d’Avorio e dagli
attentati in Somalia, il dibattito sulla sorte di Joseph Kony è tornato all’ordine
del giorno
da
quando si è sparsa la notizia che il leader del
Lord’s Resistance Army si sarebbe consegnato alle autorità del sudanesi.
Kony sarebbe arrivato al campo di raccolta di Ri
Kwangba, che ospita altri 3 mila ribelli in attesa di smobilitazione,
rispettando gli impegni presi con la firma della tregua. Un gesto significativo,
se si calcola che per 20 anni di Kony si è saputo poco o nulla: due interviste
e una sbiadita foto di quindici anni fa è tutto ciò che si aveva del leader,
che durante la guerra non si è mai preoccupato di far conoscere al mondo le
ragioni della sua lotta.
Trattative. Ora, il fantasma è riapparso, o almeno così sembra. “Non
si hanno certezze sulla presenza di Kony a Ri Kwangba”
puntualizza a PeaceReporter Frank
Nyakairu, giornalista del quotidiano ugandese Monitor. “Il ministero della Difesa ha smentito la notizia”.
Ciononostante, Nyakairu rimane ottimista per la firma di un accordo. “Nelle
precedenti trattative, non si era mai arrivati a uno stadio così avanzato: migliaia
di ribelli affollano i centri di raccolta, e governo e vertici del Lra si incontrano regolarmente. Le
trattative hanno raggiunto un punto di non ritorno. Tanto che oggi, alla
scadenza della tregua, i soldati hanno ricevuto l’ordine di non riprendere le
ostilità”. Disarmo dei ribelli e loro reinserimento nella vita civile,
programmi di recupero per i bambini-soldato: tutto deciso o quasi, per arrivare
alla tanto agognata firma. Ultimo ostacolo, ancora una volta, la sorte di Kony.
Paradossi. Accusato anni fa dal governo ugandese di crimini contro l’umanità
davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, Kony rischia di essere
estradato in Olanda. Il governo ugandese vorrebbe concedergli un’amnistia, ma
secondo il Protocollo di Roma è obbligato a esaudire le richieste della Corte,
per
nulla intenzionata a bloccare l’iter giudiziario. “Le autorità ugandesi
accusarono Kony due anni fa per farlo uscire allo scoperto”, continua Nyakairu.
“A questo punto, non hanno più interesse a proseguire su questa strada”. Ma
visto che la Cpi si oppone a questa sorta di baratto, giustizia contro pace, le
trattative rischiano di bloccarsi. Urge una soluzione, ma quale?
Soluzioni. “Tecnicamente, ci sono tre
possibilità per bloccare il procedimento”, rivela a
PeaceReporter Caty Clement, dell’
International Crisis Group. “Il Procuratore Generale dell’Aja
potrebbe interrompere l’iter se una corte ugandese decidesse di incriminare
Kony; oppure, il Segretario Generale dell’Onu potrebbe decidere, per
motivazioni politiche, di sospendere il procedimento per un anno; la terza
opzione è che Kony vada in un Paese non firmatario del Protocollo di Roma, come
il Sudan, che non è tenuto a estradarlo”. Se la prima opzione sembra
impraticabile, per quanto riguarda la seconda Kofi Annan non si è sbottonato;
la terza, considerando il fatto che Kony si trova proprio in Sudan, sarebbe la
più praticabile. Fonti non ufficiali parlano di contatti che il leader ribelle
avrebbe già avviato per trovare un rifugio sicuro. Dal quale magari riflettere
sul perché di una delle guerre dagli esiti più inutili mai combattute.