Negli Usa gli omosessuali contestano la politica dell'esercito di escludere i gay dichiarati
Un omosessuale che vuole far parte delle forze armate statunitensi sa che deve
fare una scelta. Nessuno gli chiederà quali sono i suoi orientamenti sessuali.
Se non li rende mai evidenti, verrà reclutato o continuerà a vestire l’uniforme
senza problemi, anche perché nessuno glielo chiederà mai. Ma se vuole rivendicare
la sua identità, la sua carriera militare sarà chiusa. E’ la politica del “don’t ask, don’t tell” (non chiedere, non dire), adottata nel 1993 dall’allora amministrazione Clinton,
e da allora poco è cambiato. I gruppi per i diritti degli omosessuali hanno fatto
ricorso più volte contro la legge, ottenendo sempre bocciature. Ora, però, hanno
deciso di ricorrere a un approccio diverso, sfruttando anche la maggiore tolleranza
della società nei confronti dei gay.
La campagna. Questa estate, il gruppo Soulforce ha lanciato la campagna “
The right to serve” (il diritto di arruolarsi), “reclutando” per la causa un migliaio di giovani
gay e lesbiche, che vogliono servire nelle forze armate. Ragazzi e ragazze si
presentano agli uffici di reclutamento rivendicando la propria omosessualità,
ottenendo in cambio inevitabili rifiuti. In risposta, le mancate reclute organizzano
sit-in di protesta davanti ai centri che li hanno respinti. Ieri, mercoledì 20
settembre, una scena simile è andata scena a New York, nella centralissima Times
Square, dove le forze armate Usa hanno un ufficio di reclutamento. Due ragazzi
e una ragazza hanno chiesto lì di arruolarsi, e diversi gruppi pro-gay si sono
uniti al loro sit-in.
I numeri. Secondo un rapporto pubblicato nel 2004 dall’Urban Institute, nelle forze armate
Usa gli omosessuali sono circa 60.000. Dal 1993, la “don’t ask, don’t tell” ha portato comunque all’esclusione di oltre 11.000 gay, lesbiche e bisessuali,
colpevoli di aver esposto le proprie preferenze. Il Center for the Study of Sexual
Minorities in the Military, un gruppo di ricerca dell’università di Santa Barbara,
ha però scoperto che nell’esercito Usa ammettere di essere gay non evita l’invio
in Iraq. Secondo una direttiva nel 1999, confermata da un dirigente del dipartimento
alla Difesa, la procedura è di mandare comunque un gay dichiarato con la sua unità,
e di considerare il suo caso solo una volta ritornato in patria. Questa linea
sarebbe necessaria ora più che mai, per evitare che un militare si professi gay
– magari mentendo – pur di non finire al fronte.
Mancanza di reclute. Il paradosso è che per le forze armate Usa, in questo momento, un’apertura totale
ai gay farebbe numericamente più che comodo. Da quando è iniziata la guerra in
Iraq, gli obiettivi di reclutamento sono spesso stati mancati. Per alzare il numero
di nuovi soldati, sono stati abbassati gli standard di istruzione richiesti, l’età
massima per l’arruolamento è stata portata a 42 anni, ed è stato permesso di vestire
la divisa anche a persone con precedenti penali non lievi. Ma negli Usa la “
don’t ask, don’t tell” rimane un argomento che divide le coscienze. Di fronte a gruppi che rivendicano
i diritti dei gay, chi è contrario agli omosessuali nell’esercito sostiene che
questi minano la coesione delle truppe.
Abolizione lontana. Nonostante le campagne in tal senso, nel breve termine l’abolizione della legge
è poco probabile. Una proposta del genere avanzata nell’autunno 2005 da Martin
Meehan, un deputato democratico, ha raccolto solo 119 sostenitori su 435 – di
cui solo cinque repubblicani – alla Camera dei rappresentanti. Questo novembre
le elezioni di medio termine rinnoveranno il Congresso, e c’è la possibilità che
la maggioranza passi ai Democratici, teoricamente più vicini ai gay. Ma in campagna
elettorale nessuno sta sollevando la questione, e la questione dei diritti degli
omosessuali è politicamente spinosa. Anche se, dai sondaggi effettuati negli ultimi
due anni, circa il 60 percento degli statunitensi crede che anche i gay dichiarati
dovrebbero poter servire nell’esercito.
Cosa succede altrove. In molti altri Paesi (15 dei 25 membri della Nato, ad esempio), è già così.
In Italia una politica precisa non c’è: fino agli anni Ottanta, l’omosessualità
era considerata una patologia e impediva di vestire la divisa. Da allora, in pratica
la situazione è simile a quella statunitense. Altrove, in Europa, è diverso. E
proprio la scorsa domenica, 17 settembre, in Spagna è stato celebrato il primo
matrimonio tra due membri dell’Aeronautica, dichiaratamente omosessuali.