18/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Undici morti a Baidoa, illeso Yusuf. Ma il processo di pace è in pericolo
Due autobombe per far precipitare nuovamente il Paese nella guerra civile. Sarebbe bastato poco, per riportare il caos in Somalia, buttando a mare un processo di pace lungo tre anni. Ma le due autobombe esplose stamane al passaggio del convoglio presidenziale hanno mancato il bersaglio. Il bilancio provvisorio parla di undici morti, tra cui un fratello del presidente Abdullahi Yusuf.
 
La scena dell'attentatoLa polizia somala è già al lavoro, anche se l’entourage del capo di stato non sembra avere dubbi. “E’ fuori questione che l’attentato sia stato organizzato e portato avanti dall’Unione delle Corti Islamiche”, dichiara a PeaceReporter Elmi Mohammed Hibo, portavoce della presidenza somala. “Condanniamo con forza questo gesto, che rischia di far precipitare nuovamente la Somalia nel tunnel della guerra”. L’anno scorso era toccato al premier Mohammed Ghedi fare da bersaglio per due attentati dinamitardi, anche in quella occasione falliti.
 
Scontato il fatto che l’attentato possa compromettere il già fragile processo di pace, proprio quando i colloqui di pace tra autorità e Corti Islamiche, che governano la capitale Mogadiscio, facevano pensare a una soluzione pacifica delle divergenze. “E’ vero, abbiamo trattato con le Corti, il governo le ha incontrare per ben tre volte negli ultimi mesi” conferma la portavoce presidenziale, “ma l’attentato di oggi sottolinea quanto poco queste persone siano interessate al dialogo. Il problema è che abbiamo a che fare con dei veri e propri terroristi. Come vedete, è un problema che non riguarda solo i Paesi occidentali”.
 
Il presidente somalo Abdullahi YusufE adesso? Gli scenari che si delineano a poche ore dall’attentato sono diversi, nessuno benaugurante. A Baidoa, la città sede delle istituzioni di transizione, sono schierati centinaia di soldati etiopi a protezione di Yusuf, il miglior alleato di Addis Abeba nel Paese. Ma il fatto che gli attentatori siano arrivati così vicini al loro bersaglio, dimostra la loro forza. Al momento le Corti Islamiche non hanno rivendicato l’attentato, né commentato l’accaduto. C’è chi ritiene questo silenzio già abbastanza eloquente, e lo equipara a una tacita ammissione di colpa. Sei degli attentatori sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza somala, mentre altri due sarebbero stati arrestati a poche ore dall’accaduto, secondo quanto riferito dal governo somalo, che poco prima dell’attentato si era riunito per approvare l’insediamento del nuovo governo, guidato sempre dal premier Ghedi. 

Matteo Fagotto

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