Una serie di 'fatti isolati' ricostruiscono l'immagine di un esercito corrotto e senza scrupoli
scritto per noi da
Simone Bruno

Quando una bomba, esplosa nel cuore di
Bogotà il 10 ottobre del 2005, fece saltare in aria il senatore Vargas Lleras
e
la sua scorta, il presidente Uribe si affrettò a cercare una telecamera per
poter affermare che questo crimine delle Forze armate rivoluzionarie della
Colombia sarebbe stato punito. Fu però proprio l’unico sopravvissuto a fornire
una versione differente, secondo la quale ad attentare alla sua vita erano
stati settori vicini ai paramilitari impegnati in una negoziazione con il
governo e non il gruppo guerrigliero.
Stesso copione poche settimane fa.
Eravamo a una settimana dall’insediamento del presidente rieletto Alvaro Uribe.
Dato che l’accoglienza al palazzo di Nariño, 4 anni prima, era stata
organizzata dalle Farc a colpi di mortaio, si temeva il peggio, che arrivò
puntuale: un carro bomba fece saltare un uomo, un senza tetto e molti altri
ordigni cominciarono a essere rinvenuti e disattivati da militari ben
addestrati. Poi, lo scorso venerdì i colombiani si sono svegliati con la
notizia che erano stati proprio i militari a piazzare gli ordigni che avevano
poi disattivato con tanta perizia. Stando alle prime indagini, ancora in corso,
i militari avevano piazzato le bombe per poi mostrare la propria efficienza nel
rintracciarle e disattivarle, polverizzando come effetto collaterale uno di
quei barboni sporchi e da buttare via che era nel posto sbagliato al momento
sbagliato.
Come afferma il comandante dell’esercito
Mario Montaya e anche il ministro della difesa Juan Manuel Santos, qualora questi
fatti venissero provati si tratterebbe di un caso isolato.

Ma un altro fatto isolato è avvenuto lo
scorso febbraio quando un gruppo di reclute ha scandalizzato il paese
raccontando le torture fisiche e sessuali subite da parte dei superiori che li
addestravano. E un altro ancora si è verificato a marzo: l’esercito aveva
raccattato 70 persone, le aveva mascherate da combattenti delle Farc e poi
presentati all’opinione pubblica come “smobilitati”. Ma il tripudio popolare
durò poco: il trucco, anche abbastanza grossolano, fu smascherato.
A maggio un battaglione di alta
montagna dell’esercito a Jamundì, guidato dal colonnello Bayron Carvajal, ha
teso una trappola e giustiziato 10 poliziotti di un corpo speciale, addestrati
nella lotta al narcotraffico. Un gruppo molto efficiente che aveva dato tanti
problemi a uno dei più pericolosi narcotrafficanti del paese, Diego Montoya.
Questo battaglione agiva proprio per conto di Don Diego.
A luglio sono stati arrestati 18
militari, tra i quali 4 ufficiali che avevano presentato 30 cadaveri come
guerriglieri caduti in combattimento negli ultimi mesi. Non si trattava di
guerriglieri però, ma di persone giustiziate dai soldati e poi vestita da
ribelli, smascherati dal fatto che spesso apparivano “miracolose” ferite da arma
da fuoco che non avevano prodotto fori nelle mimetiche.
Ad agosto un corpo speciale
dell’esercito si vantava di aver salvato due sequestrati. Nell’operazione erano
morti i sei sequestratori. Indagini successive dimostrarono che i due “salvati”
erano noti narcotrafficanti, come del resto anche i 6 cadaveri. Una resa di
conti tra balordi, il cui braccio armato era un gruppo di militari
dell’esercito colombiano.

Molti casi “isolati”, che mettono
assieme un quadro ben preciso: un esercito nazionale composto da una serie di
bande di mercenari al soldo di chi offre di più, sotto il comando di gradi
intermedi dell’esercito. A Jamundì li pagava un cartello di narcos, negli altri
casi a pagare era invece la legge che prevede una ricompensa per ogni
guerrigliero fatto fuori. In altri casi ancora l’esercito risponde a ricchi
proprietari terrieri che hanno bisogno di far fuori qualche indesiderato,
attivista o sindacalista.