18/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Esce domani nelle sale italiane l'atteso Road to Guantanamo, presentato dagli interpreti a Sarajevo
scritto per noi da
Stefano Barazzetta 
 
Shafiq Rasul, Ruhel Ahmed e Asif Iqbal sono tre cittadini britannici di origine pakistana. Catturati in Afghanistan a fine 2001, vengono deportati alla prigione statunitense di Guantanamo, e rilasciati solo due anni e mezzo dopo, prosciolti da ogni accusa. "The Road to Guantanamo", firmato a quattro mani da Michael Winterbottom e Matthew Whitecross, racconta la loro storia: premiato al Festival di Berlino con l'Orso d'Argento per la regia, è stato presentato in Agosto al Sarajevo Film Festival.
 
la conferenza dei tipton three al sarajevo film festival - foto di stefano barazzettaUn successo annunciato. Il film, in uscita in Italia il 15 Settembre, è stato il vero "evento" del Festival: proiezioni esaurite e grandissima attesa da parte di pubblico e addetti ai lavori per l'arrivo in Bosnia dei Tipton Three (dal nome della cittadina nei pressi di Birmingham della quale sono originari) e del co-regista Whitecross. "The Road to Guantanamo" ha ricevuto a Sarajevo un'accoglienza trionfale, riscuotendo una standing ovation alla prima proiezione e suscitando nei media e nella gente comune un enorme interesse: l'attenzione del pubblico bosniaco per il film è dovuta almeno in parte al fatto che 6 cittadini bosniaci di origine algerina, giunti a Guantanamo solo 5 giorni dopo i tre britannici, sono tuttora detenuti nella prigione statunitense in territorio cubano.
I 6 bosniaci furono accusati di aver pianificato un attentato all'ambasciata americana di Sarajevo: arrestati e processati in patria, furono prosciolti dalle accuse e rilasciati, prima di essere arrestati dalle truppe americane in Bosnia e trasportati a Cuba, nonostante la Suprema Corte di Sarajevo avesse stabilito che i 6 erano innocenti e non avrebbero di conseguenza potuto essere deportati. Anche se, secondo le ultime indiscrezioni riportate dalla stampa statunitense, tutte le accuse che portarono al loro arresto sono ormai cadute, e nel 2005 il Primo Ministro bosniaco ha chiesto in via ufficiale a Condoleeza Rice il loro rimpatrio, il rilascio dei 6 cittadini bosniaci non appare affatto prossimo.
 
i tipton three sulla copertina di uno dei principali settimanali dei balcani  - foto di stefano barazzettaTre vite sconvolte. La storia dei Tipton Three è tuttavia molto diversa da quella dei 6 bosniaci: recatisi in Pakistan all'indomani dell'11 Settembre in compagnia di un quarto amico per festeggiare il matrimonio di uno dei tre, i britannici si lasciarono convincere a partire per l'Afghanistan con un'associazione umanitaria islamica, con lo scopo di aiutare il popolo agfano messo in ginocchio dalla guerra che si era ormai scatenata nel paese. Il film racconta il loro viaggio tra Pakistan e Afghanistan, la sparizione del quarto amico e la loro cattura, deportazione e detenzione a Guantanamo. Shafiq, Ruhel e Asif hanno incontrato la stampa in un'affollatissimo Press Center: rilassati, di ottimo umore e molto a loro agio nei panni di "star" del cinema, hanno accettato di parlare della loro detenzione. "Le condizioni a Guantanamo sono quelle che potete vedere nel film: nessun diritto, umiliazioni e privazioni continue, torture fisiche e psicologiche. Ci dissero che non saremmo mai usciti di lì, che non avremmo mai più rivisto le nostre famiglie. Per tre mesi siamo stati in isolamento". Interrogati sulle torture a cui furono sottoposti, i tre non si scompongono:"Ti incatenavano a terra quasi in ginocchio, in una posizione già  molto dolorosa di per sé. Poi facevano partire una musica metal a tutto volume, e contemporaneamente facevano variare la temperatura della stanza da un caldo opprimente ad un freddo terribile. Erano convinti che fossimo di Al Qaeda, sostenevano di averci individuato in un video precedente all'11 Settembre in cui il Mullah Omar dava disposizioni a dei militanti".
 
i tre protagonisti rispondono alle domande dei ragazzi di sarajevo - foto di stefano barazzattaAndare avanti. Nonostante la terrificante esperienza che hanno vissuto, i ragazzi non sembrano serbare rancore, e anzi riservano parole di comprensione per i loro carcerieri: raccontano di come la maggior parte dei soldati di guardia a Guantanamo fossero dei riservisti, che non avevano scelto di essere lì, soldati che avevano una vita alla quale tornare, e che in qualche modo "sfogavano addosso a noi la loro rabbia per essere stati mandati in un posto dove non volevano andare, spesso trattandoci come animali". E alla domanda provocatoria di una giornalista che – riferendosi ad una scena del film in cui una delle guardie aiuta uno dei tre – afferma di non credere che tra le persone che lavoravano a Guantanamo ci potesse essere qualcuno capace di un gesto di umanità, i tre replicano che "non si può generalizzare. Così come non puoi neppure dire che tutti i musulmani sono terroristi, non puoi dire che tutti i soldati americani siano delle cattive persone. Abbiamo abbandonato la rabbia il giorno che abbiamo lasciato Guantanamo".
"Durante la detenzione ci siamo avvicinati di più all'Islam di quanto non avessimo mai fatto in precedenza: aiutati da alcuni detenuti più esperti di noi abbiamo trovato nella religione uno strumento che ci ha insegnato la pazienza, e ci ha tenuto occupata la mente". I tre riservano parole dure per la loro terra, la Gran Bretagna: "C'erano soldati britannici a Guantanamo, anche il nostro paese è responsabile. Inoltre, quando siamo tornati a casa, abbiamo chiesto assistenza, ma non ci è stata concessa. Ci fossimo chiamati "John" chissà, forse ci avrebbero aiutato". "Ancora oggi, ogni volta che lasciamo il paese, siamo interrogati per 2-3 ore all'aeroporto. Vogliono sapere dove andiamo, perché, chi incontreremo e cosa faremo. E al nostro ritorno la scena si ripete, tutte le volte. Capiterà anche quando torneremo da Sarajevo".
 
la locandina del filmAspettando che giustizia sia fatta. Shafiq, Ruhel e Asif hanno citato in giudizio il Governo degli Stati Uniti per 10 milioni di dollari, ma dichiarano che piacerebbe loro, un giorno, "andare negli Usa come turisti, ma non finchè Bush sarà in carica, però. Quando ci hanno rilasciati, l'Fbi ci ha minacciati dicendo che nel caso avessimo cercato di entrare negli Stati Uniti saremmo stati nuovamente arrestati e rimandati a Guantanamo, o un in un altro posto simile". Il film è stato accolto bene negli Stati Uniti, "ma la gente fatica a credere che il suo governo possa avere fatto questo, possa avere incarcerato e torturato degli innocenti. Tra tutte le centinaia di detenuti, nessuno è mai stato dichiarato colpevole, e solo una decina sono sotto processo. E' stato importante fare questo film, per sostenere le oltre 450 persone ancora detenute a Guantanamo e per contribuire a fare capire all'opinione pubblica che cos'è Guantanamo, per far crescere l'opposizione alla sua esistenza".
I Tipton Three hanno incontrato a Sarajevo alcuni famigliari dei 6 detenuti bosniaci: "Sappiamo che i bosniaci sono stati trattati molto duramente: interrogatori interminabili, isolamento, torture, privazione del sonno. Ci raccontarono la loro storia, di come furono prosciolti dai tribunali bosniaci e di come furono poi sequestrati e deportati dagli americani.". "A Sarajevo – hanno continuato i tre - abbiamo ricevuto un'accoglienza fantastica, non ce l'aspettavamo: siamo stati anche a Istanbul per la presentazione del film, ma qui è stato completamente diverso. Forse questo deriva dal fatto che i Bosniaci hanno attraversato tempi difficili, come noi, e forse per questo hanno voluto tributarci un trattamento così caloroso"
"The Road to Guantanamo" ha sbancato il Festival. Non in concorso, ha vinto il Premio del Pubblico, riuscendo a superare nella classifica dei film più graditi "Carnival", un documentario bosniaco, e favorito della vigilia. 
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Bosnia Erzegovina
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