Esce domani nelle sale italiane l'atteso Road to Guantanamo, presentato dagli interpreti a Sarajevo
scritto per noi da
Stefano Barazzetta
Shafiq Rasul, Ruhel Ahmed e Asif Iqbal sono tre cittadini
britannici di origine pakistana. Catturati in Afghanistan a fine 2001, vengono
deportati alla prigione statunitense di Guantanamo, e rilasciati solo due anni
e mezzo dopo, prosciolti da ogni accusa. "The Road to Guantanamo", firmato a quattro
mani
da Michael Winterbottom e Matthew Whitecross, racconta la loro storia: premiato
al Festival di Berlino con l'Orso d'Argento per la regia, è stato
presentato in Agosto al Sarajevo Film Festival.
Un successo annunciato. Il film, in uscita in Italia il 15 Settembre, è stato il
vero "evento" del Festival: proiezioni esaurite e grandissima attesa
da parte di pubblico e addetti ai lavori per l'arrivo in Bosnia dei Tipton
Three (dal nome della cittadina nei pressi di Birmingham della quale sono
originari) e del co-regista Whitecross. "The Road to Guantanamo" ha ricevuto a
Sarajevo un'accoglienza trionfale, riscuotendo una standing ovation alla prima
proiezione
e
suscitando nei media e nella gente comune un enorme interesse: l'attenzione del
pubblico bosniaco per il film è dovuta almeno in parte al fatto che 6 cittadini
bosniaci di origine algerina, giunti a Guantanamo solo 5 giorni dopo i tre
britannici, sono tuttora detenuti nella prigione statunitense in territorio
cubano.
I 6 bosniaci furono accusati di aver pianificato un
attentato all'ambasciata americana di Sarajevo: arrestati e processati
in
patria, furono prosciolti dalle accuse e rilasciati, prima di essere
arrestati
dalle truppe americane in Bosnia e trasportati a Cuba, nonostante la
Suprema
Corte di Sarajevo avesse stabilito che i 6 erano innocenti e non
avrebbero di
conseguenza potuto essere deportati. Anche se, secondo le ultime
indiscrezioni
riportate dalla stampa statunitense, tutte le accuse che portarono al
loro
arresto sono ormai cadute, e nel 2005 il Primo Ministro bosniaco ha
chiesto in via ufficiale a Condoleeza Rice il loro rimpatrio, il
rilascio dei
6
cittadini bosniaci non appare affatto prossimo.
Tre vite sconvolte. La storia dei Tipton Three è tuttavia
molto diversa da
quella dei 6 bosniaci: recatisi in Pakistan all'indomani dell'11
Settembre in
compagnia di un quarto amico per festeggiare il matrimonio di uno
dei tre,
i britannici si lasciarono convincere a partire per l'Afghanistan con
un'associazione umanitaria islamica, con lo scopo di aiutare il popolo agfano
messo in ginocchio dalla guerra che si era ormai scatenata nel paese.
Il film racconta il loro viaggio tra Pakistan e Afghanistan,
la sparizione del quarto amico e la loro cattura, deportazione e
detenzione a
Guantanamo. Shafiq, Ruhel e Asif hanno incontrato la stampa in
un'affollatissimo Press Center: rilassati, di ottimo umore e molto a
loro agio
nei panni di "star" del cinema, hanno accettato di parlare della loro
detenzione. "Le condizioni a Guantanamo sono quelle che potete
vedere nel film: nessun diritto, umiliazioni e privazioni continue, torture
fisiche e psicologiche. Ci dissero che non saremmo mai usciti di lì,
che non
avremmo mai più rivisto le nostre famiglie. Per tre mesi siamo stati in
isolamento". Interrogati sulle torture a cui furono sottoposti, i tre
non
si scompongono:"Ti incatenavano a terra quasi in ginocchio, in una
posizione già molto dolorosa di per sé.
Poi facevano partire una musica metal a tutto volume, e
contemporaneamente
facevano variare la temperatura della stanza da un caldo opprimente ad
un
freddo terribile. Erano convinti che fossimo di Al Qaeda, sostenevano
di averci
individuato in un video precedente all'11 Settembre in cui il Mullah
Omar dava
disposizioni a dei militanti".
Andare avanti. Nonostante la terrificante esperienza che hanno vissuto, i
ragazzi non sembrano serbare rancore, e anzi riservano parole di comprensione
per i loro carcerieri: raccontano di come la maggior parte dei soldati di
guardia a Guantanamo fossero dei riservisti, che non avevano scelto di
essere lì, soldati che avevano una vita alla quale tornare, e che in qualche
modo "sfogavano addosso a noi la loro rabbia per essere stati mandati in
un posto dove non volevano andare, spesso trattandoci come animali". E alla domanda
provocatoria di una giornalista che –
riferendosi ad una scena del film in cui una delle guardie aiuta uno dei tre –
afferma di non credere che tra le persone che lavoravano a Guantanamo ci
potesse essere qualcuno capace di un gesto di umanità, i tre replicano che
"non si può generalizzare. Così come non puoi neppure dire che tutti i musulmani
sono terroristi, non puoi dire che tutti i soldati americani siano delle
cattive persone. Abbiamo abbandonato la rabbia il giorno che abbiamo lasciato
Guantanamo".
"Durante la detenzione ci siamo avvicinati di più
all'Islam di quanto non avessimo mai fatto in precedenza: aiutati da
alcuni
detenuti più esperti di noi abbiamo trovato nella religione uno
strumento che
ci ha insegnato la pazienza, e ci ha tenuto occupata la mente". I tre
riservano
parole dure per la loro terra, la Gran
Bretagna: "C'erano soldati britannici a Guantanamo, anche il nostro
paese
è responsabile. Inoltre, quando siamo tornati a casa, abbiamo chiesto
assistenza, ma non ci è stata concessa. Ci fossimo chiamati "John"
chissà, forse ci avrebbero aiutato". "Ancora oggi, ogni volta che
lasciamo il
paese, siamo
interrogati per 2-3 ore all'aeroporto. Vogliono sapere dove andiamo,
perché,
chi incontreremo e cosa faremo. E al nostro ritorno la scena si ripete,
tutte
le volte. Capiterà anche quando torneremo da Sarajevo".
Aspettando che giustizia sia fatta. Shafiq, Ruhel e Asif hanno citato in giudizio il Governo
degli Stati Uniti per 10 milioni di dollari, ma dichiarano che piacerebbe loro,
un giorno, "andare negli Usa come turisti, ma non finchè Bush sarà in
carica, però. Quando ci hanno rilasciati, l'Fbi ci ha minacciati dicendo che nel
caso
avessimo cercato di entrare negli Stati Uniti saremmo stati nuovamente
arrestati e rimandati a Guantanamo, o un in un altro posto simile". Il film è
stato accolto
bene negli Stati Uniti, "ma la
gente fatica a credere che il suo governo possa avere fatto questo, possa
avere incarcerato e torturato degli innocenti. Tra tutte le centinaia di
detenuti, nessuno è mai stato dichiarato colpevole, e solo una decina sono
sotto processo. E' stato importante fare questo film, per sostenere le oltre
450 persone ancora detenute a Guantanamo e per contribuire a fare capire
all'opinione pubblica che cos'è Guantanamo, per far crescere l'opposizione alla
sua esistenza".
I Tipton Three hanno incontrato a Sarajevo alcuni famigliari
dei 6 detenuti bosniaci: "Sappiamo che i bosniaci sono stati trattati
molto duramente: interrogatori interminabili, isolamento, torture, privazione
del sonno. Ci raccontarono la loro storia, di come furono prosciolti dai
tribunali bosniaci e di come furono poi sequestrati e deportati dagli
americani.". "A Sarajevo – hanno continuato i tre - abbiamo ricevuto
un'accoglienza fantastica, non ce l'aspettavamo: siamo stati anche a Istanbul
per la presentazione del film, ma qui è stato completamente diverso. Forse questo
deriva dal fatto che i Bosniaci hanno
attraversato tempi difficili, come noi, e forse per questo hanno voluto
tributarci un trattamento così caloroso"
"The Road to Guantanamo" ha sbancato il Festival. Non in
concorso, ha vinto il Premio del Pubblico, riuscendo a superare nella
classifica dei film più graditi "Carnival", un documentario bosniaco,
e favorito della vigilia.