L’organizzazione non governativa Amnesty International, che
da anni si batte per il rispetto dei diritti umani nel mondo, in un report
pubblicato ieri, ha chiesto alle Nazioni Unite d’istituire urgentemente una
commissione d’inchiesta per indagare sui crimini di guerra commessi durante il
recente conflitto fra Israele e Libano.
Tutte le parti in causa. L’ong infatti, dopo che nei
giorni successivi alla fine delle ostilità in Libano aveva denunciato le colpe
dell’esercito israeliano, ieri ha puntato il dito contro il movimento sciita Hezbollah,
accusandolo “di aver gravemente violato il diritto umanitario internazionale
colpendo, durante i 34 giorni di guerra, i civili israeliani con il lancio di
razzi sui centri abitati”.
“Il lancio dei razzi di Hezbollah sulla zona settentrionale
di Israele”, sostiene il report, “ha rappresentato un attacco
deliberato nei
confronti di civili inermi e di obiettivi non militari e questo, come
tutti gli
attacchi indiscriminati, rappresenta un crimine di guerra secondo le
leggi
internazionali”. Secondo i dati dell’ong, Hezbollah ha lanciato almeno
900 razzi durante il conflitto, uccidendo 43 civili e costringendo
migliaia di
persone a cercare rifugio nella zona centrale d’Israele, lontano dalla
gittata
dei razzi dei guerriglieri sciiti.
Amnesty ritiene che una sostanziale ammissione di
responsabilità possa ricavarsi dal testo di un intervento dello sceicco Hassan
Nasrallah che, durante il conflitto, sottolineò come “da tempo i nostri nemici,
nelle loro aggressioni, non si pongono limiti. Noi faremo lo stesso”.
Per Amnesty però, secondo le parole del segretario generale
dell’ong Irene Khan, “le violazioni commesse da Israele non giustificano
Hezbollah per la scelta di sparare razzi sui civili, che non devono pagare il
prezzo delle reciproche violazioni. Per questo chiediamo una commissione
d’inchiesta indipendente per stabilire equi risarcimenti a tutte le vittime
innocenti del conflitto, da entrambe le parti”.
Par condicio. La denuncia di Amnesty ha già
cominciato a suscitare delle polemiche. Per molti si è trattato di una
sorta di
intervento riparatore, dopo che l’ong aveva denunciato, in un altro
rapporto
pubblicato il 23 agosto scorso, i crimini commessi dall’esercito
israeliano.
L’esercito di Tel Aviv veniva accusato di aver distrutto
deliberatamente case,
ponti, strade e centinaia di altre infrastrutture civili. Amnesty aveva
anzi
rilevato come, secondo i suoi dati, questa modo di agire facesse parte
in modo
strutturale della strategia bellica dei vertici militari israeliani.
Questo
modus operandi è costato la vita a 1000 civili libanesi e, come
denunciato
anche da altre organizzazioni internazionali indipendenti, l’esercito
israeliano ha fatto uso durante il conflitto di armi non convenzionali.
Le accuse contro Israele avevano provocato la reazione indignata
del governo Olmert e della stampa israeliana, oltre che di una serie di
governi
che appoggiavano l’intervento militare degli israeliani. Come in altre
occasioni, in particolare riguardo al
conflitto israelo – palestinese, Amnesty e le associazioni che si
occupano di
monitorare il rispetto dei diritti umani nel mondo, erano state
accusate di
essere schierate e faziose, non denunciando mai i torti che Israele
subiva.
Questo rapporto, in perfetto stile par condicio, riequilibra la
questione.
Nella vicenda c'è un aspetto grottesco, nonostante il contesto tragico.
Israele ha sempre indicato Hezbollah come un movimento terrorista,
senza alcuna dignità di controparte politica, nonostante alcuni membri
dell'organizzazione siano stati regolarmente eletti al Parlamento
libanese. E un'organizzazione terroristica, almeno fino a oggi, non è
mai stata denunciata per crimini di guerra, in quanto non considerata
legittima controparte di uno stato. Israele potrebbe quindi trovarsi
nella spinosa posizione di poter incassare un buon risultato mediatico
dalla denuncia di Amnesty, ma per farlo dovrebbe finire per riconoscere
a Hezbollah il ruolo legittimo di belligerante.