Congo, Ituri e Kivu: sono due regioni invase dalle bande armate.
Domenica 5 dicembre, l’esercito congolese insieme al contingente delle Nazioni
Unite in Congo ha attaccato un villaggio in cui erano asserragliati circa 150
ribelli, nella regione nord orientale dell’Ituri, al confine con l’Uganda. Pare
che l’attacco sia avvenuto col supporto degli elicotteri.
Abbiamo chiesto a Mamadou Bah, portavoce del Monuc, la forza delle Nazioni Unite
in Congo, di aiutarci a comprendere quel che è successo e qual è la situazione
sul campo nella parte orientale del Congo.
L’attacco al "villaggio". “Gli scontri della scorsa notte sono avvenuti ad Ituri, una zona dove i ribelli
hanno ancora il controllo del territorio. Quello che abbiamo preso d’assalto in
realtà non era un villaggio, ma una antica piantagione di caffè che i ribelli
avevano occupato trasformando le baracche della foresteria in una base militare.
Abbiamo fatto molte pressioni affinché terminasse l’occupazione illegale del campo
e poi ci siamo presentati con le truppe insieme alla polizia governativa e alla
sezione Human Rights delle Nazioni Unite.
Abbiamo sparato un colpo di avvertimento dagli elicotteri per imporre loro di
lasciare il villaggio e poi lo abbiamo attaccato. I ribelli si sono dati alla
fuga, ne abbiamo arrestati 17 e 2 sono morti. Il campo è stato distrutto dal fuoco
degli elicotteri. La risposta dei ribelli ha portato al ferimento lieve di due
operatori delle Nazioni Unite e di una donna del campo. All’interno del campo,
di cui dopo l’attacco restavano solo macerie bruciate, sono stati trovati diversi
corpi e si sospetta potrebbero esserci delle fosse comuni.”
Uno dei leader delle FAPC (Forze Congolesi per il Popolo ) ha raccontato che
nell’attacco al villaggio sono state uccise 11 donne e 5 bambini. Accusando anche
le truppe delle Nazioni Unite di essere andate per disarmarli con la forza e di
avere aperto il fuoco per primi. I portavoce del Monuc negano tuttavia responsabilità
sui civili rimasti uccisi.
“Nella zona di Ituri la situazione è calda, lo è da molto tempo - commenta Mamadou
Bah -. Fin dalla formazione del governo di unità nazionale e del processo di pace,
Ituri è stata l’unica regione dove la spinta all’unità che si avvertiva nel paese
non è mai giunta. I gruppi ribelli mantengono il controllo del territorio e si
sono resi protagonisti di numerose violenze, saccheggi e stupri.”
Ituri. L’attacco di domenica segue diversi attentati alle pattuglie delle Nazioni Unite
nelle scorse settimane ed evidenzia la mancanza di progressi sul campo da parte
del progetto per disarmare circa i 15 mila ribelli della regione.
Dal 1999, nella sola regione dell’Ituri, sono almeno 50mila le persone uccise
negli scontri tra le Tribù degli Hema e dei Lendu. La regione è invasa da una
miriade di bande armate che in linea di principio si sarebbero dette disponibili
a colloqui di pace, ma che finora sono state riluttanti a consegnare le armi.
Molti tra i leader di milizie dell’Ituri hanno firmato un accordo per cui si impegnano
a disarmarsi in cambio dell’integrazione nell’esercito nazionale. Ma finora sono
solo 820 i combattenti che hanno consegnato le armi e per la maggior parte erano
bambini.
Circa la metà degli 11mila caschi blu in Congo sono dislocati nella provincia
di Ituri, ma controllano solo la capitale Dunia, dove il contingente si è istallato
in modo stabile.
Kivu. La situazione dei ribelli è molto tesa anche nella regione del Kivu, al confine
con il Ruanda. Qui il problema riguarda gli ex membri delle FDLR (Forze Democratiche
per la Liberazione del Ruanda ), che pare ormai certo, hanno a più riprese varcato
il confine attaccando e bruciando villaggi per più di una settimana. Il Ruanda,
a maggioranza Tutsi, considera i ribelli Hutu una minaccia per la propria sicurezza
e si riserva di inseguirli anche oltre frontiera. Lo scriveva il presidente Kagame
in una lettera al presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, lasciando aperta
la possibilità che gli attacchi fossero già iniziati.
“Il problema al momento è dimostrare la presenza di milizie ruandesi sul territorio
del Congo - spiega ancora Mamadou Bah. Stiamo cercando prove certe, ma non è facile:
le truppe possono nascondersi nella vegetazione e rendersi invisibili. Abbiamo
fatto molte perlustrazioni con gli elicotteri, ma abbiamo ottenuto solo immagini
aeree in cui si vedono soldati bene armati che non fanno parte dell’esercito congolese
nella parte nord orientale del paese.
"Nemmeno le testimonianze degli abitanti dei villaggi sono troppo affidabili,
perché sono persone molto spaventate, quasi ossessionate, non saprebbero distinguere
un soldato delle Forze armate Ruandesi FAR, da uno delle FDLR (Forze Democratiche
di Liberazione del Ruanda ), o dell'RCD-Goma (Rally for Congolese Democracy ).
“

Civili in fuga? “Al momento nonostante la situazione sia caotica, in Congo non ci sono spostamenti
di massa di persone, ci sono solo in parte, nel nord (Kivu), mentre dalle parti
di Bunia la gente si sente più tranquilla. Il vero problema alla pacificazione
della zona però è la scarsità di truppe. Per fare un paragone: Kinshasa, la capitale
del Congo è grande come il Kosovo e la Repubblica Demorcratica del Congo è grande
come l’Europa. In Kosovo le truppe delle Nazioni Unite sono 40mila, mentre in
tutta la DRC sono soltanto 10mila. La vita per le persone che abitano nella zona
dei combattimenti è un atroce susseguirsi di morte, umiliazioni e miseria. I ribelli
ruandesi affermano di voler attaccare solo i guerriglieri del FDLR, ma i civili
e i combattenti vengono facilmente confusi. Spesso poi i villaggi si trovano in
mezzo tre due milizie rivali e vengono accusati da entrambe di aver dato sostegno
all’altra fazione.”
La questione delle aree controllate dai ribelli è importante anche sul piano
politico perché, come ha dichiarato Azarias Ruberia, uno dei vicepresidenti del
Congo “dobbiamo prendere il controllo della situazione nel Kivu e nell’Ituri prima
delle elezioni, non perché ci viene chiesto dal Ruanda, ma perché altrimenti non
saremmo in grado di organizzare elezioni in tutto il paese”.
Le elezioni, che sarebbero le prime dall’indipendenza dal Belgio sono programmate
per il giugno 2005, al termine del periodo di transizione e del governo di Unità
Nazionale composto da Joseph Kabila con ex membri di gruppi ribelli e politici
dell’opposizione.