13/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La proliferazione incontrollata dei Manpads
di Paolo Busoni* 
 
Si chiamano Manpads (Man-portable air-defence systems), sono i missili antiaerei spalleggiabili. Dalla metà degli anni ’60 tutti gli eserciti, non solo quelli maggiori, hanno in dotazione questi piccoli missili antiaerei per la difesa ravvicinata delle truppe. Si tratta, assieme alle armi da fuoco automatiche, dell’ultimo baluardo in un “cielo” del campo di battaglia che attribuisce a sistemi diversi le diverse altitudini di intercettazione.

I Manpads sono sistemi integrati che riuniscono in una quindicina di chili tutto l’occorrente: missile e complesso di lancio. Si tratta di missili largamente supersonici a guida infrarossa passiva. Il lanciatore non fa altro che inquadrare grossolanamente l’obiettivo e iniziare la sequenza di lancio che prevede il raffreddamento del sensore montato in cima al missile e lo “sparo”. Il missile viene poi espulso dal tubo di lancio con una piccola carica (che dovrebbe servire a preservare l’incolumità dello stesso lanciatore) quindi, ad una certa distanza, scatta il primo stadio che accelera il proiettile fino oltre la velocità del suono. La parte finale della traiettoria è governata in maniera semi-autonoma dal sensore termico del missile che si dirige sulla fonte di calore più prossima, generalmente gli ugelli del reattore.Il più famoso missile spalleggiabile occidentale è sicuramente il FIM-92 “Stinger” dell’americana Raytheon, le cui prestazioni sono state oggetto anche di una abile operazione di propaganda durante l’invasione sovietica dell’Afganistan, quando la presidenza Reagan fornì ai resistenti mujahidin dai 500 ai 1.500 complessi di lancio. Lo “Stinger” può essere considerato rappresentativo dell’intera categoria, visto che le realizzazioni di altri paesi hanno prestazioni sostanzialmente uniformi anche se sono differenziate sul piano dell’affidabilità del sistema di lancio e della precisione del sensore e della sua capacità di resistere alle contromisure che il possibile obiettivo può mettere in atto. Ci riferiamo ai “Blowpipe” “Javelin” e “Starsteak della Gran Bretagna, al “Mistral” francese ed agli “Stela” e “Igla” dell’Unione Sovietica (adesso prodotti in Russia, in alcuni ex-satelliti ed in Cina).
 
Lo “Stinger”, è lungo 152cm ed ha un diametro di 70mm, pesa poco più di 15 chili, mentre il missile vero e proprio ne pesa 10 ed ha una carica esplosiva con spoletta a contatto di tre chili. La sequenza di lancio è abbastanza veloce, meno di dieci secondi -giusto il raffreddamento del sensore- alcuni Stinger sono stati dotati di una “sicura”, un dispositivo IFF per evitare il “fuoco amico”, ma questo rallenta la velocità di tutta l’operazione ed espone troppo la pattuglia con il lanciatore. La pattuglia è costituita da due soldati: uno tiene il missile sulla spalla e l’altro acquisisce l’obiettivo cercando di individuare quello più “abbordabile”. Il missile raggiunge la velocità massima di 750 m/s ed ha una portata utile verso bersagli, non troppo veloci, che volano a meno di cinque chilometri di distanza con una altitudine compresa tra i 180 ed i 3.800 metri.
La diffusione dei Manpads dopo la “stupidaggine politica” di Reagan ha perso ogni controllo, a fronte di circa trecento abbattimenti di velivoli sovietici, i mujahidin si sono ben guardati di restituire il resto dei tanti missili ricevuti, questi -assieme a qualche decina di “Blowpipe” inglesi- sono rientrati così in un mercato parallelo che ha alimentato anche almeno un episodio certificato di reverse engineering: un centinaio di Stinger è finito in mano agli iraniani che ora sono in grado i riprodurlo e di diffonderlo attraverso i loro “canali”. Ancora oggi, nei ritrovamenti di armi appartenute ai Talebani, figurano “Stinger” o componenti del sistema e quella che doveva essere la spina nel fianco dell’impero del male sovietico adesso si ritorce pericolosamente contro tutti noi. Da parte loro i sovietici non sono stati da meno; dopo la disgregazione delle forze armate del Patto di Varsavia e la stessa frammentazione del territorio dell’Urss, hanno immesso sul mercato nero grandi quantità di “Strela” e del più moderno “Igla” delle varie versioni. Per quel che riguarda la Cina il motore che muove la circolazione di questa, come di altre armi, che il colosso asiatico “piazza” in tutto il mondo è esclusivamente economico.
 
Il mondo è ormai un porcospino irto di Manpads, dei soli “Stinger” ne sono stati prodotti più di 30.000! Degli altri modelli, in Russia o in Cina, proprio non si può sapere, ma si azzardano stime che variano da 500 a 700.000 missili prodotti. I prezzi sono veramente i più vari: dai 162.000 dollari di uno “Stinger” acquistato da un governo legittimo attraverso i canali istituzionali ai 2.000 di un vecchio “Strela” sul mercato nero.L’uso quasi “istintivo”, la relativa rozzezza dei sensori dei missili e la scarsa portata degli stessi rendono meno temibile di quel che sembra la minaccia di un incontro con un Manpads, perlomeno per un pilota militare addestrato ed in grado di schierare le opportune contromisure sia con manovre evasive che con appositi sistemi di inganno basati su falsi bersagli; purtroppo questo non vale quando ad incorrere nella trappola sono velivoli civili o chi comunque si ritiene in un certo senso “protetto”. E’ infatti l’uso contro velivoli civili (35 episodi negli ultimi trent’anni) o contro voli umanitari quello che crea la massima apprensione. In entrambi i casi ne sappiamo qualcosa noi italiani: il 7 novembre 1979 tre “autonomi” e un giordano vennero bloccati nella zona di Ortona, Chieti con due missili “Strela” per fortuna, si disse, forse inutilizzabili. La vicenda non è mai stata chiarita del tutto, ma segna il precedente: il primo caso di effettiva minaccia al traffico civile in un paese occidentale e stupisce che, viste le proporzioni del mercato, ve ne siano stati così pochi.
 
Azione di guerra, una infame dimostrazione della legge del più forte, fu l’abbattimento -il 3 settembre 1992- del G222 del Maggiore Marco Betti nei cieli di Sarajevo: il velivolo italiano era impegnato in una operazione della CEE per portare assistenza umanitaria alla popolazione della città assediata quando le milizie croate, formalmente dalla “nostra” parte, lo abbatterono con il lancio simultaneo di due “Strela”. Si deve all’uso di Manpads contro l’aereo del presidente Habyarimana -il 6 aprile 1994- l’evento che ha dato il via alla guerra civile in Ruanda e più di recente, il 23 novembre 2003, il tentato abbattimento di un cargo Dhl all’aeroporto di Baghdad. Ben più grave poteva essere infine il tentativo -si dice, al solito, architettato da Al Qaida- di abbattere un aereo charter israeliano in decollo da Mombasa il 28 novembre 2002. Solo l’addestramento dei piloti israeliani e, forse una certa imprecisione nel lancio, hanno salvato la vita ai 261 passeggeri.
Infatti, dopo averli diffusi in tutto il mondo, ora che in Manpads sono alla portata di quasi tutti i “cattivi” bisogna proteggere le linee aeree civili. Le solite teste d’uovo della tecnologia bellica si sono mosse in due direzioni: istallare sui velivoli di linea una suite completa di autoprotezione: sensori, lanciatori automatici di inganni pirotecnici e laser in grado di “accecare” il sensore dei missile, oppure proteggere le aree aeroportuali.
 
Nel primo caso, una volta che il velivolo “sente” l’arrivo di un missile cerca di evadere sparando in ogni direzione fuochi di magnesio e fosforo mentre gli dirige contro un laser infrarosso. Per la protezione degli aeroporti, visto che i Manpads hanno una portata relativamente ridotta basta calare una “bolla” laser sulle piste e sui corridoi di discesa e arrampicata. Follia pura: i costi di una installazione generalizzata di sistemi di autoprotezione sui velivoli dei paesi più “in vista” (solo negli Usa sono 6.800 e poi ci sono quelli di Gran Bretagna, Israele, Russia e poi ancora Francia, Italia, Germania e così via…), si aggirano sul milione di dollari ad aereo con un costo ventennale della manutenzione specifica di quasi cinquanta milioni che moltiplicato 20.000 obiettivi… Proteggere gli aeroporti a rischio costa meno, forse: 25 milioni (di dollari) ad impianto con un costo annuale sotto il milione e mezzo, qui si tratta di una rete di sensori che rileva l’accensione del motore del missile, ne calcola la traiettoria e lo abbatte con un fascio di radiofrequenza che fa impazzire i circuiti interni. I piazzisti di questo sistema assicurano che è possibile anche “agguantare” i terroristi poiché si identifica chiaramente il punto di lancio. In entrambi i casi questi signori sembra che vengano da un altro pianeta: intorno agli aeroporti ci sono le città, ma anche quando sono in aperta campagna comunque le persone e le cose sarebbero esposte ai falsi allarmi, agli errori di valutazione e ai rischi -basta pensare agli incendi- portati dalle contromisure stesse. Come al solito verrebbe da sorridere, se non si parlasse di cose tanto serie, guardando chi ha presentato i sistemi di protezione più avanzati: le americane Northrop Grumman e… Raytheon.
Categoria: Armi