14/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Secondo gli Usa violenza è in calo, ma i criteri del conteggio non convincono
Finalmente buone notizie dall’Iraq? Alcuni giorni fa, il generale della Coalizione a guida Usa in Iraq, William Caldwell, annunciava che il numero delle uccisioni in Iraq è calato del 50 percento ad agosto, rispetto alle cifre da massacro del mese precedente. “Vediamo dei progressi” dichiarava il generale, citando il dato come una conseguenza dell’operazione di sicurezza lanciata ad agosto dall’esercito Usa, a Baghdad e dintorni. In realtà, i tremila soldati statunitensi schierati a tal fine hanno potuto fare ben poco per contenere la violenza settaria che dilaga ancora nel centro e nel sud del Paese. Il dato, 50 percento di uccisioni in meno, più che un effettivo miglioramento della sicurezza in Iraq, indica un cambiamento nel modo di contare le vittime sia irachene che statunitensi. Al punto che più che di operazione sicurezza si dovrebbe forse parlare di maquillage.
 
L'obitorio di BaghdadL’obitorio. La conta dei morti negli scenari di guerra è sempre un’operazione controversa e le statistiche variano in modo sostanziale tra i dati forniti dall’esercito Usa, dal governo iracheno e dai siti di informazione dei gruppi insorti. Tra le fonti che in questo conflitto si sono rivelate più realistiche c’è sicuramente l’obitorio della capitale, che proprio a luglio aveva impressionato dichiarando di aver ricevuto 1800 corpi di iracheni uccisi. Lo stesso obitorio, durante il mese di agosto, ha ricevuto i corpi di 1500 persone, un po’ meno di luglio, ma non la metà. La scorsa settimana gli ufficiali del ministero della Salute iracheno hanno annunciato un cambio nella comunicazione delle informazioni dell’obitorio della capitale: tutti i dati che riguardano il conteggio delle vittime di azioni violente verranno divulgati esclusivamente dal ministero stesso, che pertanto potrà filtrare o aggiustare le cifre a proprio comodo. A parziale conferma di ciò il fatto che gli addetti all’obitorio che avevano fornito i dati in passato, ad agosto sono stati sostituiti. La maggior parte delle uccisioni di civili degli ultimi mesi è avvenuta per mano delle squadre della morte sciite compromesse con la polizia. Nel nuovo governo iracheno il ministero della Salute è gestito dai fedelissimi del religioso sciita al Sadr che ora, paradossalmente, si troverà a gestire un ufficio addetto alla conta degli eccidi commessi dai suoi stessi uomini.
 
Autobomba. La rete statunitense Cnn ha riportato ieri il contenuto di un briefing del Comando Usa in Iraq, in cui si sostiene che i parametri per contare le vittime in Iraq sono cambiati: l’esercito non conta più nel novero delle morti violente i casi di uccisioni con bombe, mortai, razzi e autobombe. Quello che rimane, sono le sparatorie per strada e le uccisioni dei civili che vengono rapiti e torturati dalle squadre della morte. È contando solo queste ultime vittime che il generale Caldwell ha potuto parlare di un calo del 50 percento delle uccisioni violente. La nuova definizione militare di omicidio è dunque applicabile solo a persone uccise in modo mirato, mentre chiunque sia ucciso, ad esempio, da una bomba, viene considerato vittima di fuoco indiretto. Le nuove statistiche Usa centrano l’obiettivo di fornire ai media degli indicatori in progresso, ma gettano nell’ombra una lunga serie di uccisioni che rimarranno fuori dai conteggi. Il portavoce dell’esercito Usa Barry Johnson, interrogato sulla contraddizione tra le statistiche della coalizione e quelle dell’obitorio, ha dichiarato che l’esercito Usa non intende divulgare nel dettaglio i criteri usati per calcolare il numero delle vittime delle violenze ”per non dare al nemico informazioni utili per migliorare le sue strategie e rendere più efficaci gli attacchi contro di noi”.
 
Diecimila soldati Usa? Nei giorni scorsi Brian Harring, un reporter che si occupa di intelligence Usa, scriveva che anche i dati relativi alle vittime tra i soldati Usa in Iraq vengono filtrati. Le indagini di Harring sono partite da immagini del Military air transport service (Mats ), da cui pare che i corpi di militari Usa immagazzinati nella Base militare dell’aviazione di Dover, siano molto più numerosi delle vittime dichiarate dal ministero della Difesa. Secondo il giornalista le 2671 vittime indicate dal Pentagono si riferiscono solo ai soldati morti sul terreno, anche in questo caso una definizione che esclude molti decessi dal conteggio. Ad esempio non si considerano morti sul terreno i soldati caduti durante il trasporto aereo e quelli deceduti negli ospedali militari in Iraq e non solo. Un gran numero di militari statunitensi infatti sono morti a Landstuhl, in Germania, dove si trova la più grande struttura sanitaria militare al di fuori dagli Usa. Certamente i parenti di tutte queste vittime sono stati avvisati, ma i loro nomi non figurano nell’elenco delle vittime Usa della guerra in Iraq. Harring ipotizza che, partendo dai dati ufficiali, che parlano di 25 mila soldati Usa feriti, di cui15 mila gravi, il totale più verosimile dei soldati Usa caduti in Iraq superi le 10 mila unità.
 

Naoki Tomasini

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