15/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Mille iracheni in 7 mesi hanno cambiato nome per sfuggire alle violenze confessionali
Nessun quartiere in Iraq è al riparo dalle violenze settarie, così gli iracheni cercano in ogni modo di proteggere sé stessi e le proprie famiglie: alcuni si armano, altri lasciano il paese, altri ancora si mettono in fila all’anagrafe.
 
Da Ali a Othman. Edward Wong, il corrispondente per il New York Times in Iraq, racconta di come siano sempre più numerosi gli iracheni che, ogni giorno, cercano di cambiare il proprio nome per scampare alle violenze settarie che da mesi tormentano la popolazione irachena. Sciiti e sunniti in Iraq si distinguono principalmente nei nomi, che si rifanno ai protagonisti dell’islam nell’epoca in cui i due rami della successione al Profeta si divisero, e nei cognomi, che rivelano la provenienza geografica o l’appartenenza tribale. Ali è un tipico nome sciita, come anche Hussein, Jabar o Abbas, mentre tipicamente sunniti sono Othman, Omar, Marwan e, in Iraq, Saddam.
 
Il mausoleo di Samarra, prima e dopo l'attentato di febbraioMille in sette mesi. Dal punto di vista delle confessioni religiose, l’Iraq è grosso modo diviso in tre parti, il nord a maggioranza curda, il centro sunnita e il sud sciita. Ma sul terreno la separazione non è così netta: i sunniti abitano anche nei centri sciiti e viceversa. Alcuni quartieri della capitale, come quello sunnita di Adhamiyah e quello sciita di Khadimiyah, sono uno accanto all’altro. Ma da alcuni mesi le vite dei civili iracheni che sono in minoranza nella propria città sono minacciate dalla violenza dilagante; anche il semplice attraversare un quartiere dell’altra confessione può costare la vita. Nei centri sciiti, i civili sunniti scomparsi sono centinaia: vengono arrestati nella notte dalle squadre della morte  e i loro corpi vengono ritrovati, quasi ogni mattina, con segni di tortura e un colpo di pistola in testa. Ci sono stati anche diversi episodi di gruppi di pellegrini, fermati presso finti posti di controllo e uccisi. Le storie sono innumerevoli, e la conclusione che gli iracheni hanno tratto è che avere un nome sciita in un’area sunnita, o viceversa, è una variabile che in qualunque momento può tramutarsi in una condanna a morte. Così hanno iniziato a nascondere la propria identità inventando degli pseudonimi o chiedendo il cambio della Gensiya, la carta d’identità. Lo conferma il direttore del dipartimento che, nel ministero dell’Interno iracheno, si occupa di emettere i documenti, il Generale Yaseen Tahir al Yasiri.  Al Yasiri ha dichiarato che negli ultimi sette mesi gli iracheni che hanno chiesto di cambiare identità sono stati più di mille.
 
Falsificazioni. Anche il mercato dei documenti falsi è in grande espansione. Un iracheno di Sadr City, dedito da anni alla contraffazione, raccontava al cronista del NY Times che, prima dell’attentato di febbraio contro il  mausoleo di Samarra, le richieste di documenti falsi riguardavano soprattutto i bambini, cui i genitori cercavano di cambiare data di nascita per poterli iscrivere precocemente a scuola. Dopo quell’attacco le violenze confessionali sono esplose in una catena senza fine di vendette e anche il commercio dei documenti falsi ha conosciuto un boom. Il prezzo per un documento falso varia da 7 a 50 dollari, e i nomi considerati più neutrali sono Muhammad e Ahmed. Al Yasiri ha raccontato il suo turbamento di fronte alle richieste degli iracheni che vogliono cambiare nome: “Mi tremano le mani –ha dichiarato- perché mi accorgo che non c’è nulla di sporco o sbagliato nei nomi che vogliono cambiare. Alle volte –continua il responsabile del ministero – consiglio loro di essere pazienti e di attendere prima di cambiare, ma loro mi rispondono che non è possibile perché si trovano in una situazione molto pericolosa”. Un altro mercato in grande crescita è quello delle targhe false, un fenomeno che tocca soprattutto le aree sunnite del centro del Paese. In Iraq circolano diverse storie di persone uccise dai miliziani sciiti solo perché montavano targhe di città dell’Al Anbar, come Falluja, dove pare che molti abitanti abbiano acquistato targhe di Baghdad da usare quando escono dalla provincia.
 
Nouri Al MaikiDa Jawad a Nouri. Il fenomeno dei cambi di nome ha avuto un testimonial eccellente: il premier Al Maliki, che prima di diventare primo ministro si faceva chiamare Jawad, invece di Nouri, il suo vero nome, che lo caratterizzava come sciita. Al Maliki aveva adottato lo pseudonimo al tempo in cui faceva parte della resistenza a Saddam e doveva operare clandestinamente. Ma dalla caduta del Raìs non deve più nascondersi e, a maggio di quest’anno, è tornato ad essere Nouri. Al Maliki ha cambiato nome per gettarsi alle spalle un passato di persecuzioni, mentre centinaia di iracheni stanno pensando di seguirne l’esempio per sfuggire a quelle del presente.
 

Naoki Tomasini

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