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Da Ali a Othman. Edward Wong, il corrispondente per
il New York Times in Iraq, racconta di come siano sempre più numerosi gli
iracheni che, ogni giorno, cercano di cambiare il proprio nome per scampare
alle violenze settarie che da mesi tormentano la popolazione irachena. Sciiti
e
sunniti in Iraq si distinguono principalmente nei nomi, che si rifanno ai
protagonisti dell’islam nell’epoca in cui i due rami della successione al
Profeta si divisero, e nei cognomi, che rivelano la provenienza geografica o
l’appartenenza tribale. Ali è un tipico nome sciita, come anche Hussein, Jabar
o Abbas, mentre tipicamente sunniti sono Othman, Omar, Marwan e, in Iraq,
Saddam.
Mille in sette mesi. Dal punto di vista delle
confessioni religiose, l’Iraq è grosso modo diviso in tre parti, il nord a
maggioranza curda, il centro sunnita e il sud sciita. Ma sul terreno la
separazione non è così netta: i sunniti abitano anche nei centri sciiti e
viceversa. Alcuni quartieri della capitale, come quello sunnita di Adhamiyah e
quello sciita di Khadimiyah, sono uno accanto all’altro. Ma da alcuni mesi le
vite dei civili iracheni che sono in minoranza nella propria città sono minacciate
dalla violenza dilagante; anche il semplice attraversare un quartiere
dell’altra confessione può costare la vita. Nei centri sciiti, i civili sunniti
scomparsi sono centinaia: vengono arrestati nella notte dalle squadre della
morte e i loro corpi vengono ritrovati,
quasi ogni mattina, con segni di tortura e un colpo di pistola in testa. Ci
sono stati anche diversi episodi di gruppi di pellegrini, fermati presso finti
posti di controllo e uccisi. Le storie sono innumerevoli, e la conclusione che
gli iracheni hanno tratto è che avere un nome sciita in un’area sunnita, o
viceversa, è una variabile che in qualunque momento può tramutarsi in una
condanna a morte. Così hanno iniziato a nascondere la propria identità
inventando degli pseudonimi o chiedendo il cambio della Gensiya, la carta
d’identità. Lo conferma il direttore del dipartimento che, nel ministero
dell’Interno iracheno, si occupa di emettere i documenti, il Generale Yaseen
Tahir al Yasiri. Al Yasiri ha dichiarato
che negli ultimi sette mesi gli iracheni che hanno chiesto di cambiare identità
sono stati più di mille.
Da Jawad a Nouri. Il fenomeno dei cambi di nome ha
avuto un testimonial eccellente: il premier Al Maliki, che prima di diventare
primo ministro si faceva chiamare Jawad, invece di Nouri, il suo vero nome, che
lo caratterizzava come sciita. Al Maliki aveva adottato lo pseudonimo al tempo
in cui faceva parte della resistenza a Saddam e doveva operare
clandestinamente. Ma dalla caduta del Raìs non deve più nascondersi e, a maggio
di quest’anno, è tornato ad essere Nouri. Al Maliki ha cambiato nome per
gettarsi alle spalle un passato di persecuzioni, mentre centinaia di iracheni
stanno pensando di seguirne l’esempio per sfuggire a quelle del presente.Naoki Tomasini