11/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Firmata la tregua con i ribelli, ma il governo è sotto accusa
Dopo un’attesa di 13 anni, il gran giorno è arrivato. Alle 17.45 del 7 settembre, nella capitale tanzaniana di Dar es-Salaam, governo e ribelli Hutu delle Forces Nationales de Liberation hanno firmato un cessate-il-fuoco permanente, che mette sostanzialmente fine alla guerra civile cominciata nel 1993 e responsabile di almeno 300 mila morti. Ma i problemi del Burundi  non sono finiti qui: tra voci di un possibile colpo di stato e denunce dell’opposizione, il clima politico sta diventando incandescente.
 
Il presidente burundese Pierre NkurunzizaFesta. “La gente fa festa nelle strade, soprattutto nel distretto di Bujumbura Rural (teatro delle operazioni delle Fnl, n.d.r.)”, racconta a PeaceReporter il giornalista Désiré Hatungimana, di Radio Isanganiro. “Solo stamane, abbiamo ricevuto decine di telefonate di gente che ci contattava per esprimere la sua gioia. Anche se alcune questioni sono state demandate agli incontri futuri, la tregua ha dato alla popolazione molta fiducia nel futuro”. Il più sembra fatto, nonostante gli incontri in Tanzania non abbiano risolto alcuni dei nodi più spinosi, tra i quali la composizione del nuovo esercito, che le Fnl vorrebbero sciogliere. La tregua permanente darà comunque più tempo e più tranquillità alle parti per potersi accordare sugli altri punti, anche se una clausola degli accordi di Dar es-Salaam prevede, secondo quanto reso noto dalla stampa burundese, la conclusione del programma di smobilitazione dei combattenti entro 30 giorni dalla firma.
 
Problemi. Risolta, almeno in parte, la grana guerra civile, in Burundi c’è comunque poco da stare allegri. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate voci di un possibile colpo di stato, organizzato da Domitien Ndayizeye, ex-presidente durante il periodo di transizione, e da Alphonse-Marie Kadege, ex-vicepresidente e membro dell’Union pour le Progrès National. Oltre ai due, le autorità avrebbero arrestato a fine luglio una decina di persone, tra cui politici e giornalisti dell’opposizione. Cosa che ha fatto temere per una possibile deriva autoritaria dell’amministrazione di Pierre Nkurunziza, ex-ribelle eletto presidente l’anno scorso a furor di popolo. Un ulteriore campanello d’allarme sono state le dimissioni, rassegnate lo scorso martedì da Alice Nzomukunda, ormai ex-vice presidente, che denuncia lo scarso rispetto dei diritti umani e la corruzione dilagante nella nuova amministrazione.
 
Un soldato del BurundiScandali. Una serie di scandali ha investito negli ultimi mesi il governo burundese, a cominciare dalla vendita poco chiara di un Falcon 50, l’aereo presidenziale, i cui soldi sembrano aver preso una destinazione diversa da quella delle casse statali. L’Unione Europea ha denunciato la scomparsa di circa 5 milioni di euro dai fondi per la ricostruzione del Paese, e sembra che la Banca Mondiale abbia deciso di congelare gli aiuti al Burundi in attesa che venga fatta luce sulle suddette questioni. “Nonostante la pace, la popolazione non è affatto contenta di Nkurunziza”, conferma Hatungimana. “In un anno non è stato fatto nulla per ridurre la miseria”. E Alexis Sinduhije, direttore di Radio Publique Africaine e tra gli arrestati di luglio, rincara la dose: “Onestamente, dopo quello che mi è successo, non mi interessa nulla del processo di pace. L’unica cosa importante è che questa nazione sta cadendo a pezzi”. 

Matteo Fagotto

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