stampa
invia
Tonnellata più, tonnellata meno. Due settimane fa una petroliera con bandiera messicana si è vista negare l'accesso
in acque turche, riportando così sulle pagine della cronaca Aliaga, cui la nave
era destinata. La Otapan, questo il nome della barca, proveniva dal porto di Amsterdam
e conteneva circa 50 tonnellate di amianto, oltre a una cospicua quantità di altri
materiali contaminati. Nessuna autorità olandese, però, si era premurata di dirlo
al governo turco, sottostimando la quantità di amianto a bordo (1 tonnellata)
e non verificando le reali capacità di smaltimento del porto. Derk Bijvank, membro
di Greenpeace e dell'Ong 'Platform on Shipbreaking', ha sottolineato come il ministro
dell'Ambiente olandese abbia omesso tali stime nell'informare la Turchia sulla
petroliera in arrivo. La Otapan verrà rimandata indietro, e sarà compito dell'Olanda
eliminarla in maniera responsabile e sostenibile per l'ambiente.
In Turchia costa poco. Non è la prima volta che le strade di Greenpeace e di Aliaga s'incontrano. Nell'agosto
del 2000 l'organizzazione ambientalista impedì alle navi della compagnia Petkim
di attraccare in porto, per porre fine alla produzione e all'importazione di cloruro
di polivinile (PVC), uno dei materiali sintetici più inquinanti, la cui lavorazione
produceva liquidi tossici che finivano direttamente nel Mediterraneo. Due anni
più tardi, gli attivisti intercettarono l'imbarcazione francese Sea Beirut, carica
di amianto e di altri materiali nocivi, accusando il Paese transalpino di voler
scaricare illegalmente rifiuti contaminati in terra turca. Erdem Vardar, un funzionario
di Greenpeace, dichiarò che "i costi per lo smantellamento di navi tossiche in
Turchia sono più bassi che nel resto d'Europa poiché nemmeno i requisiti minimi
di sicurezza per la gente e per l'ambiente sono soddisfatti", aggiungendo che "le
pratiche di distruzione delle navi qui sono comparabili a quelle esistenti in
Cina, India e Bangladesh".
Come in India. Effettivamente Aliaga somiglia molto ad altri porti dell'Asia meridionale, come
Alang, in India, dove la demolizione navale è spesso sinonimo di disastro ecologico,
con scorie di vario tipo che vanno ad inquinare le acque e il suolo, contaminando
di conseguenza l'intera catena alimentare. La convenzione di Basilea, in realtà,
proibisce lo smaltimento in Paesi terzi dei materiali nocivi prodotti negli stati
membri dell'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico).
Tuttavia, le motivazioni economiche continuano ad avere la meglio: i proprietari
delle navi provenienti da Paesi occidentali desiderano liberarsi dei loro giocattoli
a prezzi moderati, mentre chi le acquista ricava dal loro smembramento svariati
milioni di euro. Senza il minimo rispetto delle leggi, il processo va avanti da
decenni e tutto questo a danno di aree naturali e intere popolazioni, vittime
inconsapevoli di uno scempio ingiustificato.