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Fallimento. Se qualcuno si era fatto illusioni su una possibile
svolta nel processo di pace, le parole di Alassane Ouattara, rilasciate poche
ore prima del meeting, avrebbero dovuto fargli aprire gli occhi. Il leader di
opposizione si era infatti impegnato a gettare acqua sul fuoco dei facili
entusiasmi, dichiarando come l’incontro mirasse più che altro a mostrare
all’Onu la buona volontà dei soggetti coinvolti, e suggerendo di non aspettarsi
nulla di concreto. Ne è uscito fuori un documento finale annacquato, in cui
vengono evidenziati alcuni trascurabili dettagli tecnici raggiunti dalle parti,
ma dove mancano all’appello le principali questioni da risolvere in vista delle
elezioni.
Senza
opzioni. La palla passa ora all’Onu, che per il 20 settembre
ha previsto una riunione di aggiornamento sulla crisi ivoriana; all’ordine del
giorno, la possibilità di una revisione delle date del processo di pace. In
primis quella delle elezioni, a cui si aggiungono ulteriori problemi: a fine ottobre,
infatti, scadrà anche il mandato supplementare di un anno, concesso al
presidente Gbagbo dall’Onu lo scorso ottobre, proprio in vista del voto. Una
nuova proroga del mandato non sembra fattibile, anche perché gli attuali
soggetti politici hanno dimostrato di non essere in grado di trovare una
soluzione alla crisi. Ma chi mettere al loro posto? Dopo quattro anni di
guerra, le parti difficilmente riuscirebbero ad accordarsi per scegliere una
personalità super partes, visto l’esperimento fallito coll’attuale premier
Charles Konan Banny. E mentre le scadenze si avvicinano, le carte rimaste in
mano all’Onu sono sempre meno. Matteo Fagotto