07/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno cambiato la storia degli Usa
Il momento dell'impatto del secondo aereo sul World Trade CenterGli attentati. La mattina dell’11 settembre 2001, quattro aerei di linea - decollati dalla costa atlantica e diretti in California, con un grande quantitativo di carburante a bordo – furono dirottati da un commando di 19 terroristi mediorientali, di cui 15 sauditi. Due velivoli si schiantarono sulle due torri del World Trade Center di Manhattan, a 16 minuti uno dall’altro. Un terzo aereo precipitò contro il Pentagono, sede del dipartimento della Difesa a Washington. Il quarto jet si schiantò al suolo in un campo della Pennsylvania, dopo una rivolta dei passeggeri a bordo contro i terroristi: si crede fosse diretto contro la sede del Congresso. Nel giro di un’ora e mezza, le due Torri colpite a New York collassarono su se stesse, intrappolando centinaia di soccorritori accorsi sul posto. Altri sei palazzi della zona vennero in seguito demoliti, perché praticamente distrutti dal crollo. In totale, ed esclusi gli attentatori, negli attacchi morirono 2.973 persone, a cui vanno aggiunti altri 24 dispersi. Gli Stati Uniti attribuirono la responsabilità delle stragi ad Al Qaeda, l’organizzazione terroristica guidata da Osama bin Laden, che grazie a un accordo con il regime dei talebani gestiva in Afghanistan diversi campi di addestramento per i suoi membri. Bin Laden inizialmente negò di aver organizzato l’attacco, ma poi ammise di essere coinvolto. Il 7 novembre 2001, gli Usa attaccarono l’Afghanistan.
 
Il libro di Richard ClarkeAccuse, colpe e negligenze. L’amministrazione Bush, e quella precedente di Bill Clinton, fu criticata da più parti per l’incapacità dell’intelligence di sventare gli attentati in tempo. Sibel Edmonds, un’ex traduttrice dell’Fbi, raccontò di aver trovato menzioni di attacchi terroristici nelle intercettazioni che le vennero fatte esaminare dopo le stragi. Dopo gli attentati, quattro vedove di uomini morti nelle Torri, soprannominate “le Jersey girls”, hanno fatto campagna contro Bush – nonostante il loro orientamento repubblicano – appoggiando il candidato democratico John Kerry alle elezioni presidenziali del 2004.
Vari libri furono scritti sull’argomento. Richard Clarke, ex capo dell’antiterrorismo statunitense, accusò Bush di aver ignorato la minaccia di Al Qaeda prima degli attentati, premendo successivamente sui servizi segreti affinché trovassero un legame tra Osama bin Laden e Saddam Hussein, con l’obiettivo di dichiarare poi guerra all’Iraq: cosa che avvenne nel marzo 2003, senza il consenso dell’Onu, per il presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’ex raìs. Nel luglio 2004, la Commissione indipendente sull’11 settembre pubblicò il suo rapporto sugli attentati, nel quale mise in luce l’impreparazione degli Usa ad attentati del genere e raccomandò una riorganizzazione delle agenzie di intelligence. Inoltre, non trovò nessun legame operativo tra l’Iraq e Al Qaeda. E in Iraq le armi di distruzione di massa non sono mai state trovate.
 
La dietrologia. Gli attentati sono stati fonte inesauribile per una ridda di teorie che contestano la versione ufficiale dei fatti. Tra queste, figurano le ipotesi secondo cui le autorità statunitensi erano a conoscenza degli attentati ma non hanno fatto nulla per sventarli, perché funzionali agli interessi di politica estera di Washington; altre teorie vanno ancora più in là, attribuendo all’amministrazione Bush la stessa preparazione delle stragi. I sostenitori di queste teorie mettono in dubbio, in particolare, che a colpire il Pentagono sia stato un aereo di linea, credendo che si sia trattato di un missile. Anche il crollo delle Torri gemelle sarebbe sospetto: secondo una teoria in voga, “l’implosione” dei due grattacieli sarebbe molto simile a quelle provocate da una demolizione controllata. Chi appoggia questa ipotesi cita i pareri di esperti secondo i quali la struttura delle Torri avrebbe dovuto sopportare agevolmente l’impatto dei jet.
 
La copertina del New York Times il 12 settembre 2001Emergenza antiterrorismo. Subito dopo gli attentati, l’amministrazione Bush diede un giro di vite contro chiunque potesse essere sospettato di terrorismo. Le indagini furono dirette in particolare contro gli arabi e i musulmani: circa 80.000 furono schedati con le loro impronte digitali, 8.000 furono interrogati, oltre 5.000 stranieri vennero arrestati ma solo pochi sono stati processati: un recente rapporto ha dimostrato che 9 indagini per terrorismo su 10 non si concludono in un procedimento penale. Ad oggi, solo un uomo è stato condannato (all’ergastolo) per il diretto coinvolgimento negli attentati. Si tratta di Zacarias Moussaoui, considerato “il ventesimo dirottatore”.
Dopo gli attacchi, negli Usa dilagò l’islamofobia e aumentarono le aggressioni contro arabi o chi potesse essere scambiato per loro: ne fecero le spese anche alcuni sikh, presi di mira per il loro caratteristico turbante. In totale, otto persone morirono per attacchi di questo tipo.
Nell’ambito della “guerra al terrorismo”, in Afghanistan l’esercito americano catturò centinaia di miliziani che vennero poi spediti in massa alla base militare di Guantanamo, a Cuba. I detenuti vennero definiti “combattenti nemici” e rinchiusi nel centro di detenzione senza un’accusa precisa, senza accesso a un avvocato né con la possibilità di avere un processo. La costituzionalità dell’operazione è stata contestata da numerosi gruppi per i diritti civili, le cui lamentele sono in gran parte state fatte proprie dalla Corte Suprema di Washington. Ancora oggi, però, centinaia di detenuti sono rinchiusi a Guantanamo. Gli Stati Uniti hanno anche adottato massicciamente la pratica delle “extraordinary renditions”, “consegne straordinarie” di sospetti terroristi a paesi in cui la tortura è ancora applicata, affinché venissero interrogati.
Dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush procedette alla più grande riorganizzazione delle strutture di governo nella storia recente degli Usa, creando il dipartimento per la Sicurezza interna. Il Congresso approvò il Patriot Act, una nuova legge che aumentava i poteri di polizia e di intelligence a scapito della privacy dei cittadini: tra i sospettati di attività terroristiche, furono controllati anche gruppi pacifisti. Di proroga in proroga, molte disposizioni del Patriot Act sono state successivamente rese permanenti. Bush, autodefinitosi “un presidente di guerra”, diede il via anche a un programma di intercettazione delle comunicazioni tra gli Stati Uniti e l’estero, effettuate dalla National Security Agency senza un mandato giudiziario. L’esistenza del programma è venuta alla luce nel dicembre 2005.
 
La nube sprigionata dal crolloLe vittime e le conseguenze per la salute. Numerose associazioni delle vittime sono sorte dopo gli attentati, spesso fortemente critiche verso le scelte dell’amministrazione Bush. Ma di 11 settembre si continua ancora oggi a morire: la nube tossica sprigionata dall’incendio e dal crollo delle Torri fu respirata da decine di migliaia di persone, provocando un’impennata dei problemi respiratori negli anni successivi. Alcune morti sospette hanno già fatto etichettare il fenomeno come “la tosse del World Trade Center”.
 
I due fasci di luce commemorativiGround Zero. Il cumulo di macerie causato dal crollo rimase fumante per cinque mesi. Come un monumento temporaneo alle vittime, periodicamente, a Ground Zero è stato installato un “tributo di luce”, due fasci di luce verticali per simboleggiare le Torri crollate. Sul problema di come ricordare la tragedia in modo appropriato si è svolto un lungo dibattito, risolto con la decisione di costruire il World Trade Center Memorial, che dovrebbe vedere la luce l’11 settembre 2009. Il monumento comprende un parco, due piscine quadrate con cascate, nello spazio che era occupato dalle fondamenta delle Torri. Il complesso ospiterà anche un museo sugli attentati, e sarà adiacente alla Freedom Tower, di cui sono appena state posate le fondamenta. La nuova torre, nelle parole dei costruttori, sarà “una struttura monolitica di vetro che rifletterà il cielo, con in cima un’antenna scolpita”. L’edificio sarà alto 415 metri.
 
Una scena di ''United 93''L’11 settembre al cinema. Dopo gli attentati, lo sgomento e lo choc erano tali che molti prevedevano la fine del genere catastrofico a Hollywood, e in pochi pensavano che in futuro sarebbero stati realizzati film sul “giorno che ha cambiato il mondo”. Dopo un film composto da 11 cortometraggi realizzati da 11 registi di tutto il mondo (“11 settembre 2001”), uscito pochi mesi dopo gli attentati, per anni i registi hanno preferito non affrontare l’argomento, politicamente ancora bollente. Nel 2004 Michael Moore, con il suo “Fahrenheit 9/11”, attaccò la politica del presidente Bush alla vigilia delle elezioni presidenziali, nelle quali Bush vinse attingendo a piene mani dalla retorica del “presidente di guerra”. Nel 2006, infine, sono usciti nelle sale i primi due film espressamente sulla tragedia, pur preferendo concentrarsi su alcune storie personali piuttosto che affrontare gli attentati nel loro complesso. “United 93”, film-documentario di Paul Greengrass, ha ricordato il gesto dei passeggeri del volo precipitato in Pennsylvania, che si ribellarono al dirottamento dell’aereo da parte dei terroristi. “World Trade Center”, di Oliver Stone, racconta la storia di due vigili del fuoco morti nel crollo delle Torri, mentre partecipavano ai soccorsi. 

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità