
Dopo oltre due mesi di negoziati e di tregua nei
combattimenti, guerriglieri waziri e governo pachistano hanno raggiunto oggi un
accordo sulla cessazione definitiva delle ostilità.
La ‘Gran Jirga della Pace’, composta dai capi tribali,
religiosi e militari del Waziristan, ha annunciato che il governo di Islamabad
cesserà
le operazioni militari nella regione, toglierà i posti di blocco dell’esercito
e
libererà tutti i prigionieri di guerra catturati durante il conflitto.
In cambio i capi tribù, gli ulema e i comandanti militari
waziri dovranno garantire la fine degli attacchi contro forze e obiettivi
governativi da parte dei combattenti talebani waziri, la restaurazione
dell’autorità governativa nella regione, la chiusura dei campi d’addestramento
dei talebani che combattono in Afghanistan, lo stop alle incursioni compiute
oltre confine, cioè appunto in Afghanistan, e l’allontanamento di tutti gli
stranieri presenti nella regione, ovvero dei militanti di al Qaeda.
Quattromila morti in
due anni. Se l’accordo reggerà, significherà la fine di una guerra iniziata
nel marzo 2004 e costata la vita di almeno tremila waziri e 950 militari
governativi.
Una guerra segnata da innumerevoli stragi di civili, uccisi
per rappresaglia dall’esercito pachistano (come
la
strage del bazar di Wana, del settembre 2004) o morti nei raid missilistici
della Cia contro i villaggi in cui era segnalata la presenza di esponenti di al
Qaeda (come i
bombardamenti
dello scorso inverno).
Una guerra che il presidente pachistano Pervez Musharraf è
stato costretto a fare dagli Stati Uniti, stanchi dell’ambiguità del governo di
Islamabad, che da una parte si dichiarava un affidabile alleato nella lotta
contro il terrorismo e dall’altra continuava ad ospitare in Waziristan talebani
e capi di al Qaeda, fornendo loro non solo rifugio, ma anche sostegno politico
(per mezzo dei partiti religiosi filotalebani al potere nelle Agenzie Tribali)
e
logistico (per mezzo dei settori più radicali dei potentissimi servizi segreti
militari dell’Isi).
Una guerra ordinata
da Washington. Per soddisfare le richieste di Washington, il generale
Musharraf si è messo contro i settori più fondamentalisti del potere religioso
e militare, senza i quali in Pakistan è difficile governare. Anzi, pericoloso.
In questi anni, Musharraf ha ricevuto non solo durissime critiche – la più
comune: essere un cattivo musulmano che manda l’esercito contro i suoi fratelli
invece che contro gli infedeli americani di cui serve gli interessi, offendendo
non solo l’Islam ma anche la dignità nazionale – ma anche numerosi attentati.
Per questo Musharraf ha sempre cercato il dialogo con i talebani
del Waziristan nella speranza di chiudere il prima possibile questa pericolosa
faccenda. E ora pare ci sia riuscito.
Ma i talebani
rispetteranno davvero gli accordi? Il rischio è che Musharraf, pur di mettere
fine ai combattimenti, abbia accettato un accordo che non verrà mai rispettato
dalla controparte, se non per il cessate il fuoco in quanto tale.
I talebani waziri, infatti, potranno fermare gli attacchi
contro le forze pachistane. Ma è difficile credere che rinunceranno al loro
potere, decretando la fine dello Stato islamico del Waziristan (
proclamato
lo scorso marzo). E ancor più illusorio pensare che smobiliteranno la
retrovia della guerra di resistenza afgana, smettendo di reclutare ragazzi
nelle madrasa locali e di addestrarli nei campi allestiti nella regione e
cessando le incursioni che dal Waziristan vengono lanciate in territorio
afgano. Per non parlare del fatto che caccino via i capi di al Qaeda che
trovano rifugio da queste parti (c’è chi dice al Zawahiri, chi addirittura
Osama Bin Laden).
Il rischio è quindi che la guerra in Waziristan sia finita –
e questa è un’ottima notizia – ma che questa regione non smetterà di essere la
roccaforte dei talebani che combattono in Afghanistan e il rifugio di al Qaeda.
Se così sarà, Washington non tarderà a chiedere a Musharraf un nuovo intervento
armato o a lanciare qualche missile intelligente sui villaggi di pastori
waziri.