04/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Cartagena, capitale colombiana del sesso facile: 2mila bambini sfruttati sessualmente
Cartagena de Indias è una cittadina coloniale sull’oceano Atlantico, protetta da un’alta muraglia possente. Ha viuzze colorate zeppe di negozi e ristoranti alla moda. Piccoli alberghi caratteristici in centro e molti residence fuori le mura, su strisce di sabbia bianca e fine. L’Unesco l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità e la Colombia la considera il suo fiore all’occhiello, lontano dai campi di battaglia dove si combatte una guerra interna che insanguina il paese da oltre 40 anni. Ogni anno un milione di turisti la invadono, novantamila dei quali stranieri. Ma qualcosa freme dietro la facciata multicolore di danzatori e giri in carrozza, di tavolini all’aperto e famiglie a passeggio. È un lato oscuro che tutto opacizza: sfruttamento sessuale dei minori, Aids e droga. Duemila bambini sono coinvolti in un giro di prostituzione che porta con se chili di polvere bianca (la Colombia è il primo produttore al mondo di foglie di coca, pianta dalla quale si ricava la cocaina) e una crescita incontrollabile di sieropositivi. Ragazzini fra i 6 e i 18 anni sono presentati come rinomate attrattive per un turismo sporco e perverso che richiama frotte di uomini soli. Cartagena è il loro paradiso.
Una rete criminale gestisce questo proficuo mercato, tanto che le prestazioni ‘extra’ vengono persino allegate a pacchetti turistici ‘all inclusive’. Il turista fai da te, invece, è abbordato e aiutato da un reticolo di camerieri, addetti alle pulizie dei grandi alberghi e tassisti disponibili e ben remunerati. I più scaltri hanno brochure e album di foto da mostrare al cliente e, se si desidera condire la seratina con cocaina di prima qualità, basta un cenno e arriva direttamente in camera con la bambina.
 
La piazza del Reloj, teatro di loschi traffici notturni. Foto di Matt ShonfeldL'opinione dello psicologo. “L’identikit del turista sessuale in cerca di minori è ormai noto: uomo, fra i 36 e i 60 anni, che viaggia solo o in compagnia di amici dello stesso sesso”, ci spiega Orlando Arcieri Diaz, giovane psicologo del Progetto di Attenzione verso i bambini sfruttati sessualmente a Cartagena, programma gestito dal Comitato italiano per lo sviluppo dei popoli (Cisp) e finanziato anche dal governo italiano. “È statunitense o europeo. Molto spesso italiano – racconta con voce pacata – per questo il vostro paese ha deciso di investire per combattere questa piaga. È una realtà ben strutturata che coinvolge importanti settori della società: un mostro a più teste, che va aggredito da ogni lato, sociale, giuridico e psicologico”. Orlando ha un fare gentile e lo sguardo deciso: “Per sconfiggerlo lavoriamo con la Ong Terres des hommes Losanna e la colombiana Renacer, che ha un centro di recupero psicologico per i minori. Cartagena deve aprire gli occhi. Centinaia di bambini rovinati per sempre, l’Aids che si diffonde fra silenzi e paure. Nei quartieri più poveri i sieropositivi sono quasi la metà. Ed è da lì che provengono le prostitute e l’esercito dei bambini. La gente qui non vuol vedere. C’è troppa miseria, violenza, brutalità. A rendere tutto più tragico e corrotto c’è che viviamo in un paese da oltre 40 anni martoriato da una guerra. Guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) ed Esercito di liberazione nazionale (Eln) combattono contro il governo e i paramilitari che lo sostengono. Sono più di trecentomila le vittime e milioni le persone costrette a sfollare, vagando per il paese o rifugiandosi nelle squallide periferie delle città più ricche e blasonate, proprio come la bella Cartagena”.
 
Mayra e Cindy, le due cugine povere e affamate che vengono sfruttate sessualmente ogni sera per pochi dollari. Foto di Matt ShonfeldVittime dello sfruttamento sessuale minorile. E da lì, dai barrios più malfamati, dove la guerra cova sotto la cenere di loschi traffici e corruzione, arrivano anche Cindy e Mayra, 14 e 17 anni, cugine. Magre, slanciate, nere come la pece. Hanno capelli lunghi forzatamente raccolti in due codine a domarne i ricci ribelli. Lunghi orecchini rosso fuoco per Mayra, ampi cerchi bianchi per l’ingenua Cindy, che strattonando la cugina precisa: “Lei è la mia famiglia. Gli altri? E che ne so”. Le incontriamo nell’elegante piazza del Reloj, cuore pulsante della città a ridosso dell’omonima porta cittadina, ricavata nella cinta muraria. Illuminata da lampioni soffusi, la piazza di notte si trasforma in luogo di innocenti evasioni e di loschi appuntamenti. È in questa zona che Dinory e Orlando, educatori di Renacer, ogni sera escono a distribuire preservativi e a dispensare sorrisi e consigli alle prostitute del parco, appena fuori le mura. “Loro sono adulte, sanno quello che fanno. Non ci resta che sensibilizzarle sui rischi dell’Aids. Ma i bambini dobbiamo cercare di portarli via di qui”. E l’approccio alle piccole anime perse è di dolcezza e rispetto. “E’ un po’ come avvicinare dei randagi – sussurra Dinory, trent’anni, volto aggraziato e pieno di luce -  aggredirli non farebbe che indurli alla fuga. Per farsi ascoltare occorre farsi conoscere”. È la prima volta che avvicinano Mayra e Cindy, ma da settimane le osservano da lontano. Le cugine vivono nel barrio Simon Bolivar, uno dei quartieri  più malfamati della periferia, a mezz’ora di autobus dal centro di Cartagena. Abitano in una stanza spoglia, senza mobilia. “Dormiamo per terra, abbracciate”, continua Cindy, tradendo un sorriso spontaneo che scalfisce la sua iniziale diffidenza. Non abbassare mai la guardia è la loro unica difesa, e la bella e triste Mayra, la più grande, la più consapevole, non le permette distrazioni: le tira continui colpetti sotto il tavolo del bar dove siamo seduti, pur di impedirle di parlare troppo. Sono decise a dar di loro un’immagine ben lungi dalla realtà a tutti coloro che fanno troppe domande. Mai fidarsi. “Noi non facciamo quello che pensate voi – interviene Mayra, risoluta – non lavoriamo con quelle ragazzine con cui ci avete sorpreso poco fa. Chiediamo solo un po’ di cibo. Fra noi chi batte è solo Laura, quella nostra amica laggiù con la maglietta nera. Lei va con i turisti per denaro e compra qualcosa anche per noi. Ma ultimamente ha spesso la febbre e dimagrisce a vista d’occhio. Sarà ammalata di Aids”. L’Aids ne uccide tanti, cibandosi dell’ignoranza e della vergogna dei sieropositivi. Ed è con la scusa di parlare della vita sbagliata dell’amica che finalmente si aprono. “Sono 15 mila pesos all’ora – incalza Cindy – Le bambine non possono pretendere di più. Sono inesperte. La tariffa di una donna navigata è ben più alta, ma come competere con anni di esperienza?”. Per fare sesso con una minorenne a Cartagena si spende l’equivalente di 7 euro all’ora. “In una sola sera Laura riesce a portare a casa anche 50mila pesos”, circa venti euro. Cindy si gingilla con un orecchino mentre parla, sguardo perso nel vuoto. Poi si illumina: “Una curiosità: un bambino italiano quanto chiede?”. Alle due ragazzine sembra impossibile che esistano paesi dove lo sfruttamento minorile è un delitto severamente perseguito e in cui i bambini hanno diritti inviolabili. “Ma se un minore in Italia ha fame cosa fa?”.
 
Mayra e la cugina Cindy in secondo piano. Foto di Matt ShonfeldGiù la guardia. Sono confuse. Mayra è sempre più cupa. A mano a mano abbassa la guardia e la sua tristezza emerge disarmante. “Mia mamma è morta quando avevo 11 anni. Cindy era già sola e abitava con noi. Mio padre è sparito un bel giorno, armato fino ai denti, e non è più tornato. Siamo rimaste con la nonna in un minuscolo villaggio nella selva, conteso fra guerriglia e orde di paramilitari. Morti ammazzati e brutalità erano all’ordine del giorno. Siamo fuggite 4 anni fa”. Quando sono arrivate a Cartagena avevano 13 e 10 anni. Dopo settimane di vita randagia qualche coetaneo ha insegnato loro l’unica maniera per non morire di stenti e da allora non hanno più avuto scelta. Essere sfruttate sessualmente era già un’abitudine fra le mura di casa, adesso sono pagate ed è diventato un lavoro. “Ma l’anima muore – sospira Mayra – non siamo mai felici”. Ha le lacrime agli occhi. “I bambini sfruttati sessualmente non hanno mai conosciuto la fanciullezza, tanto meno quelli che vivono anche in un contesto di guerra e violenza”, le parole di Dinory sono pesanti come macigni. Le pronuncia dopo aver dato l’indirizzo del Centro Renacer a Mayra e Cindy. “Il loro mondo – prosegue - è stato per anni la brutalità di un adulto riversata sulla loro fragilità. Siamo riusciti finora a strappare da questa realtà malata una cinquantina di ragazzi, ma sono tanti quelli che arrivano con un forte desiderio di farla finita. Sono anime segnate per sempre”. Per questo è così importante la prevenzione. Dinory tiene a precisarlo.
 
Dinory, educatrice di Renacer, la Ong colombiana. Foto di Matt ShonfeldUn luogo di speranza. La sede di Renacer è al primo piano di una palazzina appena fuori le mura, nei pressi del parco, ritrovo delle prostitute. È qui che i ragazzi passano le giornate da quando il destino ha messo loro di fronte Dinory e Orlando. Studiano e giocano. Una delle più grandi è Luz, 17 anni e uno sguardo sfuggente. E’ incinta. Vive da sempre con la madre e la sorellina 13enne nei dintorni di Cartagena. “Non ho mai visto la guerra dei kalashnikov che si combatte a pochi chilometri da qui, ma ho conosciuto un’altra violenza”, sospira. Ha tratti orientali sulla pelle olivastra tipica dei colombiani. “Mio padre è coreano. Non l’ho mai conosciuto. Hanno cominciato a violentarmi quando avevo 12 anni. Un uomo venne in casa nostra e chiese il permesso a mia madre, soldi in mano. Lei accettò. Avevamo fame. Da quel momento niente è più stato lo stesso. La nausea è il ricordo più forte. Avevo sempre una gran voglia di vomitare”. Deglutisce, accennando una smorfia di disgusto, poi riprende. “La mia sorellina aveva solo 7 anni quando l’hanno violentata per la prima volta. È grazie a lei che sono qui. È stata avvicinata due anni fa dagli educatori di Renacer che l’hanno invitata al consultorio medico. E’ sieropositiva”. Poi abbassa lo sguardo: “Sono stata con uomini di tutte le età. Anche con stranieri. Sono i più gentili”. Luz è alta e magra. Il suo spagnolo è quasi indecifrabile, ma scandisce: “Adesso l’unica cosa che voglio è un lavoro dignitoso, affinché il mio bambino non sia costretto a fare quanto ho fatto io”. Il sorriso di Orlando, che ascolta in disparte, è incontenibile: “E’ in questo tipo di affermazioni che sono racchiuse le nostre speranze. Finora le madri hanno giocato un ruolo di primo piano nell’indurre alla prostituzione i loro figli. Come se far ricadere sui loro piccoli la pena e il dolore a loro volta subiti le facesse stare meglio. Un circolo vizioso che ha preparato il terreno al turismo sessuale. Il tutto in una società violentemente machista, impoverita e ulteriormente martoriata da una guerra civile lunga e tragica”.
 

Stella Spinelli

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