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L'opinione dello psicologo. “L’identikit del turista sessuale in cerca di minori è ormai noto: uomo, fra
i 36 e i 60 anni, che viaggia solo o in compagnia di amici dello stesso sesso”,
ci spiega Orlando Arcieri Diaz, giovane psicologo del Progetto di Attenzione verso
i bambini sfruttati sessualmente a Cartagena, programma gestito dal Comitato italiano
per lo sviluppo dei popoli (Cisp) e finanziato anche dal governo italiano. “È
statunitense o europeo. Molto spesso italiano – racconta con voce pacata – per
questo il vostro paese ha deciso di investire per combattere questa piaga. È una
realtà ben strutturata che coinvolge importanti settori della società: un mostro
a più teste, che va aggredito da ogni lato, sociale, giuridico e psicologico”.
Orlando ha un fare gentile e lo sguardo deciso: “Per sconfiggerlo lavoriamo con
la Ong Terres des hommes Losanna e la colombiana Renacer, che ha un centro di
recupero psicologico per i minori. Cartagena deve aprire gli occhi. Centinaia
di bambini rovinati per sempre, l’Aids che si diffonde fra silenzi e paure. Nei
quartieri più poveri i sieropositivi sono quasi la metà. Ed è da lì che provengono
le prostitute e l’esercito dei bambini. La gente qui non vuol vedere. C’è troppa
miseria, violenza, brutalità. A rendere tutto più tragico e corrotto c’è che viviamo
in un paese da oltre 40 anni martoriato da una guerra. Guerriglieri delle Forze
armate rivoluzionarie colombiane (Farc) ed Esercito di liberazione nazionale (Eln)
combattono contro il governo e i paramilitari che lo sostengono. Sono più di trecentomila
le vittime e milioni le persone costrette a sfollare, vagando per il paese o rifugiandosi
nelle squallide periferie delle città più ricche e blasonate, proprio come la
bella Cartagena”.
Vittime dello sfruttamento sessuale minorile. E da lì, dai barrios più malfamati, dove la guerra cova sotto la cenere di loschi traffici e corruzione,
arrivano anche Cindy e Mayra, 14 e 17 anni, cugine. Magre, slanciate, nere come
la pece. Hanno capelli lunghi forzatamente raccolti in due codine a domarne i
ricci ribelli. Lunghi orecchini rosso fuoco per Mayra, ampi cerchi bianchi per
l’ingenua Cindy, che strattonando la cugina precisa: “Lei è la mia famiglia. Gli
altri? E che ne so”. Le incontriamo nell’elegante piazza del Reloj, cuore pulsante
della città a ridosso dell’omonima porta cittadina, ricavata nella cinta muraria.
Illuminata da lampioni soffusi, la piazza di notte si trasforma in luogo di innocenti
evasioni e di loschi appuntamenti. È in questa zona che Dinory e Orlando, educatori
di Renacer, ogni sera escono a distribuire preservativi e a dispensare sorrisi
e consigli alle prostitute del parco, appena fuori le mura. “Loro sono adulte,
sanno quello che fanno. Non ci resta che sensibilizzarle sui rischi dell’Aids.
Ma i bambini dobbiamo cercare di portarli via di qui”. E l’approccio alle piccole
anime perse è di dolcezza e rispetto. “E’ un po’ come avvicinare dei randagi –
sussurra Dinory, trent’anni, volto aggraziato e pieno di luce - aggredirli non
farebbe che indurli alla fuga. Per farsi ascoltare occorre farsi conoscere”. È
la prima volta che avvicinano Mayra e Cindy, ma da settimane le osservano da lontano.
Le cugine vivono nel barrio Simon Bolivar, uno dei quartieri più malfamati della periferia, a mezz’ora di autobus dal
centro di Cartagena. Abitano in una stanza spoglia, senza mobilia. “Dormiamo per
terra, abbracciate”, continua Cindy, tradendo un sorriso spontaneo che scalfisce
la sua iniziale diffidenza. Non abbassare mai la guardia è la loro unica difesa,
e la bella e triste Mayra, la più grande, la più consapevole, non le permette
distrazioni: le tira continui colpetti sotto il tavolo del bar dove siamo seduti,
pur di impedirle di parlare troppo. Sono decise a dar di loro un’immagine ben
lungi dalla realtà a tutti coloro che fanno troppe domande. Mai fidarsi. “Noi
non facciamo quello che pensate voi – interviene Mayra, risoluta – non lavoriamo
con quelle ragazzine con cui ci avete sorpreso poco fa. Chiediamo solo un po’
di cibo. Fra noi chi batte è solo Laura, quella nostra amica laggiù con la maglietta
nera. Lei va con i turisti per denaro e compra qualcosa anche per noi. Ma ultimamente
ha spesso la febbre e dimagrisce a vista d’occhio. Sarà ammalata di Aids”. L’Aids
ne uccide tanti, cibandosi dell’ignoranza e della vergogna dei sieropositivi.
Ed è con la scusa di parlare della vita sbagliata dell’amica che finalmente si
aprono. “Sono 15 mila pesos all’ora – incalza Cindy – Le bambine non possono pretendere
di più. Sono inesperte. La tariffa di una donna navigata è ben più alta, ma come
competere con anni di esperienza?”. Per fare sesso con una minorenne a Cartagena
si spende l’equivalente di 7 euro all’ora. “In una sola sera Laura riesce a portare
a casa anche 50mila pesos”, circa venti euro. Cindy si gingilla con un orecchino
mentre parla, sguardo perso nel vuoto. Poi si illumina: “Una curiosità: un bambino
italiano quanto chiede?”. Alle due ragazzine sembra impossibile che esistano paesi
dove lo sfruttamento minorile è un delitto severamente perseguito e in cui i bambini
hanno diritti inviolabili. “Ma se un minore in Italia ha fame cosa fa?”.
Giù la guardia. Sono confuse. Mayra è sempre più cupa. A mano a mano abbassa la guardia e la
sua tristezza emerge disarmante. “Mia mamma è morta quando avevo 11 anni. Cindy
era già sola e abitava con noi. Mio padre è sparito un bel giorno, armato fino
ai denti, e non è più tornato. Siamo rimaste con la nonna in un minuscolo villaggio
nella selva, conteso fra guerriglia e orde di paramilitari. Morti ammazzati e
brutalità erano all’ordine del giorno. Siamo fuggite 4 anni fa”. Quando sono arrivate
a Cartagena avevano 13 e 10 anni. Dopo settimane di vita randagia qualche coetaneo
ha insegnato loro l’unica maniera per non morire di stenti e da allora non hanno
più avuto scelta. Essere sfruttate sessualmente era già un’abitudine fra le mura
di casa, adesso sono pagate ed è diventato un lavoro. “Ma l’anima muore – sospira
Mayra – non siamo mai felici”. Ha le lacrime agli occhi. “I bambini sfruttati
sessualmente non hanno mai conosciuto la fanciullezza, tanto meno quelli che vivono
anche in un contesto di guerra e violenza”, le parole di Dinory sono pesanti come
macigni. Le pronuncia dopo aver dato l’indirizzo del Centro Renacer a Mayra e
Cindy. “Il loro mondo – prosegue - è stato per anni la brutalità di un adulto
riversata sulla loro fragilità. Siamo riusciti finora a strappare da questa realtà
malata una cinquantina di ragazzi, ma sono tanti quelli che arrivano con un forte
desiderio di farla finita. Sono anime segnate per sempre”. Per questo è così importante
la prevenzione. Dinory tiene a precisarlo.
Un luogo di speranza. La sede di Renacer è al primo piano di una palazzina appena fuori le mura, nei
pressi del parco, ritrovo delle prostitute. È qui che i ragazzi passano le giornate
da quando il destino ha messo loro di fronte Dinory e Orlando. Studiano e giocano.
Una delle più grandi è Luz, 17 anni e uno sguardo sfuggente. E’ incinta. Vive
da sempre con la madre e la sorellina 13enne nei dintorni di Cartagena. “Non ho
mai visto la guerra dei kalashnikov che si combatte a pochi chilometri da qui,
ma ho conosciuto un’altra violenza”, sospira. Ha tratti orientali sulla pelle
olivastra tipica dei colombiani. “Mio padre è coreano. Non l’ho mai conosciuto.
Hanno cominciato a violentarmi quando avevo 12 anni. Un uomo venne in casa nostra
e chiese il permesso a mia madre, soldi in mano. Lei accettò. Avevamo fame. Da
quel momento niente è più stato lo stesso. La nausea è il ricordo più forte. Avevo
sempre una gran voglia di vomitare”. Deglutisce, accennando una smorfia di disgusto,
poi riprende. “La mia sorellina aveva solo 7 anni quando l’hanno violentata per
la prima volta. È grazie a lei che sono qui. È stata avvicinata due anni fa dagli
educatori di Renacer che l’hanno invitata al consultorio medico. E’ sieropositiva”.
Poi abbassa lo sguardo: “Sono stata con uomini di tutte le età. Anche con stranieri.
Sono i più gentili”. Luz è alta e magra. Il suo spagnolo è quasi indecifrabile,
ma scandisce: “Adesso l’unica cosa che voglio è un lavoro dignitoso, affinché
il mio bambino non sia costretto a fare quanto ho fatto io”. Il sorriso di Orlando,
che ascolta in disparte, è incontenibile: “E’ in questo tipo di affermazioni che
sono racchiuse le nostre speranze. Finora le madri hanno giocato un ruolo di primo
piano nell’indurre alla prostituzione i loro figli. Come se far ricadere sui loro
piccoli la pena e il dolore a loro volta subiti le facesse stare meglio. Un circolo
vizioso che ha preparato il terreno al turismo sessuale. Il tutto in una società
violentemente machista, impoverita e ulteriormente martoriata da una guerra civile
lunga e tragica”. Stella Spinelli