Anche oggi, 5 dicembre 2003, tre iracheni e un soldato americano sono stati uccisi
dall'esplosione di un ordigno nella zona meridionale di Baghdad. La polizia irachena
ha aggiunto che l'esplosione ha ferito anche sedici persone. Lo scoppio e' avvenuto
nella zona di un mercato vicini alla moschea al Samarria, nel quartiere meridionale
al Jadida di Baghdad. Per avere un quadro della situazione in Iraq, PeaceReporter
ha raggiunto telefonicamente un operatore umanitario italiano che ha chiesto di
rimanere anonimo per motivi di sicurezza
Quali sono le sensazioni di uno straniero a Baghdad in questo momento?
Dipende dal tipo di straniero, ovviamente. Penso che le sensazioni possono essere
differenti rispetto alla nazionalità e al tipo di lavoro che fai. Le sensazioni
che può provare un marine americano sono sicuramente diverse dalle mie, volontario
in una organizzazione italiana. Lui si sente straniero venuto a combattere una
guerra e quindi è un “target” rispetto a dei nemici. Io mi sento uno straniero
venuto in un Paese dove c’è la guerra e quindi “target” di una violenza diffusa,
sia da una parte che dall’altra.
Per la popolazione c’è differenza tra il trovarsi di fronte un americano o un
cittadino di un altro Paese, o vengono percepiti nella stessa maniera?
Forse prima qualche differenza c’era, ora non più. Diciamo però che quando un
esercito si camuffa da “aiuto umanitario”, è difficile per chi ha realmente portato
un aiuto alla popolazione non venire scambiato per “esercito” a sua volta. Ultimamente
iniziamo ad avere problemi anche noi, anche se viaggiamo con macchine che evidenziano
la nostra attività. Per una sorta di convenzione le auto degli operatori umanitari
sono sempre bianche, ma succede sempre più spesso che i militari della coalizione
si muovano in borghese, armati fino ai denti, in auto bianche. Spesso poi si vedono
in giro per l’Iraq delle autobotti con la dicitura “aiuto umanitario” sulle fiancate
in mezzo a colonne militari. Questo genera una sovrapposizione pericolosa per
noi. La settimana scorsa siamo stati circondati dalla folla a Al Mussaif, tra
Baghdad e Kerbala e, quando gli autisti hanno detto che eravamo italiani, la risposta
è stata “stessa merda”. Siamo riusciti ad allontanarci con difficoltà.
Quante volte ti chiedi se ne vale la pena?
A volte mi capita…non puoi non chiedertelo quando ti trovi di fronte a difficoltà
che ti sembrano insormontabili e che ti pesano, non ti fanno dormire sereno fino
a quando non trovi uno spiraglio di uscita e allora ti ci butti dentro, dimenticandoti
perfino di dormire e spesso anche di mangiare. Ne vale veramente la pena? Penso
che la vita vada vissuta facendo quello che ritieni giusto…vale sempre la pena
di viverla fino in fondo. Si, se credi che sia giusto, ne vale la pena.
Quali misure di sicurezza adottate?
Dalle comuni misure dettate dal buon senso a quelle un po’ più avanzate. Dipende
da dove ti trovi. A Baghdad oggi vanno adottate le misure di una città in guerra:
lontani dalle finestre, luci abbassate e tende tirate, rispetto del coprifuoco,
girare il meno possibile, un telefono sempre attivo in tasca e avere qualcuno
che segue i tuoi movimenti. Ultimamente abbiamo iniziato a usare, specialmente
durante gli spostamenti in zone poco sicure, dei giubbotti antiproiettile, ben
sapendo che questi non ti possono proteggere fino in fondo.
Rispettare tutte questi accorgimenti, quanto influisce sulla tua vita?
La cambiano in maniera sostanziale. Non è bello sentirsi un bersaglio. La libertà
di movimento è limitata e poi c’è la paura che, se non diventa un limite, è un
ottimo deterrente per evitare di fare passi falsi o di mettersi nei guai.
Nonostante tutte le difficoltà, riuscite a ottenere comunque dei risultati?
Noi continuiamo a svolgere il nostro lavoro come sempre. Siamo in Iraq dal 1995
e il nostro programma va avanti e si espande addirittura verso sud, a Kerbala,
con la costruzione di un nuovo centro chirurgico. Bisogna privilegiare i bisogni
della popolazione che solo le organizzazioni non governative conoscono fino in
fondo, soprattutto ora che l’Onu è andata via. Per questo i fraintendimenti sul
termine “aiuto umanitario” mettono a rischio il lavoro di anni. Non è possibile
confondere la componente umanitaria con quella militare.
Quanto è cambiato l’Iraq dopo la fine dei bombardamenti?
I bombardamenti non sono affatto finiti. A Baghdad, a Kirkuk e a Tikrit, gli
aerei americani stanno ancora attaccando gli oppositori armati della coalizione,
ma inevitabilmente finiscono per colpire anche i civili. Sembra che i media ubbidiscano
a ordini che impongono di descrivere la situazione tranquilla e sotto controllo
e che la democrazia, passo dopo passo, s’impone. Balle. La situazione è assolutamente
fuori controllo. Nel Kurdistan iracheno, fino ad ora considerato una zona “sotto
controllo”, dai mercati di armi sono scomparse le pistole. La gente non compra
più i kalashnikov, perché troppo visibili, ma tutti girano con le pistole sotto
le giacche. Un curdo, dopo quindici anni in Italia, è tornato ad Erbil, in Iraq,
e si dice sorpreso del livello di tensione che si registra tra la popolazione.
Prima non era così. Il traffico sembra impazzito, ci si azzuffa per nulla e subito
si tirano fuori le armi. La criminalità è sempre più diffusa. L’elettricità, in
molte parti del Paese, è ancora una chimera e la benzina, in uno dei paesi più
ricchi al mondo di petrolio, è introvabile. Non funzionano né gli acquedotti né
le fognature. La sanità e la sicurezza non sono garantite in nessun punto del
Paese.
Cosa è cambiato nella vita della popolazione?
Spesso si registrano reazioni sorprendenti da parte delle persone: sono contente
di essersi liberati di una dittatura opprimente, ma non comprendono perché gli
americani e tutti gli altri ora non se ne vadano. Vogliono solo tranquillità.
Si lamentano che tutte le carceri si siano svuotate e tutti i criminali, detti
“ali baba”, scorazzino per il Paese saccheggiando, uccidendo e rapendo la gente.
Trovi che l’opposizione armata alle truppe della coalizione raccolga simpatie
tra la popolazione?
C’è chi rimpiange Saddam?
Si. Qui la gente sta imparando sulla propria pelle a distinguere tra quelli che
sono veri atti di terrorismo e che imputano a elementi stranieri presenti nel
Paese, da quelli che considerano atti di resistenza. Con tutte le loro divisioni
interne, sciiti e sunniti, sono stanchi di vedere una occupazione militare, spesso
arrogante e violenta. Qualcuno arriva addirittura a rimpiangere Saddam, ma non
tutti quelli che attaccano le forze della coalizione sono nostalgici. Per esempio
anche tra i curdi, notoriamente avversi al passato regime, si sta diffondendo
un senso di fastidio per il governo provvisorio. Chiedono più potere da distribuire
tra gli iracheni.