
A dicembre del 2003, presso la Sala Stampa del Senato italiano, è stato presentato
un documentario intitolato “
Il ritorno degli Aarch”. Gli autori sono il giornalista italiano Michelangelo Severgnini e quello algerino
Karim Metref . Il video è distribuito dal settimanale
Carta. Racconta di un Algeria meno conosciuta, quella della regione chiamata Cabilia.
La storia di un popolo fiero, ma soprattutto la storia di un’amicizia.
“Il titolo fa riferimento agli Aarch che sono il centro di gravità delle comunità
cabile”, spiega Karim. “i cabili si autogovernano in comunità fondate su un’appartenenza
territoriale, non familiare. Ogni gruppo di villaggi che si lega per tradizione
a una stessa area, viene governato dal Tajmaat, consiglio di adulti di sesso maschile.
Applicano il Tufiq, codice tradizionale condiviso dalla comunità. Eleggono due
rappresentanti, che non costano nulla alla comunità, per rappresentarli. L’unione
di tutti questi delegati da vita agli Arch “.
Karim è un cabilo e, assieme a Michelangelo, racconta nel video la rivolta della
regione nell’aprile del 2001.
“Ho capito che dovevo fare qualcosa per la mia gente mentre mi trovavo a Parigi.
La Cabilia era insorta, l’esercito algerino sparava sulla folla e più di 100 cabili
erano stati uccisi. Sembrava che non interessasse a nessuno.” Così Karim ricorda
quei giorni della primavera del 2001. “Ho telefonato a mia madre e lei mi ha detto
di essere preoccupata per mio fratello piccolo. Non riusciva a tenerlo in casa,
correva per le strade a manifestare. Ho capito la profondità della rivolta quando,
per dirmi che il piccolo era con i miei fratelli, ha usato il termine kifah, quello
che si usava per indicare i partigiani durante la guerra di liberazione contro
i francesi”.
L’Algeria viveva un momento di fortissima tensione socio-politica. Il governo
del presidente Abdelaziz Boutleflika stava affrontando l’esasperazione degli algerini.
Disoccupazione, richiesta di riforme, libertà di stampa, i ricchi proventi del
petrolio che finivano sempre nelle stesse tasche e la popolazione civile vittima
di violenze quotidiane dovute agli scontri tra esercito governativo e integralisti
islamici del GIA. Il malcontento esplode in Cabilia, come sempre nella storia
di questo paese. Ma qual è la particolarità di questa regione dell’Algeria?
“La Cabilia è la terra dei cabili, di origine berbera. Nell’Algeria centro-settentrionale,
a est di Algeri. Tra le montagne e il mare.La abitano da sempre. Da prima degli
arabi. La nostra cultura ha resistito a tutte le invasioni”, dice Karim con orgoglio.
I cabili hanno sempre lottato senza paura per difendere la loro cultura e le
loro tradizioni dal tentativo di arabizzazione del governo centrale. La storia
ricorda tante rivolte berbere, soprattutto quella del 1980, ma anche una sostanziale
convivenza con gli altri algerini.
Nell’aprile del 2001 hanno detto basta. Non chiedevano più solo il riconoscimento
dell’identità culturale e della loro lingua, ma un Paese democratico.
“Mentre passeggiavo per Milano mi sono imbattuto in un manifesto. Parlava di
un grande Festival Internazionale per la Gioventù e gli Studenti, ad Algeri, verso
la fine di luglio del 2001. Avevo sentito degli scontri tra polizia e manifestanti
in Cabilia e pensavo che andarci sarebbe stata un’ottima occasione per saperne
di più” racconta invece Michelangelo. E continua:
“arrivato lì, la grande delusione: tenevano tutte le delegazioni, provenienti
da ogni parte del mondo, praticamente recluse in un residence. Ogni giorno in
autobus, sotto scorta armata, ci portavano dagli alloggi allo Stadio Olimpico
di Algeri dove, con gran parate di autorità ufficiali, si svolgeva il Festival.
Non avevamo nessun contatto con l’esterno e, la cosa che mi colpì di più, fu la
totale assenza di delegazioni di ragazzi algerini! Dovevo inventarmi qualcosa.”
Raccogliendo informazioni su Internet, Michelangelo contatta una ragazza algerina del Raj, movimento degli studenti universitari algerini. “Mi promisero di farmi
conoscere la vera Algeria e di portarmi in Cabilia.”racconta Michelangelo. “Proprio
in quei giorni un corteo di 100mila manifestanti era stato fermato alle porte
della capitale. Volevano impedirgli di manifestare rovinando l’immagine di progresso
ed efficacia che si voleva dare dell’Algeria al mondo con il Festival, per il
quale il governo aveva speso milioni di dollari. Il problema era uscire dal residence.
Mi vergogno un po’ a raccontarlo, ma ho inventato di dover chiamare urgentemente
a casa per la salute di mia madre. Le guardie hanno abboccato e mi hanno fatto
uscire. Dopo un po’ ero in viaggio per Tizi-Ouzou, capitale della Cabilia, dopo
aver superato un check-point dell’esercito, con molta fortuna.”
Gli scontri, seppur con meno intensità, erano ancora in corso, “allora ho cercato
di mettermi in contatto con la stampa italiana – continua Severgnini- sicuro che
avrebbero voluto far sapere a tutti cosa accadeva in Cabilia. La polizia reprimeva
con inaudita violenza le manifestazioni spontanee che nascevano nelle strade,
senza un vero coordinamento politico e in modo assolutamente pacifico.
Ho sbattuto contro un muro di totale indifferenza.”
Karim e Michelangelo sono molto diversi, ma tutti e due sconvolti dal silenzio
che avvolgeva quello che accadeva in Algeria. Tutti e due con la voglia di raccontarlo.
“Ci siamo conosciuti per caso a Milano, grazie a degli amici comuni”, racconta
Karim, “abbiamo parlato di quello che era successo e abbiamo deciso di fare qualcosa…ci
siamo intesi in un attimo. Pochi mesi dopo siamo partiti e abbiamo girato questo
documentario”.
“Adesso la situazione è più tranquilla, ma fin quando non ci saranno le riforme,
può precipitare da un momento all’altro”, conclude Karim.
Michelangelo e Karim, nel loro documentario, ci conducono alla scoperta di un
popolo fiero e antico, attraverso un racconto che ci presenta un problema poco
conosciuto dell’Algeria, ma che soprattutto racconta di una bella amicizia che
è nata dall’indifferenza del mondo dell’informazione.