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Solo immigrati qualificati. L’idea del governo Blair, non ancora ufficializzata ma lasciata trapelare alla
stampa, è di applicare a Romania e Bulgaria lo stesso sistema in uso per gli immigrati
provenienti dai paesi extraeuropei: permettere il soggiorno solo a chi può dimostrare
di avere le competenze lavorative che servono alle aziende britanniche. Una laurea
e una specializzazione costituirebbero bonus decisivi. In pratica, si formerebbe
così un collo di bottiglia che limiterebbe in modo drastico i nuovi arrivi, perché
pochi migranti avrebbero i requisiti necessari. Se non si facesse così, per i
sostenitori della nuova politica, l’ingresso nella Ue dei due paesi porterebbe
a un’immigrazione di massa: 200mila rumeni e 80mila bulgari verrebbero a cercare
lavoro in Gran Bretagna, secondo il gruppo Migration Watch. Messe insieme, Romania e Bulgaria porteranno nell’Europa unita altri 30 milioni
di abitanti e il loro prodotto interno lordo (Pil) pro capite è più basso rispetto
agli altri otto Paesi dell’est entrati nella Ue nel 2004. Se il Pil pro capite
di quelli era si fermava al 45 per cento della media europea, per Romania e Bulgaria
la ricchezza media si ferma al 30 per cento della media Ue.
La reazione di Bucarest. Le autorità rumene non hanno preso bene il voltafaccia di Londra. In un’intervista
all’International Herald Tribune, il presidente Traian Basescu ha detto che la Romania non intende essere trattata
come “un cittadino di seconda classe”, e ha cercato di calmare le paure britanniche
di un arrivo in massa di lavoratori rumeni. Secondo Basescu, la forte crescita
economica della Romania tratterrà in futuro i giovani dal cercare lavoro all’estero.
“L’aumento dei salari nel settore privato è esponenziale e la Romania, specie
nel settore delle costruzioni, non ha abbastanza forza lavoro disponibile. Crediamo
che questo rappresenterà un incentivo a restare”, ha detto. Ma l’ottimismo del
presidente rumeno sembra eccessivo, o almeno prematuro. Molti rumeni vivono ancora
con meno di 200 euro al mese, e si calcola che già oggi almeno il 10 percento
della popolazione rumena lavori all’estero, principalmente in Spagna e in Italia.
Porte sempre più chiuse. Secondo le normative di Bruxelles, i paesi Ue hanno il diritto di imporre restrizioni
ai lavoratori dei nuovi stati membri, ma solo per sette anni. Nel 2004, quando
l’Unione si è allargata a 10 paesi, di cui 8 ex comunisti, solo la Gran Bretagna,
l’Irlanda e la Svezia hanno mantenuto una politica di porte aperte alla nuova
forza lavoro. Ora, il cambio di politica da parte del governo Blair trova molti
favori anche da parte dell’opposizione.Alessandro Ursic