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Alle 9:30 di mattina del primo settembre di due anni fa, 60 terroristi
ceceni – non 32 com’è stato sempre detto – presero in ostaggio 1.200 persone, tra alunni,
maestre e genitori, nella scuola numero 1 di Beslan, nella repubblica russa
dell’Ossezia del Nord.
La verità è venuta a
galla. Ma fin dall’inizio, sopravvissuti e testimoni raccontarono un’altra
verità, oggi confermata da un rapporto di 700 pagine stilato da Yuri Saveliev,
scienziato russo esperto di esplosivi interpellato della commissione d’inchiesta
della Duma russa. Secondo lo studio di Saveliev – basato su centinia di
interviste, fotografie e filmati, e pubblicato pochi giorni fa – a sparare per
primi furono i militari russi: due granate incendiarie termobariche ‘RPO-A’ lanciate
sul tetto della palestra, che collassò provocando il primo massacro. Gli altri
ostaggi,
oltre cento, vennero trucidati dai colpi dell’artiglieria russa, che impiegò
carri armati ed elicotteri da guerra. Pochissimi furono quindi gli ostaggi uccisi
dai terroristi.
Ma Putin continua a
negare. Il Cremlino, che in questi due anni ha sempre censurato ogni
versione dei fatti diversa dalla verità ufficiale, ha definito il rapporto “una
deliberata falsificazione dei fatti”.
Intanto la guerra in
Cecenia continua. Nel frattempo, la mente del sequestro, il leader ceceno
Shamil Basayev, è stato ucciso il 10 luglio dalle forze russe. Ma la guerra in
Cecenia tra indipendentisti islamici e truppe russe – che prosegue da ormai 12
anni e che ha ucciso 300 mila ceceni e almeno 25 mila soldati russi – non è
finita. Bombardamenti aerei, scontri a fuoco, agguati, rappresaglie contro i
civili, rastrellamenti, rapimenti, torture, esecuzioni extragiudiziali sono l’infernale
realtà in cui la Cecenia continua a vivere ogni giorno.Enrico Piovesana