01/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un documentario sulla guerra in Libano di 25 anni fa. Anche se sembra ieri
Scritto per noi da
Stefano Barazzetta
 
Era il 1982 e con l'operazione "Pace in Galilea" si dava inizio alla guerra del Libano.
 
il regista David BenchetritRefusenik. La guerra in Libano non fu solo contraddistinta dalla violenza degli scontri militari: con essa ebbe inizio su larga scala il fenomeno dei "refusenik", ovvero di quegli israeliani che chiamati in servizio si rifiutarono di indossare l'uniforme sulla base di obiezioni morali alla guerra e al modo in cui essa veniva combattuta dall’Idf, l'esercito di Israele, noto anche com Tsahal. E' a questo particolare aspetto del conflitto israeliano-libanese che è dedicata l'ultima opera di David Benchetrit, “Dear father, quiet, we are shooting”, presentata all'ultimo Sarajevo Film Festival nella sezione Panorama Documentaries. Benchetrit, classe 1954, decano dei documentaristi israeliani con oltre 20 film all'attivo e docente e mentore di molti tra i giovani cineasti israeliani, è stato nel 1973 uno dei primi obiettori di coscienza di Israele, ai tempi della Guerra del Kippur, e ci consegna un'opera intrisa della passione civile che ha sempre contraddistinto le sue azioni. Il titolo del film fa riferimento a uno slogan in uso in Israele, che “suggerisce” l'inopportunita' di muovere critiche all’estabilishment nel momento in cui il Paese si trova in guerra.
 
Quiet, we are shooting. Il documentario racconta attraverso le parole di cinque obiettori le motivazioni che portarono alla nascita del movimento e il coraggio di centinaia di giovani che accettarono di mettere in discussione uno dei dogmi dello Stato ebraico: lo status morale di Tsahal. Il regista sceglie le voci a cui affidarsi tra i membri dell'élite del Paese: si tratta sia di storici esponenti del movimento pacifista israeliano che di veterani di guerra, tra i quali anche il celebre Yoel Petersberg, eroe dell’aviazione israeliana espulso dalle Forze Armate in seguito alla crisi di coscienza che lo portò a rifiutarsi di partecipare a operazioni a Gaza e nella West Bank. “Non sono un pacifista - dichiara Petersberg nel film - sono nato combattente e rimango un combattente, e ritengo che esistano guerre giuste, che meritino di essere combattute. Ma sono disposto a combattere solo in una guerra che sia giusta e che sia condotta secondo la legalità. E' questo che mi ha portato a decidere di rifiutarmi di combattere nei Territori”.
 
la locandina del Sarajevo Film FestivalIncoerenza pacifista. La parte forse più sorprendente del documentario è quella in cui si accusa parte del movimento pacifista israeliano di essere incoerente, e di essere stato inconsapevole strumento delle aggressive politiche di Israele: “E' incredibile - ha dichiarato Benchetrit al termine della proiezione - come gli stessi giovani che manifestavano a decine di migliaia contro la guerra fossero pronti a obbedire alla chiamata alle armi e a ritrovarsi alla guida di un tank nel giro di poche ore”. “Non do credito alla sinistra israeliana - ha dichiarato il regista - ed è semplice capire il perché, se pensate all’atteggiamento di molte organizzazioni pacifiste: non vedo un’azione coerente ed efficace”. Un altro degli obiettori intervistati nel film dichiara “Io non sono mai andato in guerra, non ho mai prestato servizio, e rifiuto l'atteggiamento di chi - come molti tra i pacifisti israeliani - ritiene che l'aver partecipato ad azioni militari dia un maggior status morale alle proprie argomentazioni: come se l'essere stati in guerra ed aver partecipato ad azioni che si considerano crimini possa poi conferire a chi le ha compiute una purezza che non aveva prima di compierle. E' assurdo”.
 
Parallelismi. Intervenendo sulle analogie e le differenze tra la guerra dell’82 e l'attuale crisi, Benchetrit ha sottolineato come “Israele questa volta è stato aggredito, e questo ha compattato l’opinione pubblica: ma la reazione di Israele non è stata razionale, al contrario è stata del tutto irrazionale, eccessiva. Detto questo, non credo che da parte israeliana si trattasse di un’operazione pianificata, credo che le cose siano precipitate man mano che le operazioni proseguivano”. Il regista ha espresso le sue perplessità sull'eventuale intervento italiano sotto l'egida delle Nazioni Unite: “Si tratta di una missione molto rischiosa, non credo che sappiano bene a cosa stanno andando incontro. Hezbollah non scherza, e neanche Tsahal. Dovranno stare molto attenti”. Il quadro della società israeliana tracciato da Benchentrit è a tinte scure, ma il regista si dichiara ottimista: “Ho speranze per il futuro, credo che le cose possano cambiare. Oggi più del 60 percento degli israeliani è a favore della costituzione di uno Stato palestinese: qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. E ho fiducia nei palestinesi: credo che siano pronti a fare la loro parte nel processo di pace, se e quando se ne darà loro la possibilità”.
"Dear father, quiet, we are shooting" è un'opera forte e controversa, che in Israele ha suscitato reazioni vivaci - soprattutto all'interno della sinistra pacifista - ma che si fissa in maniera indelebile negli occhi e nel cuore dello spettatore e del cittadino: un documento fondamentale per capire uno dei nodi della società israeliana.
 
Categoria: Guerra
Luogo: Libano