Un documentario sulla guerra in Libano di 25 anni fa. Anche se sembra ieri
Scritto per noi da
Stefano Barazzetta
Era il 1982 e con l'operazione "Pace in Galilea"
si dava inizio alla guerra del Libano.
Refusenik. La guerra in Libano non fu solo contraddistinta
dalla
violenza degli scontri militari: con essa ebbe inizio su larga scala il
fenomeno dei "refusenik", ovvero di quegli israeliani che chiamati in
servizio si rifiutarono di indossare l'uniforme sulla base di obiezioni
morali
alla guerra e al modo in cui essa veniva combattuta dall’Idf,
l'esercito di Israele, noto anche com Tsahal. E' a questo particolare
aspetto del conflitto
israeliano-libanese che è dedicata l'ultima opera di David Benchetrit,
“Dear father, quiet, we are
shooting”, presentata all'ultimo Sarajevo Film Festival nella
sezione Panorama Documentaries. Benchetrit, classe 1954, decano dei
documentaristi israeliani con oltre 20 film all'attivo e docente e
mentore di
molti tra i giovani cineasti israeliani, è stato nel 1973 uno dei primi
obiettori di coscienza di Israele, ai tempi della Guerra del Kippur, e
ci
consegna un'opera intrisa della passione civile che ha sempre
contraddistinto
le sue azioni. Il titolo del film fa riferimento a uno slogan in uso in
Israele, che “suggerisce” l'inopportunita' di muovere critiche
all’estabilishment nel momento in cui il Paese si trova in guerra.
Quiet, we are
shooting. Il documentario racconta attraverso le parole di cinque obiettori
le motivazioni che portarono alla nascita del movimento e il coraggio di
centinaia di giovani che accettarono di mettere in discussione uno dei dogmi
dello Stato ebraico: lo status morale di Tsahal. Il regista sceglie le voci a
cui affidarsi tra i membri dell'élite del Paese: si tratta sia di storici
esponenti del movimento pacifista israeliano che di veterani di guerra, tra i
quali anche il celebre Yoel Petersberg, eroe dell’aviazione israeliana espulso
dalle Forze Armate in seguito alla crisi di coscienza che lo portò a rifiutarsi
di partecipare a operazioni a Gaza e nella West Bank. “Non sono un pacifista
-
dichiara Petersberg nel film - sono nato combattente e rimango un combattente,
e ritengo che esistano guerre giuste, che meritino di essere combattute. Ma
sono disposto a combattere solo in una guerra che sia giusta e che sia condotta
secondo la legalità. E' questo che mi ha portato a decidere di rifiutarmi di
combattere nei Territori”.
Incoerenza pacifista. La parte forse più sorprendente del documentario è quella in
cui si accusa parte del movimento pacifista israeliano di essere incoerente, e
di essere stato inconsapevole strumento delle aggressive politiche di Israele:
“E' incredibile - ha dichiarato Benchetrit al termine della proiezione - come
gli stessi giovani che manifestavano a decine di migliaia contro la guerra
fossero pronti a obbedire alla chiamata alle armi e a ritrovarsi alla guida di
un tank nel giro di poche ore”. “Non do credito alla sinistra israeliana - ha
dichiarato il regista - ed è semplice capire il perché, se pensate
all’atteggiamento di molte organizzazioni pacifiste: non vedo un’azione coerente
ed efficace”. Un altro degli obiettori intervistati nel film dichiara “Io non
sono mai andato in guerra, non ho mai prestato servizio, e rifiuto
l'atteggiamento di chi - come molti tra i pacifisti israeliani - ritiene che
l'aver partecipato ad azioni militari dia un maggior status morale alle proprie
argomentazioni: come se l'essere stati in guerra ed aver partecipato ad azioni
che si considerano crimini possa poi conferire a chi le ha compiute una purezza
che non aveva prima di compierle. E' assurdo”.
Parallelismi. Intervenendo sulle analogie e le differenze
tra la guerra
dell’82 e l'attuale crisi, Benchetrit ha sottolineato come “Israele
questa
volta è stato aggredito, e questo ha compattato l’opinione pubblica: ma
la
reazione di Israele non è stata razionale, al contrario è stata del
tutto
irrazionale, eccessiva. Detto questo, non credo che da parte israeliana
si
trattasse di un’operazione pianificata, credo che le cose siano
precipitate man
mano che le operazioni proseguivano”. Il regista ha espresso le sue
perplessità
sull'eventuale intervento italiano sotto l'egida delle Nazioni Unite:
“Si
tratta di una missione molto rischiosa, non credo che sappiano bene a
cosa
stanno andando incontro. Hezbollah non scherza, e neanche Tsahal.
Dovranno
stare molto attenti”. Il quadro della società israeliana tracciato da
Benchentrit
è a tinte scure, ma il regista si dichiara ottimista: “Ho speranze per
il
futuro, credo che le cose possano cambiare. Oggi più del 60 percento
degli israeliani è a favore della costituzione di uno Stato
palestinese: qualcosa
di impensabile fino a pochi anni fa. E ho fiducia nei palestinesi:
credo che
siano pronti a fare la loro parte nel processo di pace, se e quando se
ne darà
loro la possibilità”.
"Dear father, quiet, we are shooting" è un'opera
forte e controversa, che in Israele ha suscitato reazioni vivaci - soprattutto
all'interno della sinistra pacifista - ma che si fissa in maniera indelebile
negli occhi e nel cuore dello spettatore e del cittadino: un documento
fondamentale per capire uno dei nodi della società israeliana.