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Brigate
sufi a Kirkuk. Pochi
giorni prima anche un’altra comunità di sufi, questa volta di Kirkuk, nel nord
dell’Iraq, aveva annunciato la propria adesione alla guerriglia antiamericana
e
antisciita. Anche in questo caso si tratta di mistici islamici appartenenti
all’ordine di Qaddiryya, uno dei più antichi gruppi di sufi, il cui nome deriva
proprio da Abdul Qadir Jilani, il più importante maestro nell’epoca di maggiore
diffusione del sufismo, dopo l’anno mille. Quest’altro gruppo è composto da
curdi di al Hawiyah, una cittadina a sud ovest di Kirkuk.
Secondo un sito internet vicino alla guerriglia irachena, Mafkarat al Islam, la
scorsa settimana il capo della confraternita di Kirkuk, lo sceicco Abd ar Rahim
al Qadiri, ha ordinato ai suoi fedeli di interrompere le preghiere e chiudere
i
Tekiya, i luoghi di incontro, per costituire una nuova comunità, dedita questa
volta al combattimento: la Brigata della Jihad di Abdul Qadir al Jilani. Lo
sceicco Abd ar Rahim al Qadiri, che è un Murshid, una guida spirituale, ha
dichiarato che la confraternita inizierà a combattere contro gli americani,
contro il governo iracheno fantoccio, ma soprattutto contro gli sciiti delle
Brigate Badr e dell’esercito del Mahdi, che negli ultimi tempi hanno esteso le
loro attività criminose anche alla zona di Kirkuk. Le due milizie sciite sono
tra i maggiori responsabili delle cosiddette violenze settarie che hanno
provocato una lunga scia di morti tra la popolazione sunnita a Baghdad e nel
sud del Paese.
Sufi e milizie sciite. Dopo l’invasione statunitense
la città di Kirkuk è stata contesa tra la popolazione araba sunnita e
turcomanna che vi risiedeva e i curdi che vi ritornavano in massa (a diciott'anni
dalle
deportazioni della campagna di Anfal, quella per cui in questi giorni viene
processato Saddam Hussein) per riconquistare la maggioranza in città. Apparentemente,
dopo un periodo di quiete, a Kirkuk è tornata la violenza, e anche le milizie
sciite hanno deciso di dire la loro per assicurarsi una fetta di potere sulla
città, una delle più ricche di petrolio. Dall’inizio dell’anno, le violenze delle
milizie sciite,
oltre a concentrarsi sulla popolazione sunnita, hanno anche preso di mira tutte
le parti della società che, a loro modo di vedere, contrastano con la shari’ah.
A loro vanno ascritte le stragi di sportivi iracheni, di docenti, avvocati,
commercianti di liquori e altri generi occidentali. Ora nella lista sono entrati
anche i sufi che, pur essendo musulmani, lo sono in un’accezione decisamente
poco ortodossa, tant’è vero che sono molti i cristiani e gli ebrei iracheni che
in passato hanno abbracciato l’islam attraverso gli insegnamenti di al Qadiri,
la cui tomba si trova a Baghdad.
Popolartà in calo. Dal 2003 a oggi la
popolarità dei sufi in Iraq è andata
calando, specie negli ambienti più ‘caldi’, per via delle posizioni da loro
assunte, come il principio del ritiro dalla vita sociale e l’accettazione
dell’occupazione statunitense come un dato di fatto contro cui è superfluo
combattere. Le confraternite sufi avevano manifestato il disinteresse per la
resistenza armata anche all’indomani dell’operazione militare che distrusse
mezza Falluja nel 2004. E anche quando vennero attaccati luoghi santi per i sufi,
come la moschea di Khalil al-Fayyad, non ci fu solidarietà pubblica nei loro
confronti, come se l’indifferenza dei mistici rispetto alle condizioni di vita
della popolazione avesse alienato la simpatia verso il sufismo in toto. Secondo
la fonte, in passato ci sarebbero stati diversi tentativi, da parte delle
milizie sciite, di corteggiare le confraternite sufi, nel tentativo di
dividerle dal resto della popolazione sunnita. I sufi di Kirkuk e quelli
dell’Anbar, invece, hanno deciso di far parte della guerriglia sunnita per
opporsi sia alle violenze delle squadre della morte sciite, che loro
considerano alleate degli Usa, sia all’influenza dell’Iran, che le sostiene e
indirizza con l’intenzione di dividere il Paese. Naoki Tomasini