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Il rifugio. Dal 15 agosto, la donna è ospite di una chiesa metodista di Humboldt Park a
Chicago, un quartiere a larga prevalenza messicana e portoricana. Ha con sé il
figlio Saul, 7 anni, cittadino statunitense perché nato negli Usa. Ma lei, arrivata
negli Stati Uniti nel 1997 passando illegalmente il confine (dopo esser stata
ricacciata indietro qualche giorno prima), rimane tuttora una clandestina. Nel
2002, quando puliva le cabine degli aerei all’aeroporto di Chicago, un raid anti-immigrazione
la portò allo scoperto. E’ stata condannata per aver lavorato con un falso numero
della Social Security, e per questo – oltre ad aver perso ogni speranza di cittadinanza
– avrebbe dovuto presentarsi all’Ufficio immigrazione del dipartimento per la
Sicurezza Interna. Per essere espulsa. Lei non lo ha fatto, e automaticamente
è diventata una fuggitiva, come altri 600mila immigrati nella sua stessa situazione.
Ma ha sfidato il sistema rifugiandosi nella chiesa.
Irruzione possibile. Il fatto di essersi rifugiata in una chiesa non la mette al riparo dalla legge,
e la polizia ha lo stesso potere di arrestarla lì come lo avrebbe se fosse per
strada. Lei comunque sfida le autorità: “Se la Sicurezza Interna deciderà di inviare
i suoi agenti in un luogo sacro, saprò che Dio vorrà che io, con il mio esempio,
mostri l’odio e l’ipocrisia dell’attuale amministrazione”, ha detto, aggiungendo
di avere con sé una telecamera per filmare il momento del suo arresto. L’Ufficio
immigrazione ha però ammesso che non ha intenzione di fare irruzione nella chiesa,
per non fare della Arellano una martire.
Il dilemma di una nazione. Quindi, lo stallo continua, e probabilmente finirà con un’espulsione forzata
quando sulla storia si saranno spenti i riflettori. Ma intanto, così come molti
hanno abbracciato la sua causa, la Arellano si è anche attirata una massa di critiche.
Inevitabilmente, in gran parte dall’America bianca. Chicago è divisa: il sindaco
democratico Daley difende la donna (“Bisogna capire la sua storia, non è solo
un numero”), mentre il quotidiano Chicago Tribune ha preso posizione contro di lei. Sui blog è muro contro muro: c’è chi la invita
a tornare in Messico con il figlio, e chi ricorda che gli Usa sono un paese di
immigrati. Chi sarebbe disposto a farla restare, ma facendole pagare le tasse
e restituire i sussidi di cui ha goduto finora, e chi vorrebbe ricacciare tutti
i messicani oltreconfine. Comunque andrà a finire, la Arellano riassume su di
sé tutte le divisioni sulle politiche di immigrazione negli Usa, il dilemma ancora
irrisolto da Washington: se bisogna privilegiare i valori familiari, o il rispetto
delle regole. Con una popolazione ispanica in forte crescita, il volto futuro
degli Stati Uniti dipenderà anche da questa scelta. Alessandro Ursic