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Il disastro. Il 29 agosto 2005, quando gli argini che la proteggevano dal lago Pontchartrain
si ruppero in più punti, il 75 percento della superficie di New Orleans venne
sommerso, diventando un enorme bacino. In alcune zone l’acqua superava i 4 metri
di profondità. Decine di migliaia di residenti, rimasti a New Orleans nonostante
gli inviti a lasciare la città e per mancanza di un piano di evacuazione adeguato,
rimasero intrappolati. Furono colpite in particolari le fasce più povere, in prevalenza
afro-americane. Molte persone si rifugiarono nel Superdome, il palazzo dello sport
che diventò un gigantesco bivacco. Circa 32mila furono soccorse solo dopo aver
passato giorni sui tetti delle loro case, o sulle superstrade non raggiunte dall’acqua.
Per la scarsa programmazione e la lentezza dei soccorsi, ognuno trovò un colpevole
diverso: l’amministrazione Bush, la governatrice della Louisiana, il sindaco di
New Orleans. Per asciugare la città, furono pompati quasi un miliardo di litri
d’acqua per 53 giorni.
Un anno dopo. Oggi, a New Orleans vivono tra le 220mila e le 235mila persone, contro i 485mila
residenti di prima. La gran parte degli sfollati – per l’80 percento afro-americani
– è ancora in Texas, bloccata in prefabbricati e altre abitazioni di fortuna.
Altri hanno trovato posto in Georgia, alcuni stanno cercando di rifarsi una vita
a migliaia di chilometri dalla loro città. Piano piano, i turisti stanno ritornando,
anche perché nel Quartiere Francese i danni sono stati limitati. Ma vaste zone
di New Orleans sono tuttora città fantasma, con case e veicoli abbandonati, cumuli
di detriti ancora coperti dal fango. Tornare alla normalità è dura, per molti
impossibile. Anche se c’è la volontà di farlo. Ma se non ci sono le persone, manca
anche il lavoro, specie nei servizi. In un recente sondaggio effettuato intervistando
gli sfollati che sono ritornati nelle loro case, il 15 percento ha detto di volersene
andare. Un altro 15 percento ha dichiarato che gli piacerebbe restare, ma che
forse sarà costretto a trasferirsi.
I problemi. Non è un solo un problema di case disponibili e di lavoro che non c’è. “New
Orleans è ancora in terapia intensiva”, ha scritto nel suo blog Bill Quigley,
un professore alla Loyola University. “Voi non vedete la situazione delle nostre
istituzioni, dell’acqua, dell’elettricità, degli ospedali, delle scuole, del sistema
giudiziario...Abbiamo ancora problemi gravi. Come noi, probabilmente vi starete
chiedendo: dove sono andati i soldi che ci avevano promesso?”. Dei 25 miliardi
di dollari destinati alla città, ne sono arrivati solo 117 milioni. In Louisiana,
più di 100mila proprietari di case sono in lista d’attesa per gli aiuti alla ricostruzione:
finora non hanno ricevuto un dollaro. Un rapporto del Partito democratico ha rivelato
che il 70 percento dei contratti per la ricostruzione è stato assegnato, senza
una gara d’appalto, a compagnie vicine all’amministrazione Bush. Intanto, a New
Orleans la corrente elettrica raggiunge solo metà delle abitazioni. Nel Lower
Ninth Ward, uno dei quartieri più poveri e più danneggiati, manca ancora l’acqua
potabile. La rete idrica della città fa letteralmente acqua da tutte le parti:
il quotidiano Times-Picayune ha scoperto che, ogni 100 litri pompati nelle tubature, 62 vengono persi. Centinaia
di abitanti sostengono di soffrire di problemi respiratori nuovi dopo il disastro.
Benché messo in dubbio da alcuni medici, il fenomeno è già stato battezzato “la
tosse di Katrina”.
La riparazione dei danni. E con la stagione degli uragani in corso, cosa succederebbe se la città fosse
investita da un’altra Katrina? L’esercito ha ricostruito e rinforzato 350 chilometri
di argini, ma ha anche avvertito che le protezioni potrebbero non essere ancora
sufficienti per una tempesta di forte intensità. Ci vorranno “diversi anni”, ha
detto un portavoce del Genio militare, prima che New Orleans – costruita sotto
il livello del mare – disponga della protezione necessaria. Katrina ha lasciato
una cicatrice anche sulla fiducia della gente – non solo degli abitanti di New
Orleans – nella capacità degli Usa di fronteggiare un altro disastro naturale.
In un sondaggio dei giorni scorsi, il 57 percento ha detto di credere che il paese
non è preparato adeguatamente a un’eventualità del genere. L’uragano ha danneggiato
anche l’immagine di Bush, la cui percentuale di consenso è iniziata a calare proprio
dopo il passaggio di Katrina. Ancora oggi, il 51 percento degli statunitensi pensa
che la risposta del presidente al disastro sia stata insufficiente.
Alessandro Ursic