29/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un anno dopo l'uragano Katrina, la città deve ancora riprendersi
Un anno dopo l’allagamento di New Orleans, con ancora milioni di persone che gli rimproverano di essersi mosso troppo tardi, stavolta George W. Bush ci sarà. Il presidente passerà la giornata di oggi, martedì 29 agosto, nella città della Louisiana diventata il simbolo del passaggio dell’uragano Katrina, che solo qui causò quasi 1.500 morti. Che situazione troverà? Una città che si è ripopolata per metà, ma che in molte zone vede ancora i segni della distruzione e dell’abbandono. Che ha fatto molto per evitare un disastro simile in futuro, ma che rimane impreparata. Che ha visto straordinarie storie di sacrificio e volontà, ma che ha perso la fiducia nelle istituzioni. E che, proprio per questo, per buona parte dell’opinione pubblica rimane una macchia nera dell’amministrazione Bush.
 
New Orleans allagataIl disastro. Il 29 agosto 2005, quando gli argini che la proteggevano dal lago Pontchartrain si ruppero in più punti, il 75 percento della superficie di New Orleans venne sommerso, diventando un enorme bacino. In alcune zone l’acqua superava i 4 metri di profondità. Decine di migliaia di residenti, rimasti a New Orleans nonostante gli inviti a lasciare la città e per mancanza di un piano di evacuazione adeguato, rimasero intrappolati. Furono colpite in particolari le fasce più povere, in prevalenza afro-americane. Molte persone si rifugiarono nel Superdome, il palazzo dello sport che diventò un gigantesco bivacco. Circa 32mila furono soccorse solo dopo aver passato giorni sui tetti delle loro case, o sulle superstrade non raggiunte dall’acqua. Per la scarsa programmazione e la lentezza dei soccorsi, ognuno trovò un colpevole diverso: l’amministrazione Bush, la governatrice della Louisiana, il sindaco di New Orleans. Per asciugare la città, furono pompati quasi un miliardo di litri d’acqua per 53 giorni.
 
Un anno dopo. Oggi, a New Orleans vivono tra le 220mila e le 235mila persone, contro i 485mila residenti di prima. La gran parte degli sfollati – per l’80 percento afro-americani – è ancora in Texas, bloccata in prefabbricati e altre abitazioni di fortuna. Altri hanno trovato posto in Georgia, alcuni stanno cercando di rifarsi una vita a migliaia di chilometri dalla loro città. Piano piano, i turisti stanno ritornando, anche perché nel Quartiere Francese i danni sono stati limitati. Ma vaste zone di New Orleans sono tuttora città fantasma, con case e veicoli abbandonati, cumuli di detriti ancora coperti dal fango. Tornare alla normalità è dura, per molti impossibile. Anche se c’è la volontà di farlo. Ma se non ci sono le persone, manca anche il lavoro, specie nei servizi. In un recente sondaggio effettuato intervistando gli sfollati che sono ritornati nelle loro case, il 15 percento ha detto di volersene andare. Un altro 15 percento ha dichiarato che gli piacerebbe restare, ma che forse sarà costretto a trasferirsi.
 
I problemi. Non è un solo un problema di case disponibili e di lavoro che non c’è. “New Orleans è ancora in terapia intensiva”, ha scritto nel suo blog Bill Quigley, un professore alla Loyola University. “Voi non vedete la situazione delle nostre istituzioni, dell’acqua, dell’elettricità, degli ospedali, delle scuole, del sistema giudiziario...Abbiamo ancora problemi gravi. Come noi, probabilmente vi starete chiedendo: dove sono andati i soldi che ci avevano promesso?”. Dei 25 miliardi di dollari destinati alla città, ne sono arrivati solo 117 milioni. In Louisiana, più di 100mila proprietari di case sono in lista d’attesa per gli aiuti alla ricostruzione: finora non hanno ricevuto un dollaro. Un rapporto del Partito democratico ha rivelato che il 70 percento dei contratti per la ricostruzione è stato assegnato, senza una gara d’appalto, a compagnie vicine all’amministrazione Bush. Intanto, a New Orleans la corrente elettrica raggiunge solo metà delle abitazioni. Nel Lower Ninth Ward, uno dei quartieri più poveri e più danneggiati, manca ancora l’acqua potabile. La rete idrica della città fa letteralmente acqua da tutte le parti: il quotidiano Times-Picayune ha scoperto che, ogni 100 litri pompati nelle tubature, 62 vengono persi. Centinaia di abitanti sostengono di soffrire di problemi respiratori nuovi dopo il disastro. Benché messo in dubbio da alcuni medici, il fenomeno è già stato battezzato “la tosse di Katrina”.

La riparazione dei danni. E con la stagione degli uragani in corso, cosa succederebbe se la città fosse investita da un’altra Katrina? L’esercito ha ricostruito e rinforzato 350 chilometri di argini, ma ha anche avvertito che le protezioni potrebbero non essere ancora sufficienti per una tempesta di forte intensità. Ci vorranno “diversi anni”, ha detto un portavoce del Genio militare, prima che New Orleans – costruita sotto il livello del mare – disponga della protezione necessaria. Katrina ha lasciato una cicatrice anche sulla fiducia della gente – non solo degli abitanti di New Orleans – nella capacità degli Usa di fronteggiare un altro disastro naturale. In un sondaggio dei giorni scorsi, il 57 percento ha detto di credere che il paese non è preparato adeguatamente a un’eventualità del genere. L’uragano ha danneggiato anche l’immagine di Bush, la cui percentuale di consenso è iniziata a calare proprio dopo il passaggio di Katrina. Ancora oggi, il 51 percento degli statunitensi pensa che la risposta del presidente al disastro sia stata insufficiente.

Alessandro Ursic

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