Nelle prigioni nigeriane, troppi detenuti in attesa di un processo che non arriva mai
scritto per noi da
Angela Zanella
In Nigeria ci sono quasi 40.500 persone in carcere, su una
popolazione di circa 131,8 milioni. In Italia i detenuti sono di più, in
percentuale: quasi 61.300 persone su una popolazione di 56,3 milioni. Il
governo nigeriano, all'inizio del 2006, ha annunciato l'ennesimo avvio di un
Programma di Decongestionamento delle Prigioni: entro la fine dell'anno,
saranno rilasciati 10.000 detenuti. Il progetto è diventato attivo in questi
giorni, ma il vero problema delle carceri della Nigeria non è il
sovraffolamento.
Reverendo Williams. Le prigioni nigeriane sono tristemente famose in
tutto il mondo, e il numero dei detenuti è forse il male minore, nonostante si
possa arrivare, soprattutto in passato, a incastrare anche 59 persone in una
cella predisposta a ospitarne 15, come è successo al reverendo Solomon
Olumuyiwa Kayode Williams. Williams oggi ha 52 anni e da 18 è direttore
generale di una Ong, la Prison Rehabilitation Mission International (Premi), in
passato, però, in prigione c'è stato davvero, per 10 anni, dai 16 ai 26. Si era
da poco avvicinato a un gruppo di giovani che lo avevano colpito per l'aspetto
curato e distinto, diverso da quello dei suoi coetanei, ma che in realtà erano
banditi. Quando la madre l'aveva saputo aveva avvisato la polizia, forse non
sapendo che in Nigeria si rischia la pena capitale per una rapina a mano
armata. La famiglia di Williams gli è stata vicina e alla fine lui se l'è
cavata con 10 anni, in cui ha imparato a conoscere bene le prigioni del suo
paese. Quando è uscito, ha vissuto su di sé le difficoltà del reinserimento
nella società, la diffidenza, il distacco. Per questo ha fondato la sua Ong,
che ha giocato un ruolo importante nel progetto di riforma del sistema
carcerario avviato quest'anno, in collaborazione con il Nigeria Prison Service,
il ministero degli Interni nigeriano e l'Ufficio delle Nazioni unite contro la
droga e il crimine (Unodc).
Vita carceraria. Prima di tutto, è stata formata una commissione
che ha visitato tutte le prigioni federali, una ad una, documentando anche
l'esperienza di alcuni detenuti. Il presidente Olusegun Obasanjo non ha bisogno
di leggere i rapporti della commissione per sapere come stanno le cose: ha
trascorso lui stesso tre anni in prigione. Durante la dittatura del leader Sani
Abacha (1993-1998) Obasanjo aveva criticato il regime di violare i diritti
umani dei nigeriani, ed era finito in carcere accusato di voler organizzare un
golpe. E’ stato liberato solo dopo la morte di Abacha, nel 1998. Obasanjo sa
dello sporco, dei servizi igienici introvabili, della mancanza di letti e
materassi, della scarsità del cibo (in quantità e qualità); sa quanto è alto il
rischio di ammalarsi, e morire, in carcere, soprattutto di tubercolosi. Sa
della violenza e della corruzione dei poliziotti e dei "provocatori",
il cui nome è un ossimoro perchè il loro compito è evitare disordini: in cambio
le guardie li dotano di pistole e possono abusare a piacimento degli altri
prigionieri. L'aspetto più sconcertante, però, è un altro: almeno 25.000
detenuti, circa il 65 percento della popolazione carceraria, è in attesa di
giudizio, con tempi che oscillano in media tra i cinque e i dieci anni. Su di
loro non grava nessuna condanna e, spesso, nessuna accusa: sono centinaia
coloro che potrebbero non subire mai nessun processo, perchè la polizia ha
perso i loro dossier. L'Italia, da parte sua, detiente il record europeo in
materia di custodia cautelare, sia per numero di detenuti (20.442, secondo i
dati più recenti) sia in percentuale, pari al 16 percento del totale.
La riforma. In gennaio il governo nigeriano ha annunciato
l'avvio di un Progetto di decongestione delle prigioni che prevede il rilascio,
entro la fine dell’anno, di 10.000 detenuti, in carcere per reati minori e in
attesa di processo da un periodo compreso tra i tre e i dieci anni. Ora il
progetto è diventato operativo e i primi carcerati sono stati liberati. Per
altri 15.000, invece, la faccenda è più complicata perchè, come spiega Bayo
Ojo, ministro della Giustizia, molti di loro sono accusati di rapina a mano
armata, un reato molto grave in Nigeria. Il progetto prevede che chi viene
rilasciato venga ospitato per due anni in una delle sei “case di transizione”
che verranno costruite, dove dovrà seguire un percorso di riabilitazione e
imparare un mestiere, prima di potersi considerare libero a tutti gli effetti.
Il reverendo Williams è soddisfatto, ma non nasconde che non basta per
risolvere il problema: uno dei fattori fondamentali, secondo la sua opinione,
è
formare in modo diverso il personale carcerario, insegnando a trattare i
detenuti come essere umani. E insiste sull’assitenza dopo il rilascio, perchè
un ex carcerato non ha un posto dove andare, la società e anche la sua famiglia
spesso lo rifiutano, e se non gli si offre una possibilità di cambiare, finisce
per commettere un nuovo reato e tornare in prigione. Occorre dunque pianificare
bene l’operazione e predisporre le diverse strutture: per poter gestire al
meglio la situazione il rilascio sarà scaglionato. Il progetto è ambizioso e i
fondi sono stati raccolti tra diversi partner: l’8 agosto è stato organizzato
nella sede locale delle Nazioni unite di Abuja, la capitale, un evento di
sensibilizzazione verso l’iniziativa, e il 24 agosto i fondi raccolti sono
confluiti nell’International Conference Centre della capitale, una società
statale che si occupa di finanziare progetti: si parla di almeno 50 milioni di
dollari. In Nigeria, però, serve soprattutto una riforma del sistema
giudiziario, occorre renderlo più veloce e attivo, evitando le investigazioni
senza fine, usate come motivo per trattenere in carcere presunti colpevoli, ma
anche possibili innocenti. I magistrati dovrebbero essere competenti e onesti,
ma la corruzione è radicata. Il 26 agosto a Port Harcourt, nel sud del paese,
si è svolta la Conferenza annuale dell’ordine degli avvocati nigeriani, i quali
hanno chiesto al governo delle riforme, in particolare riguardo ai magistrati,
perchè ritengono che rimandare troppo a lungo un processo sia
anticostituzionale, così come far tornare in carcere l’accusato perché non si
conosce la giurisdizione relativa al reato in causa. Acuni carcerati vengono
tenuti in prigione per estorcere denaro a loro o alla propria famiglia, e altri
finiscono dimenticati in una cella troppo affollata, ad aspettare.