28/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



A dieci giorni dal cessate il fuoco il punto su ricostruzione e sfollati in Libano
E' deciso, l'Onu manderà in Libano circa 7000 caschi blu sotto il comando francese.  Le regole d'ingaggio sono state definite, e prevedono una ampia autonomia dei graduati sul luogo. I soldati, secondo le indiscrezioni trapelate, potranno utilizzare la forza (le armi) con relativa facilità per ottenere gli scopi della missione e per difendersi da eventuali attacchi. L'Italia, secondo le prime dichiarazioni, investirà in questa operazione i soldi non più spesi in Iraq. Tra i 200 e 300 milioni di euro all'anno. Tra qualche mese, poi toccherà all'Italia gestire una situazione estremamente delicata e complessa.
 

Sfollati. Trentaquattro giorni di bombardamenti israeliani sul Libano hanno spinto oltre settecentomila persone a lasciare le proprie abitazioni nelle aree più intensamente colpite, come le città del sud di Bint Jbeil, i sobborghi di Tiro, Beirut e i villaggi nella valle della Bekaa. In molti casi le evacuazioni dei centri sono state caldeggiate dallo stesso esercito israeliano, che ha gettato volantini avvertendo in anticipo di molti attacchi, salvo poi colpire indiscriminatamente le auto che viaggiavano verso nord o est, verso la Siria. Secondo le prime stime delle Nazioni Unite nelle due settimane seguite al cessate il fuoco, la gran parte degli sfollati ha abbandonato i rifugi. Alcuni si trovano ancora in due delle molte scuole adibite a rifugio a Beirut, tremila sono ancora sfollati in altre zone del Paese e circa 250 mila hanno scelto di fuggire all’estero. Tutti gli altri hanno trovato una nuova sistemazione in Libano: qualcuno ha fatto affidamento sui legami familiari allargati, altri avevano una seconda casa, altri ancora hanno usato i fondi dell’indennizzo offerto da Hezbollah, per pagare una nuova dimora. Il programma di indennizzi di Hezbollah è partito il 14 di agosto, subito dopo il cessate il fuoco, e ha già distribuito denaro a numerose famiglie: da nove a dodicimila euro a seconda dei casi, erogati con fondi provenienti da donatori africani, sudamericani, statunitensi e, inevitabilmente, iraniani.
 
Ricostruzione. Alcuni donatori stranieri, oltre a sostenere le spese per i rimborsi dati da Hezbollah alla popolazione, si sono direttamente offerti di ricostruire le zone più colpite. Paesi come il Qatar, che si accollerà le spese per ricostruire i villaggi, distrutti per oltre il 60 percento, di Bint Jbeil e Khiam. O privati, come una compagnia saudita che si è proposta per la ricostruzione della zona di Haret Hraik, a sud di Beirut. Gli esponenti del governo libanese promettono che il Paese sarà ricostruito in fretta e “meglio di come era prima”, ma la misura della distruzione rende difficile l’ottimismo. Secondo i dati del Higher Relief Council, Hrc, i danni alle strutture in un mese di bombardamenti comprendono 15 mila case distrutte, 900 tra fabbriche e attività commerciali, 630 strade, 77 ponti, 25 stazioni di rifornimento e 31 centrali elettriche. Un’apocalisse infrastrutturale che costerà tra i tre e i quindici milioni di dollari. Nabil Jisr, a capo del consiglio del governo libanese per lo Sviluppo e la Ricostruzione, prevede che per la seconda metà di ottobre l’emergenza umanitaria dovrebbe essere stabilizzata, ma per la ricostruzione ci vorrà molto più tempo. Bisognerà per prima cosa riportare l’energia, ma “altre due precedenze sono quelle per la ricostruzione dell’aeroporto e dei porti: la prima è una questione psicologica, mentre il ripristino dei porti servirà a far ripartire l’economia”. Le autorità libanesi considerano anche un'altra priorità per la percezione della gente: la riapertura delle scuole, che è stata fissata per il 9 ottobre. Forse gli alunni dovranno accontentarsi di studiare in edifici prefabbricati, ma l’importante è che si ritorni al più presto a una vita quasi normale.
 
Cluster bombs. Le bombe a grappolo sono particolarmente insidiose per via dei frammenti esplosivi che disseminano sul terreno. I bombardamenti israeliani, in un mese, hanno sparso questo tipo di ordigni in tutto il Libano: vicino alle case, sulle strade, nei giardini. Minacciando la vita dei superstiti impegnati nella rimozione delle macerie e anche quella dei bambini che tentano di rimpossessarsi degli spazi per giocare. Sono già 11 le persone che hanno perso la vita e 43 quelle rimaste ferite a causa delle bombe a grappolo dalla fine dei combattimenti. Dayla Ferran, portavoce del Mine Action Coordination Center delle Nazioni Unite, sostiene che fino ad ora le aree in cui sono stati scoperti frammenti inesplosi di cluster bombs nel sud del Libano sono 285, “ma ne scopriamo continuamente di nuove –aggiunge – circa trenta ogni giorno”. Amnesty international ha accusato Israele di aver commesso crimini di guerra in Libano e di aver colpito volontariamente aree civili e infrastrutture. Secondo il New York Times , persino il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti starebbe indagando per verificare se Israele abbia violato gli accordi segreti sull’uso delle armi che gli stessi Usa hanno venduto loro. Sono condizioni che limitano le situazioni in cui è lecito o meno impiegare determinate munizioni. Washington ha anche sospeso la spedizione verso Israele di un altro carico di armi, razzi M26, a grappolo ovviamente. Secondo la convenzione di Ginevra, le cluster bombs sono armi legali, a condizione che vengano usate contro nemici combattenti. Sono illegali se sparate contro aree civili. Oltre agli ordigni inesplosi dell’ultimo conflitto, gli sminatori delle Nazioni Unite nel sud del Libano devono anche bonificare i campi minati che Israele ha lasciato nel 2000 al termine dell’occupazione e quelli posti da Hezbollah per contrastare l’invasione israeliana.

Naoki Tomasini

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