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Nuovo impiego. Già da un anno il corpo dei Marines impiega qualche barca simile sull’Eufrate,
in particolare per proteggere la diga della centrale idroelettrica di Haditha
dagli attacchi degli insorti. Ma dalla prossima primavera, l’impiego delle nuove
swift boat verrà potenziato e sarà affidato alla Marina, che invierà in Iraq una decina
di imbarcazioni da 12 metri, capaci di sfrecciare a 40 nodi e di navigare in acque
profonde anche 25 centimetri. Su ogni lancia potranno trovare posto 16 marinai.
All’inizio la US Navy invierà 220 uomini per pattugliare l’Eufrate, ma è previsto
che in futuro questi aumenteranno fino a 900. I fiumi e le acque costiere del
Vietnam, nel massimo sforzo americano, impegnavano 4.500 marinai e circa 450 barche.
Cambio di strategia. Comunque sia, la scelta di tornare ai metodi del Vietnam rappresenta una rivoluzione
strategica per la Marina statunitense, che negli ultimi trent’anni aveva puntato
tutto sulla supremazia data dalle portaerei e dai sommergibili nucleari. Quando
la guerra era “fredda” e il nemico era sovietico, questa strategia aveva funzionato
alla grande. Per essere pronti a inviare truppe in ogni area di crisi, anche.
Ma la guerra in Iraq, ormai entrata nel suo quarto anno, presenta un nemico diverso:
migliaia di insorti che colpiscono con armi leggere, mordono e fuggono. Contro
di loro, una Marina che si basa sui giganti del mare e la tecnologia può fare
poco. Lo dimostrò anche l’attacco suicida contro il cacciatorpediniere USS Cole
nelle acque dello Yemen, nell’ottobre 2000. Il cambio di strategia era già stato
annunciato a inizio anno dall’ammiraglio Mullen, che aveva spiegato come la Marina
doveva prepararsi a combattere guerre grandi e piccole. “Tradizionalmente non
è così che intendevamo il controllo del mare, ma se questo è quello che il nuovo
secolo richiede noi ci adegueremo”, aveva detto. Sperando, ovviamente, che dalle
nuove swift boat si possa anche scendere, senza rischiare un colpo in fronte. E che non vada
a finire come in Vietnam.
Alessandro Ursic