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Carenze e confusione. La radio israeliana trasmette
un’intervista al padre di un soldato caduto in Libano: “Inizialmente ero
favorevole alla guerra per salvare i due soldati catturati –racconta l’uomo –
ma ora non posso stare davanti alla tomba di mio figlio Omri e dirgli 'non
importa figliolo, tu amavi Israele e hai combattuto per ciò, e anche se sei
stato ucciso gli obiettivi sono stati raggiunti'. Posso sopportare il dolore
per la perdita di Omri, ma non questa doppia sconfitta: mio figlio non c’è più
e nessun obiettivo è stato raggiunto”.
Diritto di critica.
Mentre i soldati in servizio
attivo non possono commentare pubblicamente l’operato dei propri
superiori, la
possibilità di critica è concessa ai riservisti, che hanno dunque
chiesto al
governo di aprire una commissione di inchiesta che possa valutare la
gestione
della guerra e individuare eventuali responsabilità. Simili commissioni
in
passato hanno provocato la caduta di importanti politici e capi
dell’esercito:
come quando, dopo la prima guerra in Libano nell’82, l’allora generale
Ariel
Sharon e diversi alti ufficiali vennero rimossi per gli “errori”
commessi. Non
c’è da stupirsi allora che Olmert cerchi di evitare l’inchiesta, una
commissione della Difesa avrebbe il diritto di interrogare sia lui che
gli alti
ufficiali dell’esercito e potrebbe segnare la fine del progetto
politico di
Kadima, iniziato solo da pochi mesi. “Non parteciperò a questa
auto-flagellazione – ha dichiarato il Premier in visita a Kiryat
Shmona, colpita da oltre mille razzi di Hezbollah – Non abbiamo un
altro
esercito, l’Idf sono i nostri figli, i nostri fratelli...che vogliamo
fare?
Schiaffeggiarli? Processarli? Dobbiamo istituire commissioni
d’inchiesta ogni
giorno, così che non possano preparare adeguatamente il prossimo
conflitto nel
timore delle critiche?” Sulla linea della difesa a oltranza
dell’esercito anche
Peretz, secondo cui è tempo di preparare il secondo round, e Halutz,
secondo
cui un’inchiesta sarebbe una ‘castrazione’ per l’esercito.
Obiettivi mancati. Non sono però solo i riservisti
a contestare l’idea di vittoria ai punti, anche opinionisti israeliani hanno
iniziato a riconsiderare la campagna libanese. Come Reuven Pedatzur che, dalle
colonne di Haaretz, scrive: “non è stata una vera e propria sconfitta militare,
ma un fallimento strategico le cui implicazioni a lungo termine sono tutt’altro
che chiare”. La guerra in Libano è stata fallimentare prima di tutto perché
Israele non è abituato alle vittorie ai punti, la superiorità della sua
macchina bellica rispetto ai millecinquecento o poco più miliziani di Hezbollah
non lasciava dubbi, mentre lo stallo dei combattimenti è stato uno spettacolo
incoraggiante per tutti i nemici di Israele. “Non ha importanza se qualcuno
dice che l’esercito ha usato solo una piccola parte del suo arsenale –scrive
Pedatzur – quello che conta è l’immagine dell’Idf agli occhi dei nemici
regionali”. Le premesse su cui l’esercito ha impostato i piani di attacco erano
sbagliate, si sostiene da più parti: innanzitutto, spiega l’editorialista di
Haaretz, i generali hanno ritenuto per anni che un’offensiva contro Hezbollah
non sarebbe stata necessaria; secondo, credevano che per smantellare il
‘partito di Dio’ sarebbero bastati pochi giorni di bombardamenti aerei.
Pedatzur scrive che l’Idf si è trovato in grave imbarazzo quando ha realizzato
che, dopo una settimana di bombardamenti, il potenziale di Hezbollah era
intatto. Sorpresa che sarebbe stata causa della confusione e delle esitazioni
nell’uso delle forze di terra. La commissione, se verrà istituita, dovrà dunque
appurare se l’esercito sia entrato in guerra senza adeguata intelligence e
senza formulare piani alternativi. I servizi di sicurezza ad esempio, non erano
a conoscenza dei piani per la cattura dei due militari, ignoravano l’esistenza
dei tunnel costruiti da Hezbollah in tutto il sud e anche che i miliziani
fossero in possesso di missili terra-acqua, come quelli che hanno colpito una
nave da guerra al largo di Beirut. Naoki Tomasini