24/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I riservisti criticano la gestione della guerra mentre l'esercito parla di 'vittoria ai punti'
Israele ha vinto la guerra in Libano, non per knock out, ma ai punti. La metafora pugilistica è proposta dal generale israeliano Dan Halutz, che ora viene accusato, assieme a Olmert e ad altri esponenti del governo e dell’esercito, per l’insuccesso della missione.
 
Manifestazione di riervisti israelianiCarenze e confusione. La radio israeliana trasmette un’intervista al padre di un soldato caduto in Libano: “Inizialmente ero favorevole alla guerra per salvare i due soldati catturati –racconta l’uomo – ma ora non posso stare davanti alla tomba di mio figlio Omri e dirgli 'non importa figliolo, tu amavi Israele e hai combattuto per ciò, e anche se sei stato ucciso gli obiettivi sono stati raggiunti'. Posso sopportare il dolore per la perdita di Omri, ma non questa doppia sconfitta: mio figlio non c’è più e nessun obiettivo è stato raggiunto”.
Il volto più visibile della protesta per la gestione del mese di guerra in Libano sono le tende da campo che un gruppo di riservisti ha montato lunedì davanti alla Knesset, il parlamento israeliano. Sono soldati della riserva che sono stati richiamati alle armi per combattere contro Hezbollah e che ora, tornati alla vita civile, hanno deciso di chiedere le dimissioni di Olmert, del generale Halutz e del ministro della Difesa Amir Peretz. “C’è stata grande confusione –spiega uno di loro- e la causa va cercata al vertice”. “Al di là della carenza di munizioni, ma anche di cibo e acqua, il vero problema è stata la mancanza di leadership” concorda un commilitone. Altri ancora criticano il governo per aver spedito al fronte dei militari senza adeguata preparazione, con scorte insufficienti, equipaggiamento datato e, soprattutto, per compiere missioni non chiare o cambiate all’ultimo momento. La protesta è numericamente ridotta per far tremare i polsi al governo Olmert, ma potrebbe crescere rapidamente perché riflette il clima di insoddisfazione che pervade l’opinione pubblica israeliana: i due soldati catturati non sono stati liberati e il potenziale di fuoco di Hezbollah è ancora ingente. Israele ha dovuto inoltre subire una risoluzione di cessate il fuoco e ora deve fare i conti con la prospettiva di trovarsi una missione Onu al confine, senza garanzie che questa possa effettivamente disarmare Hezbollah.
 
Il Primo ministro israeliano Ehud OlmertDiritto di critica. Mentre i soldati in servizio attivo non possono commentare pubblicamente l’operato dei propri superiori, la possibilità di critica è concessa ai riservisti, che hanno dunque chiesto al governo di aprire una commissione di inchiesta che possa valutare la gestione della guerra e individuare eventuali responsabilità. Simili commissioni in passato hanno provocato la caduta di importanti politici e capi dell’esercito: come quando, dopo la prima guerra in Libano nell’82, l’allora generale Ariel Sharon e diversi alti ufficiali vennero rimossi per gli “errori” commessi. Non c’è da stupirsi allora che Olmert cerchi di evitare l’inchiesta, una commissione della Difesa avrebbe il diritto di interrogare sia lui che gli alti ufficiali dell’esercito e potrebbe segnare la fine del progetto politico di Kadima, iniziato solo da pochi mesi. “Non parteciperò a questa auto-flagellazione – ha dichiarato il Premier in visita a Kiryat Shmona, colpita da oltre mille razzi di Hezbollah – Non abbiamo un altro esercito, l’Idf sono i nostri figli, i nostri fratelli...che vogliamo fare? Schiaffeggiarli? Processarli? Dobbiamo istituire commissioni d’inchiesta ogni giorno, così che non possano preparare adeguatamente il prossimo conflitto nel timore delle critiche?” Sulla linea della difesa a oltranza dell’esercito anche Peretz, secondo cui è tempo di preparare il secondo round, e Halutz, secondo cui un’inchiesta sarebbe una ‘castrazione’ per l’esercito.
 
Obiettivi mancati. Non sono però solo i riservisti a contestare l’idea di vittoria ai punti, anche opinionisti israeliani hanno iniziato a riconsiderare la campagna libanese. Come Reuven Pedatzur che, dalle colonne di Haaretz, scrive: “non è stata una vera e propria sconfitta militare, ma un fallimento strategico le cui implicazioni a lungo termine sono tutt’altro che chiare”. La guerra in Libano è stata fallimentare prima di tutto perché Israele non è abituato alle vittorie ai punti, la superiorità della sua macchina bellica rispetto ai millecinquecento o poco più miliziani di Hezbollah non lasciava dubbi, mentre lo stallo dei combattimenti è stato uno spettacolo incoraggiante per tutti i nemici di Israele. “Non ha importanza se qualcuno dice che l’esercito ha usato solo una piccola parte del suo arsenale –scrive Pedatzur – quello che conta è l’immagine dell’Idf agli occhi dei nemici regionali”. Le premesse su cui l’esercito ha impostato i piani di attacco erano sbagliate, si sostiene da più parti: innanzitutto, spiega l’editorialista di Haaretz, i generali hanno ritenuto per anni che un’offensiva contro Hezbollah non sarebbe stata necessaria; secondo, credevano che per smantellare il ‘partito di Dio’ sarebbero bastati pochi giorni di bombardamenti aerei. Pedatzur scrive che l’Idf si è trovato in grave imbarazzo quando ha realizzato che, dopo una settimana di bombardamenti, il potenziale di Hezbollah era intatto. Sorpresa che sarebbe stata causa della confusione e delle esitazioni nell’uso delle forze di terra. La commissione, se verrà istituita, dovrà dunque appurare se l’esercito sia entrato in guerra senza adeguata intelligence e senza formulare piani alternativi. I servizi di sicurezza ad esempio, non erano a conoscenza dei piani per la cattura dei due militari, ignoravano l’esistenza dei tunnel costruiti da Hezbollah in tutto il sud e anche che i miliziani fossero in possesso di missili terra-acqua, come quelli che hanno colpito una nave da guerra al largo di Beirut.
 

Naoki Tomasini

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