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E' avvenuto lunedì 21 agosto nello stato centrale del
Madhya Pradesh, dove è al potere il partito radicale indù e dove, all'inizio del
mese di agosto, era stato approvato un nuovo decreto anticonversione, che rende molto più difficile ai cittadini indiani abbracciare un diverso credo.
La polizia ha aperto
un'indagine sul caso di Janakrani: “Non abbiamo elementi per dire che si sia
trattato di sati, potrebbe essere stato un semplice suicidio.
Se la donna avesse dichiarato le sue intenzioni ai parenti, prima del
fatto, saremmo certi che fosse sati. Ma
era sola quando è successo”. Il sati, l'usanza di immolare
le vedove sulla pira del marito defunto, è un'antichissima
usanza dell'induismo, originariamente diffusa soprattutto fra le
classi superiori. Vietata nel 1829, quando l'India era colonia
britannica, e poi ancora proibita con altre tre leggi tra il 1959 e
il 1987, questa pratica non è mai scomparsa del tutto, in
particolare nella regione settentrionale del Rajastan:
dall'indipendenza dell'India, nel 1947, sono stati accertati almeno
quaranta casi di sati, e ventotto di questi in Rajastan.
Nel 1987 si scatenò
un acceso dibattito circa la liceità di questa pratica, a
seguito del sati di una ragazza di diciott'anni, Roop Kanwar. Si
costituì un'associazione, la Committee for the Defense of the
Religion of Sati, e ci furono diverse manifestazioni di donne che
chiedevano di poter commettere liberamente sati,
considerato una via di riscatto spirituale per le vedove, ma anche
per il marito defunto e per le sette generazioni a venire. Dall'altra
parte, movimenti femministi e semplici cittadini denunciarono la
pratica come discriminatoria e inumana. Cecilia Strada