A Sarajevo, un concerto di un gruppo di ragazzi che lavorano qui dai tempi della guerra
dal nostro inviato

“Grazie a tutti voi per questa serata magnifica. E’ bellissimo trovarsi tutti
assieme, qui, in questa piazza stasera. I ragazzi sono stati magnifici e, ancora
una volta, ci hanno ricordato che questo è il futuro del mondo. Tante sono le
cose fatte, ma tante restano quelle ancora da fare. Bisogna sarajevizzare il mondo”.
Dice proprio così, dal palco, don Renzo Scapolo, un prete di provincia. A vederlo
così minuto non si riesce a credere che abbia un’energia incontenibile. Una forza
più intensa di quella di eserciti, cecchini e diplomatici. Dopo nove anni dalla
fine della guerra, don Renzo è ancora qui a Sarajevo, con un buffo cappello da
turista in testa, e un sorriso disarmante.
Il palco è sistemato sul sagrato della cattedrale cattolica della capitale bosniaca,
ma lo si capisce solo dallo scenario suggestivo, non certo dal tipo di pubblico.
L’occasione è lo spettacolo Accordi di Pace, poesia musica e immagini contro la guerra, una manifestazione organizzata dall’associazione italiana Sprofondo, in occasione del suo decennale, e dal gruppo di volontariato 360Gradi.
Durante la guerra che ha trasformato la ex-Jugoslavia in una macelleria, molti
s’indignarono in Italia. Un gruppo di giovani volontari si raccolse, nella zona
di Como, attorno a questo piccolo grande uomo, attorno a don Renzo.
Da quel momento, nel 1994, si cominciò a sostenere la popolazione assediata di
Sarajevo. Nell’unico modo possibile: senza alcuna distinzione di nazionalità o
di religione.
Ad ascoltare entusiasti i giovani musicisti ci sono infatti, fianco a fianco,
ragazze con il velo e senza, bosniaci e stranieri, giovani e vecchi. L’atmosfera
così elettrica non cancella i fori delle granate ancora ben visibili sui muri
del principale luogo di culto cattolico di Sarajevo, ma almeno insegna concretamente
cosa bisogna fare perché orrori del genere non si ripetano mai più. Ai lati del
palco ci sono due maxi-schermi che proiettano le immagini di morte e distruzione
che la guerra lascia dietro di sé. Dal palco e dalla platea si alza invece un
inno alla vita.
“Ricordo un altro 6 agosto, quello del 1995”, racconta don Renzo, “avevamo organizzato
una serata musicale con un violinista e un pianista, qui, in questa stessa chiesa.
Al mattino c’erano stati degli scontri a fuoco tra militari francesi del corpo
internazionale e militari serbi. Il contingente della Francia era acquartierato
in questa zona e, mentre i musicisti suonavano, cadevano granate a dieci metri
dall’ingresso della cattedrale. Gli intervalli dei musicisti non erano scanditi
da elementi musicali, ma dal rumore delle bombe”.
Don Renzo e i suoi ragazzi hanno visto umiliare, ferire e sanguinare Sarajevo
mille volte, ma non si sono arresi all’evidenza e alle difficoltà. Un piccolo
prete, armato di una croce fatta con il metallo recuperato dalle schegge di una
bomba che colpì Mostar, accompagnato dagli unici eroi di cui il mondo sente il
bisogno. Come Giuseppe, Luca, Lorenzo, impiegati o operatori sociali, gente comune,
che solo per portare soccorso ad una popolazione sfinita da un assedio terribile
(il più lungo della storia), ha attraversato gli 800 metri di tunnel che i resistenti
utilizzavano per far arrivare i soccorsi in città. Un cunicolo con 35 chili sulle
spalle e l’acqua fino alle ginocchia.
La musica si diffonde tra i campanili e i minareti, uguale per tutti. Per la
centralissima Feradhija ulica ci sono i cittadini di Sarajevo ad ascoltare il concerto: giovani che hanno voglia
di vivere e vecchi che non vogliono dimenticare. Di tutte le religioni. Oggi vivono
fianco a fianco, in pace.
Sprofondo però, conoscendo bene la guerra, non è andata via. Qualcuno, dopo gli
accordi di Dayton del 1995 ha ritenuto finito il proprio compito, lasciando drappelli
di militari con i brufoli a spasso per la città. Don Renzo e i suoi ragazzi, hanno
continuato a lavorare, a costruire la pace, il dialogo e la cooperazione tra le
religioni in modo pratico.
Magari dando a Vladko, un combattente, la possibilità di ricominciare a vivere.
Una somma di denaro raccolta in qualche matrimonio di gente sensibile, data come
prestito iniziale senza interessi. Oggi quella somma ha permesso ad un uomo di
mettere su un allevamento di trote con tanto di ristorante annesso, che dà lavoro
a 8 persone. Oppure, con un’altra piccola somma ha permesso a Branka, una vecchietta
senza famiglia, di riparare la sua casa bombardata.
Ancora, lavorando ad un programma di assistenza per gli anziani a domicilio,
o un allevamento di galline che sfama le famiglie di alcune vedove di guerra,
piuttosto che un ricovero per anziani che non hanno una casa. Fino a progetti
sempre più audaci: un Centro Studentesco Internazionale ricavato dalla ristrutturazione
di un vecchio convento francescano o un progetto di borse di studio per giovani
studenti bosniaci. Piccole e grandi cose, in un Paese come la Bosnia dove i lavoro
è una chimera e dove i vecchi percepiscono una pensione che non arriva ai 100
euro al mese.
Tutte eredità della guerra, che non finisce con i trattati. Il vero lavoro comincia
allora, con lo sforzo di far dialogare persone che si sono sparate addosso fino
a pochi giorni prima, avvicinandole senza distinzione di religione o nazionalità.
Il concerto di ieri è stato importante per questo, perché il suono della musica
sovrasta finalmente quello delle armi. Perché adesso si lavora per ricostruire
e le ferite della città fanno meno paura se le si affronta tutti assieme. Una
delle canzoni composte dai ragazzi s’ispira a una ragazza bosniaca che collabora
con Sprofondo. Racconta di come lei ha ritrovato l’amore per la propria città,
la voglia di lavorare e di ricostruire Sarajevo, vincendo il desiderio di fuggire
in un posto più felice.
Il grande successo del concerto di ieri sera, che celebrava il decennale di Sprofondo,
è questo. E’ stata la festa dei cittadini di Sarajevo che, a differenza di tanti
altri, hanno imparato a lottare per costruire piuttosto che per distruggere. Che
è molto più difficile. Ha ragione don Renzo allora, bisogna sarajevizzare tutto
il mondo, così che nessuno abbia più a conoscere il rumore della guerra, ma solo
la musica della tolleranza in una società multiculturale.