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Di Christian Henderson
Baalbek, agosto 2006. Baalbek in agosto è solitamente luogo di festeggiamenti, dove si celebrano
la cultura araba e mondiale. Ma quando Al Jazeera ha visitato la città questa
settimana dopo molti giorni di intensi bombardamenti israeliani, gli abitanti
della città erano nervosi. La strada che conduce attraverso la valle della Bekaa,
ad est di Beirut, era quasi deserta, e molti distributori di benzina alla periferia
della città erano stati bombardati. Poco dopo aver parcheggiato, e mentre camminavamo
per il centro storico della città, un membro di Hezbollah, con una ricetrasmittente
portatile ci ha avvicinato e ci ha chiesto se avessimo “bisogno di aiuto”. Gli
abbiamo detto di essere giornalisti in visita da Beirut e abbiamo chiesto di poter
vedere alcuni dei siti colpiti dai bombardamenti israeliani. Balbek è comunemente
definita una “roccaforte” Hezbollah, ma la città ha anche una numerosa popolazione
cristiana e ospita normalmente un festival internazionale nelle spettacolari rovine
romane che giacciono nel cuore della città. Eppure gli Hezbollah sono forti qui
e, durante gli anni ’80, alcuni membri del partito sono stati addestrati dalle
guardie rivoluzionarie iraniane di stanza nella città.
Controllati. Potevamo udire il suono degli aerei senza pilota israeliani volare sulla città.
Guardando il cielo, la nostra guida ha riso: “Gli Mk vi stanno fotografando mentre
fotografate quell’edificio”. Gli Mk, come sono chiamati in arabo, sono gli aerei
senza pilota ‘Predator’, usati dagli israeliani per registrare le coordinate Gps
degli obiettivi, anche se le versioni più grandi sono armate con piccoli missili.
Mentre stavamo guardando altri crateri, la nostra guida ha ricevuto un rapporto
alla radio secondo il quale degli F16 israeliani si stavano dirigendo verso la
città. Ha detto: “Dovreste andarvene, non è sicuro”. Nel lasciare la città, ci
siamo fermati alla centrale del latte Liban Lait, che è stata distrutta dagli
israeliani due settimane prima. Un filo di fumo ancora saliva dal metallo contorto,
e sciami di mosche sono stati attratti dalle vasche di latte marcescente.
Pausa pranzo. I sei o sette missili che hanno arato il metallo, il vetro e i macchinari hanno
lasciato enormi crateri. L’impianto era di proprietà di indiani e due lavoratori
indiani sono rimasti uccisi nell’attacco. Barake ha detto: “E' stato un miracolo
che altre persone non siano state uccise: è stata solo una questione di fortuna
che la maggior parte fosse in pausa pranzo al momento dell’attaco degli israeliani.”
“Non so perché abbiano colpito questa fabbrica: erano affari puliti; questo non
ha nulla a che fare con i cristiani e i musulmani. In soli due minuti, quarantadue
anni di lavoro sono stati distrutti e tutto è andato perduto”. Mentre si fa sera,
decidiamo di andarcene. Arrampicandoci sulla strada di montagna che conduce a
Beirut, passiamo di fianco ad autocarri bombardati che gli israeliani credevano
portassero armi. Ad Hezbollah. Guidare un autocarro è ora un mestiere rischioso
e futilmente tentando di evitare di essere fatti oggetto di attacchi, i conducenti
hanno appeso bandiere bianche o simboli delle grandi multinazionali ai propri
veicoli. Quando raggiungiamo Beirut più tardi quella sera veniamo a sapere che
un’unità commando israeliana ha effettuato un’incursione a Baalbek, prelevando
sei persone e uccidendone undici. È ovvio che l’inquietudine della città era giustificata.