Al cinema Impérial della capitale
in questi giorni danno “Le Président a-t-il le Sida?” (Il Presidente ha
l’Aids?), titolo che lascia poco spazio all’immaginazione e va
dritto ad
un problema, che in una società come quella haitiana in cui sono
marcatamente
presenti la violenza contro le donne, il mito del
macho
e una certa
percezione
magica delle malattie, produce ancora un numero elevatissimo di vittime
e
sieropositivi. E, allora, se un campione della tipica musica haitiana
konpa (il 'Presidente' che dà il titolo al film) può contribuire,
attraverso la sua
presa di
coscienza, a un cambiamento nei comportamenti sessuali dei giovani, ben
vengano anche i film. Ma in fondo quella dell’Aids non è che una delle
tante
emergenze sanitarie cui gli abitanti di quest’isola, che galleggia nel
mare dei
Caraibi, devono far fronte: valutato come il paese più
povero
dell’America Latina e con disuguaglianze sociali esasperate, a Haiti un
bambino su 3 muore prima dei 5 anni per diarrea, polmonite,
tubercolosi,
morbillo, denutrizione. L'assistenza sanitaria è affidata a un medico
ogni
7143
abitanti e 1 infermiere ogni 9091 abitanti (con una concentrazione
nelle
zone metropolitane) ed esiste un unico ospedale pediatrico ricavato da
un
vecchio albergo e ormai inadeguato, il St. Damién, a Petionville.
In questo
contesto opera da anni, con la sua clinica mobile che gli consente di raggiunge
gli slums più pericolosi della capitale, Rick Frechette, sacerdote e medico, un
americanone del Connecticut dal volto rubicondo. Dotato del carisma e del fascino
che ci si aspetta
da un prete di frontiera, Rick è uno di quelli che non ha paura di affrontare
faccia
a faccia i capibanda privi di
scrupoli che tengono sotto assedio alcuni quartieri di Port-au-Prince mettendo
in atto rapimenti a scopo di riscatto, così come accaduto la settimana scorsa
ai danni di un’imprenditrice italiana.
L’Associated Press riporta che nel solo
mese di luglio sono state rapite 29 persone a fronte di 43 in tutto il 2005. A
Cité Soleil, la più grande bidonville del paese, in
questo ultimo periodo sono episodi quotidiani, paradossalmente riacutizzatisi
dopo le elezioni e
l’insediamento del nuovo presidente René Préval, avvenute in un clima di
moderato ottimismo, che, almeno in teoria, avrebbero dovuto calmare gli animi. “In realtà il nuovo Presidente
sta facendo finta di niente - dice
padre Rick - forse perché in qualche
modo è stato eletto anche con l’appoggio delle bande che magari adesso si
sentono legittimate a spadroneggiare; certo che non è un bel segnale, anche
perché nei primi 50 giorni dalle elezioni aveva subito cominciato una serie di
missioni di buon vicinato nella Repubblica Domenicana, in Brasile, Cile,
Argentina, Cuba, Venezuela, Canada e Washington, dove ha richiesto il
prolungamento della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite ad Haiti –
Minustah”. In effetti lungo le strade della capitale passano moltissimi camion
con gli uomini delle forze di pace, ma non si capisce bene quale sia la loro
utilità effettiva. “Attendiamo di vedere cosa succederà dopo la
formazione del governo e la scelta del primo ministro, le aspettative sono
molte, speriamo che Préval sia in grado di convincere davvero gli haitiani che
un nuovo capitolo si è aperto nella loro storia”.
Padre
Rick confida dunque
ancora nel nuovo governo, da buon sacerdote si affida di sicuro alla
Provvidenza, ma intanto preferisce portare avanti per conto proprio i
progetti
in cui crede, ed è così che dal 2003, con l’appoggio della Fondazione
Francesca
Rava di Milano, sta nascendo il nuovo ospedale pediatrico, a Tabarre, a
ridosso delle zone più
povere della capitale. Il primo milione di dollari è venuto da un
banchiere
americano che aveva conosciuto personalmente padre Rick apprezzandone
l’impegno
instancabile nei 15 anni di attività a Haiti. Acquistato
l’appezzamento di
terreno incolto e polveroso di 36.000 metri quadri, ci voleva un
progetto e a
questo punto sono entrati in gioco gli italiani: il dottor Roberto
Dall’Amico,
primario pediatra dell’ospedale Boldrini di Thiene, in provincia di
Vicenza, e
il cognato, l’ingegner Alessandro Cecchinato, che, entrati per un caso
fortuito
in contatto con l’associazione milanese, hanno iniziato un pendolarismo
tra l’Italia e Haiti, che li ha portati a compiere oltre una decina
di missioni all’insegna della gratuità. Il cantiere ha visto impegnati
180
operai, per 40 ore la settimana, con scavi manuali (non ci sono
escavatrici,
gru, trattori), sono stati costruiti da subito tre pozzi per attingere
l’acqua
in autonomia e, viste le difficoltà di gestione dell’attuale ospedale
St. Damién
sviluppato in verticale su molti piani senza ascensore, la costruzione
è stata
progettata in un unico corpo, su due piani, per un totale di 9000 metri
quadri ed
è stata realizzata modularmene in più lotti e in fasi progressive, il
che ha
consentito di ottimizzare l’avanzamento dei lavori con il flusso delle
donazioni. Sarà in grado di accogliere 350 posti letto e di salvare
40.000
bambini l’anno. Si dice che sarà il più grande ospedale pediatrico dei
Caraibi:
ci saranno la terapia intensiva, il centro oncologico, la sala operatoria,
la
fisioterapia, l'ambulatorio per la sanità di base, i vaccini e i
malati di
Aids. Finora è costato 3.800.000 dollari che sono stati raccolti grazie
alle
donazioni di singoli, ma anche di importanti società italiane e delle
aziende
che hanno fornito attrezzature e mobili dell’ospedale a prezzi
vantaggiosi.
Molti anche i volti noti del mondo dello sport e dello spettacolo che
hanno
contribuito alle campagne di sensibilizzazione, ultimo della serie il
ballerino
di flamenco Joaquin Cortes.
Inaugurazione prevista il 4 dicembre, forse alla presenza del
Presidente
Préval: il tutto in poco più di due anni di lavoro, un
record, considerato il luogo, la totale mancanza di attrezzi per
l’edilizia, le
difficoltà anche solo di comprensione con gli operai che parlano quasi
esclusivamente creolo, ma nulla si sarebbe potuto fare senza
l’instancabile,
silenzioso, ma preziosissimo lavoro di coordinamento e supervisione di
tutti i volontari, che hanno scelto di dedicare uno o più anni della
propria
vita alla realizzazione di quello che fino a poco tempo fa sembrava
soltanto un
sogno.