
La guerra si prende tutto. Quando non si prende anche la vita, spesso la riduce
ad un inferno.
Figurarsi se non fa passare la voglia di giocare: chi riesce serenamente a dedicarsi
ad un gioco mentre tutt’attorno la gente continua a morire?
L’Algeria, a causa della guerra civile che l’ha squassata per dieci anni, non
è sfuggita a questa conseguenza dolorosa della violenza. Così, per tanto tempo
nessuno a più giocato all’el-Hadouh, gioco tradizionale delle popolazioni del
massiccio montuoso del Chrea, a 70 chilometri dalla capitale Algeri.
Durante la guerra civile, durata all’incirca dal 1992 al 2002, queste montagne
sono state assolutamente deserte, nel senso che tutta la popolazione locale e
i numerosissimi turisti che l’affollavano prima, ha preferito scappare dalle violenze,
essendo queste alture il quartier generale del Gruppo Islamico Armato(Gia), la
formazione integralista che ha combattuto un conflitto senza quartiere con il
governo centrale.
I comandanti del Gia, al sicuro su queste alture, pianificavano gli attacchi
ai soldati dei corpi speciali di Algeri. Ora la situazione è sotto controllo e,
nonostante residui scontri tra irriducibili e militari, l’Algeria sta conoscendo
un periodo di relativa sicurezza.
Questo ha consigliato alla popolazione locale di riappropriarsi dei luoghi dove
è nata e cresciuta. Quale modo migliore per ritrovare le proprie radici di riscoprire
le usanze e le tradizioni della propria cultura.
L’occasione l’ha offerta la festa annuale dell’el-Hadouh, che vedeva ogni anno
il raduno di tutte le famiglie, le tribù e i clan della zona, abitata quasi integralmente
da pastori.
La festa si caratterizza per balli e canti, musica dal vivo e cibo genuino. L’attrattiva
principale è però il gioco dell’hockey. Avete capito bene: l’hockey.
Difficile immaginare uno sport che ci rievoca tenute pesantissime e ghiaccio
con le montagne dell’Algeria, ma si tratta di un gioco che ha lo stesso principio.
L’unica cosa che serve per partecipare è un bastone nodoso, impugnato dal giocatore
a due mani, ed è tenuto basso per colpire una palla di pezza. Nessun limite di
età, dai 16 agli 80 anni, nessun arbitro e nessun guardalinee.
Si creano due formazioni, composte da gli esponenti delle famiglie che hanno
il primogenito maschio contro le famiglie che hanno il primogenito donna. Si
comincia a giocare all’alba e la partita termina solo quando il sole scompare
dietro le cime del Chrea. A quel punto, vincitori e vinti, danno vita a uh banchetto
luculliano.
In realtà lo scopo della festa era un altro. Difatti per secoli, con la scusa
del gioco, le famiglie accorrevano in un punto della montagna, e la ricorrenza
era un momento fondamentale della vita collettiva, del formarsi di una coscienza
collettiva di una comunità destinata altrimenti ad avere solo rapporti familiari,
visto che la pastorizia nomade porta i nuclei familiari a vivere in un moto perpetuo.
Allora, dopo la partita e la cena, tutti attorno al fuoco, a raccontarsi un anno
di vita in giro per le montagne, a conoscersi e magari ad innamorarsi. Il tutto
accompagnato dalla dolce musica degli strumenti tradizionali in legno costruiti
a mano e da una buona tazza di the alla menta.
Era così, per via della vita nomade, e lo è ancora, perché adesso tutti o quasi
vivono in città e non hanno più modo di vedersi.
Finalmente, dopo tanto tempo, la gente è tornata sulle montagne del Chrea per
l’el-Hadouh, a godere in pace della libertà di stare assieme di giocare e conoscersi.
La guerra aveva impedito alla gente di celebrare la loro festa e a noi di conoscere
un gioco che avremmo immaginato solo in un palazzetto gelato in Europa o in America
del Nord. La guerra fa anche questo