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Gary Prado, il comandante che catturò Ernesto Che Guevara in
terra boliviana, il 9 ottobre 1967, adesso è un generale in pensione che si
occupa di politica – è stato anche ambasciatore in Messico - e segue
attivamente le vicende del suo Paese. Vive nella regione di Santa Cruz de la
Sierra, la più ricca e la più autonomista delle aree boliviane, tanto che si è
persino candidato all’Assemblea Costituente appena indetta dal presidente Evo
Morales. Ma non è stato eletto.
“Il Che sbagliò proprio nel contraddire quello che aveva
scritto lui stesso”. È con queste parole che Prado spiega quale fu l’errore che
portò l’eroe della rivoluzione cubana alla morte. “Nel suo libro sulla guerra
delle guerriglie – racconta l’anziano ex generale – Che Guevara spiega come in
un paese dove la democrazia si mantiene anche solo in apparenza, è impossibile
fare la rivoluzione. Qui in Bolivia avevamo un governo democratico, eletto, con
un capo del governo popolare come era Barrientos, il parlamento funzionava e
c’era libertà di stampa. E il Che venne a fare la rivoluzione proprio qui. Come
se lo spiega? Si sbagliò proprio nel scegliere la Bolivia, questo fu il suo
primo errore. Il secondo grande errore che commise fu dividere le sue forze. La
mancanza di previsione lo portò a farlo. C’è un momento in cui la guerriglia si
divise in due gruppi, senza mai tornare a ricongiungersi. Questo fu un errore
infantile. Mai più si incontrarono. Vagarono nel bosco da un lato all’altro
separatamente, fino alla totale disfatta. Il terzo errore? Quando una cosa già
non va, perché continuare? Leggendo il Diario del Che e parlando con Benigno,
-
il compagno del Che nella campagna di Bolivia – quegli ultimi giorno risultano
completamente surreali. Sapevano di avere l’esercito col fiato sul collo e
invece di disperdersi e dire: ‘Ci vediamo camaradas, lasciamo i fucili,
compriamoci dei pantaloni e una camicia, tagliamoci la barba e si salvi chi
può’, continuarono a marciare”. Prado è fra quelli che non considera
l’argentino rivoluzionario un eroe, un mito da perpetuare. Ha passato con lui
15 ore nel villaggio di La Higuera, prima di consegnarlo al comandante della
divisione, e lo racconta come “un uomo distrutto che si domandava quale sarebbe
stato il suo futuro”. Ha vissuto una vita con una colpa che lui non sente
propria, ma che lo ha perseguitato ovunque. Quando era ambasciatore in Messico,
lo scrittore messicano Alberto Hijar gli tirò in faccia un calice di vino
dicendo: “Alla salute del Che, assassino”.
Riferendosi a Morales, Prado limita le critiche. Crede che la sua elezione sia un fatto positivo per la Bolivia, dato che
“rappresenta un cambio nella mentalità della gente e si presenta anche come la
consolidazione di un processo democratico iniziato da oltre 50 anni. Ma
precisa: “L’errore che non deve commettere è quello di uscire dalla cornice
democratica. Deve rispettare le regole del gioco. Finora ne ha rispettate
alcune e con molta abilità ne ha dribblate altre. Ma questo primo o poi glielo
rinfacceranno. Non si può governare per decreti quando esistono le leggi, non
si può dire di cambiare la Costituzione per cambiare tutto come gli gira. Va
bene, andremo alla Costituente, ma se poi non esce come vuole lui che succede?
Si arrabbia? L’altra cosa che deve controllare sono i suoi amiguitos (chiaro
il riferimento al venezuelano Hugo Chavez e al leader cubano Fidel Castro, che
da sempre appoggiano Morales ndr.) – spiega l’ex generale a Pagina 12 –
a molta gente non piacciono. In America Latina siamo estremamente nazionalisti.
Quindi, ne buscherà Evo, che millanta di essere nazionalista, se viene fuori che
prende ordini dall’esterno”.
Ma quando Pagina 12 lo stuzzica sulla similitudine fra
l’ideologia del Che e quanto va facendo Morales, Prado reagisce in maniera
brusca: “Quelle idee non sono del Che, sono idee di qualsiasi comune cittadino
– incalza – Non mi venga a dire che un cittadino comune non ha sempre aspirato
ad avere un lavoro, un’educazione e la salute, anche prima che comparisse Che
Guevara”. Stella Spinelli