21/00/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



In Iraq la situazione è sempre peggio, ma gli iracheni tentano di cavarsela da soli
Mentre l’attenzione di tutto il mondo è concentrata sulla guerra in Libano, la situazione in Iraq continua a essere drammatica. Solo nell’ultima settimana sono state almeno 232 le vittime delle violenze che lacerano tutto il paese, da nord a sud.  Il bilancio è lo specchio di una situazione sempre più insostenibile alla quale, dal marzo 2003, è incessantemente sottoposto il popolo iracheno.
 
rifugiati iracheniNuovi nemici. La violenza, invece che diminuire, si arricchisce di nuovi ‘bersagli’. Come gli omosessuali per esempio. Un’inchiesta pubblicata dal settimanale britannico The Observer mette in luce come i gay siano vittime, ogni giorno, di violenza e abusi. Alle quali la polizia non può e non vuole mettere fine. I comportamenti degli omosessuali vengono ritenuti offensivi dai fondamentalisti sciiti che, secondo le testimonianze raccolte in Iraq, avrebbero ucciso anche alcuni bambini che sono costretti a prostituirsi in strada dalle bande criminali che imperversano a Baghdad.
Stessa sorte riguarda i docenti universitari. Le milizie armate impongono i religiosi come docenti negli atenei iracheni, noti nel mondo per l’elevato livello d’insegnamento prima della guerra, e tutti gli insegnanti laici vengono cacciati o assassinati. Quasi tutti tentano la fuga all’estero e il drenaggio d’intelligenze dall’Iraq non è un buon auspicio per il futuro del paese.
In entrambi i casi i colpevoli sono gli squadroni della morte sciiti. Milizie di fanatici religiosi, armati fino ai denti, che si sono autoproclamati difensori della fede e impongono il rispetto dei precetti religiosi con la violenza. La milizia più pericolosa è l’esercito del Mahdi, gli uomini fedeli all’ayatollah Moqtada al-Sadr. Dopo un periodo di calma, nel quale Moqtada sembrava orientato a dare una svolta politica al suo operato, il chierico sciita è tornato alla carica rivendicando spazio, mentre i suoi uomini continuano la guerra nella guerra contro i sunniti, che a loro volta si organizzano in squadre di autodifesa rendendo il paese il teatro di continui eccidi interconfessionali.
 
Segnali di speranza. A tutto questo dovrebbe opporsi, secondo i piani della Coalizione, la polizia irachena. I militari del contingente internazionale, in tutto il paese, limitano al minimo il rischio di perdite arroccandosi nelle basi militari, lasciando il lavoro sporco alla polizia locale. Ma la situazione per gli agenti è ingestibile e la polizia viene infiltrata oppure fatta oggetto di costanti attacchi della guerriglia. Nel disastro generale che attanaglia il loro paese, gli iracheni moderati e pacifici, che sono la maggioranza, hanno cominciato a organizzarsi da soli. Per affrontare il flusso crescente di profughi interni, visto che migliaia di famiglie sciite e sunnite lasciano le comunità dove hanno sempre vissuto per raggiungere cittadine dove la loro confessione è maggioritaria, molti giovani si sono dati da fare improvvisando una sorta di protezione civile volontaria.
E a dispetto delle tensioni tra sunniti e sciiti, fomentate dai radicali dei due schieramenti, sono sempre di più le famiglie che si espongono dando ospitalità a persone di una confessione differente.
Piccoli segnali di pace in un teatro di morte, che fanno sperare in un futuro migliore, al quale solo gli iracheni per bene potranno contribuire, visto che di aiuti dall’esterno ne hanno avuti davvero pochi. O troppi. 

Christian Elia

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