In Iraq la situazione è sempre peggio, ma gli iracheni tentano di cavarsela da soli
Mentre l’attenzione di tutto il mondo è concentrata sulla guerra in Libano, la
situazione in Iraq continua a essere drammatica. Solo nell’ultima settimana sono
state almeno 232 le vittime delle violenze che lacerano tutto il paese, da nord
a sud. Il bilancio è lo specchio di una situazione sempre più insostenibile alla
quale, dal marzo 2003, è incessantemente sottoposto il popolo iracheno.
Nuovi nemici. La violenza, invece che diminuire, si arricchisce di nuovi ‘bersagli’. Come
gli omosessuali per esempio. Un’inchiesta pubblicata dal settimanale britannico
The Observer mette in luce come i gay siano vittime, ogni giorno, di violenza e abusi. Alle
quali la polizia non può e non vuole mettere fine. I comportamenti degli omosessuali
vengono ritenuti offensivi dai fondamentalisti sciiti che, secondo le testimonianze
raccolte in Iraq, avrebbero ucciso anche alcuni
bambini che sono costretti a prostituirsi in strada dalle bande criminali che imperversano
a Baghdad.
Stessa sorte riguarda i
docenti universitari. Le milizie armate impongono i religiosi come docenti negli atenei iracheni,
noti nel mondo per l’elevato livello d’insegnamento prima della guerra, e tutti
gli insegnanti laici vengono cacciati o assassinati. Quasi tutti tentano la fuga
all’estero e il drenaggio d’intelligenze dall’Iraq non è un buon auspicio per
il futuro del paese.
In entrambi i casi i colpevoli sono gli squadroni della morte sciiti. Milizie
di fanatici religiosi, armati fino ai denti, che si sono autoproclamati difensori
della fede e impongono il rispetto dei precetti religiosi con la violenza. La
milizia più pericolosa è l’esercito del Mahdi, gli uomini fedeli all’ayatollah
Moqtada al-Sadr. Dopo un periodo di calma, nel quale Moqtada sembrava orientato a dare una svolta
politica al suo operato, il chierico sciita è tornato alla carica rivendicando
spazio, mentre i suoi uomini continuano la guerra nella guerra contro i sunniti,
che a loro volta si organizzano in squadre di autodifesa rendendo il paese il
teatro di continui eccidi interconfessionali.
Segnali di speranza. A tutto questo dovrebbe opporsi, secondo i piani della Coalizione, la
polizia irachena. I militari del contingente internazionale, in tutto il paese, limitano al minimo
il rischio di perdite arroccandosi nelle basi militari, lasciando il lavoro sporco
alla polizia locale. Ma la situazione per gli agenti è ingestibile e la polizia
viene infiltrata oppure fatta oggetto di costanti attacchi della guerriglia. Nel
disastro generale che attanaglia il loro paese, gli iracheni moderati e pacifici,
che sono la maggioranza, hanno cominciato a organizzarsi da soli. Per affrontare
il flusso crescente di
profughi interni, visto che migliaia di famiglie sciite e sunnite lasciano le comunità dove hanno
sempre vissuto per raggiungere cittadine dove la loro confessione è maggioritaria,
molti giovani si sono dati da fare improvvisando una sorta di
protezione civile volontaria.
E a dispetto delle tensioni tra sunniti e sciiti, fomentate dai radicali dei
due schieramenti, sono sempre di più le famiglie che si espongono dando
ospitalità a persone di una confessione differente.
Piccoli segnali di pace in un teatro di morte, che fanno sperare in un futuro
migliore, al quale solo gli iracheni per bene potranno contribuire, visto che
di aiuti dall’esterno ne hanno avuti davvero pochi. O troppi.