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A fine anni ’90 Anwar Ibrahim era la speranza del
riformismo malesiano. Diventato vice primo ministro dopo una carriera rapidissima,
teneva testa al premier Mahatir, capo del partito unico Umno. Le sue idee per
affrontare la crisi economica del ’97, però, gli costarono l’incarico e sei anni
di galera. Nel ’98 Mahatir lo fece arrestare con due accuse alquanto dubbie: corruzione
e sodomia. Per nove giorni Anwar fu torturato dal capo della polizia. In sei anni
di prigionia la sua stella si spense e il sistema giudiziario malese dimostrò
di essere totalmente dipendente dall’Esecutivo. La liberazione inaspettata di
Anwar all’inizio di settembre ha riportato l’attenzione sulla repressione dei
diritti umani in Malesia.
“La decisione della Corte Suprema di assolvere l’ex vice premier Anwar Ibrahim rappresenta un momento storico per la Legge malesiana”, dice Sam
Zarifi di Human rights watch (HRW). “Anwar fu incarcerato per vendetta politica
del primo ministro. Adesso che Mahatir non è più al potere (dopo 22 anni consecutivi
di governo, gli è succeduto nell’ottobre 2003 Abdullah Ahmad Badawi, ndr.), la Malesia deve cominciare a preoccuparsi del progresso nel campo dei diritti
umani e politici, e non più solo in quello dell’economia”.
Anwar Ibrahim, oggi 57enne, è stato per due volte vittima dell’Isa, una legge
di sicurezza interna draconiana che consente di detenere i dissidenti senza processarli.
Fondatore del Movimento della Gioventù islamica malesiana (Abim), nel ’74 venne
arrestato per aver organizzato una manifestazione contro la povertà delle campagne.
Rilasciato due anni più tardi, nel 1982 entrò a far parte dell’Umno per
coprire in seguito diverse cariche ministeriali. Al fianco del premier guadagnò moltissimi consensi fino a essere visto come possibile successore.
Nel settembre ’98, poche ore prima del secondo arresto, 35mila persone sfilarono
per le strade della capitale Kuala Lumpur chiedendo le dimissioni del dispotico
Mahatir. Un segno dei tempi: l’opinione pubblica della “Tigre Asiatica” cominciava
a chiedere più democrazia.
In nome dell’Isa, Anwar e altri 17 collaboratori furono insultati e picchiati.
Nel ’99 l’uomo venne condannato a sei anni per corruzione (“abuso dei poteri ministeriali”)
e nel 2000 a nove per sodomia.“I processi non furono equi”, accusano i membri
di Amnesty International . “La polizia torturò almeno quattro detenuti per estorcere loro confessioni
contro Anwar. Gli avvocati difensori subirono minacce. Il governò condizionò la
polizia e il pubblico ministero”.
“Ero spaventato, triste e senza forze”, racconta Sukma Darmawan, uomo d’affari
incarcerato e poi assolto con Anwar. “ Non sopportavo più la prigione e le minacce…Quando
confessai (contro Anwar, ndr. ) non feci altro che obbedire ai poliziotti, e subito mi tolsero il cappuccio,
mi diedero i vestiti e diventarono gentili”. Gli ufficiali maltrattarono ripetutamente
Sukma durante gli interrogatori.
“Circa 100 persone sono ancora detenute sotto l’Isa senza capi di imputazione
e senza la possibilità di essere assistiti da un avvocato”, spiega Sam Zarifi
di Hrw. “In un rapporto di 60 pagine abbiamo documentato vari abusi: percosse,
bruciature di sigarette, violenze psicologiche. Alcuni prigionieri sono stati
costretti a stare in piedi nudi per lunghi periodi. Un uomo ha dovuto masturbarsi
davanti alle guardie, un altro è stato colpito sui genitali. Questi carcerati
sono in prigione da tre anni e il governo dice di aver bisogno ancora di tempo
per concludere le indagini”.
Dopo l’11 settembre 2001, la Malesia ha sostenuto la “guerra al terrore” del
presidente Usa Gorge Bush attribuendo all’Isa una nuova funzione antiterroristica.
“Alcuni prigionieri dell’Isa - continua Zarifi – sono considerati militanti della
Jemaah Islamiayah , la rete accusata degli attentati di Bali (2002) e Giakarta (2003 e 2004). Nel
documento “In nome della sicurezza”, Hrw ha dimostrato come le pratiche di Guantanamo
del dopo 11 settembre hanno influenzato il trattamento dei detenuti in Malesia.
Le guardie malesiane hanno detto che gli abusi nella prigione statunitense giustificavano
le loro azioni. Allo stesso tempo, hanno minacciato di trasferire i carcerati
a Guantanamo qualora non avessero cooperato”.
Ma quando nasce l’Isa? Chiediamo all’operatore di Hrw. “La legge di Sicurezza
Interna fu approvata nel 1960 per rispondere a una sollevazione comunista. Per
decenni è stata usata contro chi contestava il partito unico al governo. Il sistema
giudiziario malesiano, considerato uno dei più duri dell’Asia, registrò un’involuzione autoritaria a fine anni ‘80, quando l’Esecutivo fece
licenziare diversi giudici. Da allora il governo ha fatto riscrivere le leggi
e ha esercitato intimidazioni sulle cariche giudiziarie”.
Quando Anwar è uscito di prigione, portava ancora i segni delle percosse. Seduto
su di una carrozzella per i danni riportati alla spina dorsale, ha salutato le
decine di sostenitori venute ad accoglierlo con un sorriso pieno di commozione.
Da un ospedale di Monaco dov’è ricoverato, dice di voler tornare in politica.
Ma la Corte Suprema proprio ieri ha rifiutato di cancellare le incriminazioni
di corruzione di cui ha già scontato la pena. Secondo la legge malesiana gli ex
criminali non possono tornare alle cariche pubbliche prima di cinque anni dal
rilascio. Resta da chiedersi se l’ex premierrappresenti ancora una forza politica. “Anwar è un personaggio popolare – spiega
Zarifi - ma è più importante il fatto che il suo caso ha portato alla formazione
di una vasta coalizione di gruppi malesiani in favore dei diritti umani e delle
libertà civili. La continuazione di questo movimento collettivo è più significativa
di quella di un singolo”.
Dopo 22 anni di potere, il governo Mahatir ha favorito la crescita degli standard
di vita, ma allo stesso tempo ha lasciato in eredità politiche repressive delle
libertà fondamentali. Badawi, che ha servito Mahatir per quattro anni, ha compiuto
alcuni passi nella direzione del pluralismo e della libertà d’espressione, ma
molto resta ancora da fare. “Il nuovo premier ha smesso di interferire nel caso Anwar e ha fornito informazioni sulle condizioni
dei detenuti”, aggiunge Zarifi. “Ma resta da smantellare l’Isa. Solo così facendo,
il governo dimostrerà di occuparsi seriamente dei diritti dei più vulnerabili:
lavoratori immigrati, contadini impoveriti e donne”.
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