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Un mese e mezzo di violenza. Dopo
la cattura del caporale israeliano Gilat Shalit, il 25 giugno scorso, da parte
di un commando di miliziani delle Brigate Ezzedin Al Qassam (l'ala militare di
Hamas), la situazione nella Striscia di Gaza si era rapidamente deteriorata. La
reazione d’Israele, con l’operazione ribattezzata ‘pioggia d’estate’, aveva
investito come un tornado Gaza e le altre cittadine abbandonate dall’esercito
israeliano ad agosto 2005. Fino a oggi, mentre tutta l’opinione pubblica
mondiale e la diplomazia internazionale erano impegnate dal conflitto in Libano
scoppiato il 12 luglio scorso, sono morti almeno 200 palestinesi, altri 1000
sono rimasti feriti, sono state bombardate e distrutte le sedi del Ministero
degli Interni, del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero dell'Economia
Nazionale, del Primo Ministro palestinesi ed alcuni edifici scolastici. E’
stata anche distrutta la centrale elettrica di Gaza, lasciando senza corrente
il 45 percento della Striscia. Sei ponti che collegano la città di Gaza con il
centro della Striscia e una serie di altre strade sono stati bombardati, come
un centinaio di case che sono state abbandonate dalla popolazione in fuga verso
zone più sicure della Striscia. A tutti i danni materiali si aggiungono anche
le centinaia di palestinesi arrestati, tra i quali 8 ministri del governo in
carica e 26 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, il Parlamento della
Palestina, tra i quali Abdelaziz Dweik, il Presidente dello stesso Consiglio.
Tutto questo in un contesto come
quello della Striscia di Gaza che non brilla certo per prosperità e, alle
operazioni militari, bisogna aggiungere le restrizioni al movimento, con la
chiusura sistematica, del valico di Rafah.
Operazione suicida. La reazione d’Israele era prevedibile però, e
risulta ancora poco chiaro cosa abbia spinto il commando palestinese ad
attaccare la pattuglia dell’esercito israeliano, catturando Shalit e uccidendo
alcuni suoi commilitoni. Inoltre, nel 2005, Israele si è ritirato dalla
Striscia, per quanto sigillandoci dentro i palestinesi. L’azione del 25 giugno
insomma è apparsa ai più un autogol clamoroso. Ma forse non casuale. Proprio
mentre Abbas e Haniyeh si siedono attorno a un tavolo per creare un governo di
unità nazionale, si vengono a ricreare le stesse condizioni politiche che hanno
fatto da prologo agli eventi degli ultimi mesi nella Striscia, e in particolare
quelli successivi alla vittoria elettorale di Hamas a gennaio scorso. Da quel
momento, pur ottenuta attraverso elezioni democratiche da far invidia a paesi
che godono di una tranquillità sconosciuta ai palestinesi, il dialogo con la
comunità internazionale si è bloccato. Hamas, per quasi tutti gli attori
politici internazionali, resta un’organizzazione terroristica e a nulla è valsa
la tregua che Haniyeh ha imposto ai suoi per mesi. Gli Stati Uniti e l’Unione
europea hanno chiuso i rubinetti degli aiuti internazionali, paralizzando di
fatto la Striscia di Gaza. I militanti del Fatah, sconfitti alle elezioni e
fiduciosi di poter sfruttare la rabbia della gente ridotta alla fame, hanno
cominciato ad attaccare gli uomini di Hamas che non si sono fatti pregare nel
rispondere al fuoco. Per la prima volta, dopo decenni, il fronte palestinese si
è spaccato all’interno e la situazione era sull’orlo del precipizio. Alla fine
Haniyeh si era reso conto che in quello stallo non c’erano vincitori e che la
popolazione civile non era più in grado di sostenere una situazione drammatica
come quella generata dallo stop agli aiuti internazionali. E ha deciso di
trattare con Mazen e con il Fatah. Sull’unico vero argomento che li divida: il
riconoscimento dello Stato d’Israele. Se Hamas avesse accettato di compiere
questo passo, la comunità internazionale avrebbe dovuto riprendere l’invio di
aiuti e la lotta fratricida all’interno della Striscia sarebbe finita. Ma l’ala
dura di Hamas, quella che fa capo agli esiliati a Damasco e a Khaled Meshaal,
non poteva accettare un passo del genere e, secondo molti osservatori, è
proprio da Damasco che è partito l’ordine di attaccare la pattuglia israeliana
che ha causato la reazione del governo Olmert.
Christian Elia