18/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Abbas e Haniyeh tornano a parlarsi, mentre a Gaza si muore
Tutti i gruppi militanti palestinesi si sono accordati per uno "stop a tutte le attività che potrebbero condurre ad una escalation militare israeliana". Lo ha annunciato il presidente palestinese Mohamoud Abbas, che ha sottolineato come il cessate il fuoco sia indispensabile per raggiungere "pace e sicurezza" e per "attirare progetti economici" nei territori palestinesi. Abbas ha così confermato le dichiarazioni del premier Ismail Haniyeh, che ieri aveva annunciato di aver raggiunto un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale. Sembra quindi che la situazione sul fronte di Gaza si sia sbloccata, almeno all’interno degli equilibri politici delle fazioni palestinesi.
 
donne palestinesi a un funerale a gazaUn mese e mezzo di violenza. Dopo la cattura del caporale israeliano Gilat Shalit, il 25 giugno scorso, da parte di un commando di miliziani delle Brigate Ezzedin Al Qassam (l'ala militare di Hamas), la situazione nella Striscia di Gaza si era rapidamente deteriorata. La reazione d’Israele, con l’operazione ribattezzata ‘pioggia d’estate’, aveva investito come un tornado Gaza e le altre cittadine abbandonate dall’esercito israeliano ad agosto 2005. Fino a oggi, mentre tutta l’opinione pubblica mondiale e la diplomazia internazionale erano impegnate dal conflitto in Libano scoppiato il 12 luglio scorso, sono morti almeno 200 palestinesi, altri 1000 sono rimasti feriti, sono state bombardate e distrutte le sedi del Ministero degli Interni, del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero dell'Economia Nazionale, del Primo Ministro palestinesi ed alcuni edifici scolastici. E’ stata anche distrutta la centrale elettrica di Gaza, lasciando senza corrente il 45 percento della Striscia. Sei ponti che collegano la città di Gaza con il centro della Striscia e una serie di altre strade sono stati bombardati, come un centinaio di case che sono state abbandonate dalla popolazione in fuga verso zone più sicure della Striscia. A tutti i danni materiali si aggiungono anche le centinaia di palestinesi arrestati, tra i quali 8 ministri del governo in carica e 26 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, il Parlamento della Palestina, tra i quali Abdelaziz Dweik, il Presidente dello stesso Consiglio. Tutto questo in un contesto come quello della Striscia di Gaza che non brilla certo per prosperità e, alle operazioni militari, bisogna aggiungere le restrizioni al movimento, con la chiusura sistematica, del valico di Rafah.
 
ismail haniyeh (a sinistra) e mahmud abbas (a destra) durante un faccia a facciaOperazione suicida. La reazione d’Israele era prevedibile però, e risulta ancora poco chiaro cosa abbia spinto il commando palestinese ad attaccare la pattuglia dell’esercito israeliano, catturando Shalit e uccidendo alcuni suoi commilitoni. Inoltre, nel 2005, Israele si è ritirato dalla Striscia, per quanto sigillandoci dentro i palestinesi. L’azione del 25 giugno insomma è apparsa ai più un autogol clamoroso. Ma forse non casuale. Proprio mentre Abbas e Haniyeh si siedono attorno a un tavolo per creare un governo di unità nazionale, si vengono a ricreare le stesse condizioni politiche che hanno fatto da prologo agli eventi degli ultimi mesi nella Striscia, e in particolare quelli successivi alla vittoria elettorale di Hamas a gennaio scorso. Da quel momento, pur ottenuta attraverso elezioni democratiche da far invidia a paesi che godono di una tranquillità sconosciuta ai palestinesi, il dialogo con la comunità internazionale si è bloccato. Hamas, per quasi tutti gli attori politici internazionali, resta un’organizzazione terroristica e a nulla è valsa la tregua che Haniyeh ha imposto ai suoi per mesi. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno chiuso i rubinetti degli aiuti internazionali, paralizzando di fatto la Striscia di Gaza. I militanti del Fatah, sconfitti alle elezioni e fiduciosi di poter sfruttare la rabbia della gente ridotta alla fame, hanno cominciato ad attaccare gli uomini di Hamas che non si sono fatti pregare nel rispondere al fuoco. Per la prima volta, dopo decenni, il fronte palestinese si è spaccato all’interno e la situazione era sull’orlo del precipizio. Alla fine Haniyeh si era reso conto che in quello stallo non c’erano vincitori e che la popolazione civile non era più in grado di sostenere una situazione drammatica come quella generata dallo stop agli aiuti internazionali. E ha deciso di trattare con Mazen e con il Fatah. Sull’unico vero argomento che li divida: il riconoscimento dello Stato d’Israele. Se Hamas avesse accettato di compiere questo passo, la comunità internazionale avrebbe dovuto riprendere l’invio di aiuti e la lotta fratricida all’interno della Striscia sarebbe finita. Ma l’ala dura di Hamas, quella che fa capo agli esiliati a Damasco e a Khaled Meshaal, non poteva accettare un passo del genere e, secondo molti osservatori, è proprio da Damasco che è partito l’ordine di attaccare la pattuglia israeliana che ha causato la reazione del governo Olmert.
Da quel giorno sono morti tanti innocenti e Gaza, se possibile, è più martoriata di prima. C’è da sperare che questa volta il riavvicinamento tra Haniyeh e Abbas dia risultati differenti.

Christian Elia

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