17/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La questione delle cartiere e delle coltivazioni transgeniche in America Latina
scritto da 
Eduardo Galeano*
 
 
Eduardo GaleanoSecondo chi comanda, i nostri paesi devono credere nella libertà del commercio (laddove esista), pagare i debiti (laddove debbano essere pagati), attrarre investimenti (anche se sono indegni) e entrare nel mondo (anche se dalla porta di servizio).
Entrare nel mondo: il mondo è il mercato. Il mercato mondiale, dove si comprano le nazioni. Niente di nuovo. L’America Latina nacque per obbedirgli, quando il mercato mondiale ancora non si chiamava così, e bene o male continuiamo a seguire impacciati il dovere dell’obbedienza.
Questa triste consuetudine dei secoli è iniziata con l’oro e l’argento e proseguita con lo zucchero, il  tabacco, il guano, il salnitro, il rame, lo stagno, il caucciù, il cacao, le banane, il caffè, il petrolio... Cosa ci hanno lasciato questi splendori? Ci hanno lasciato senza eredità, né ricordi. Giardini trasformati in deserti, campi abbandonati, montagne scavate, acque putride, lunghe processioni di infelici condannati a morte precoce, palazzi vuoti in cui si aggirano fantasmi...
Ora è la volta della soia transgenica e della cellulosa. E ancora una volta si ripete la storia della gloria effimera che a suon di tromba ci annuncia grandi disgrazie.
 
Il passato se ne starà zitto? Ci rifiutiamo di ascoltare le voci che ci avvisano: i sogni del mercato mondiale sono gli incubi delle nazioni che ne subiscono i capricci. Continuiamo ad applaudire il sequestro dei beni naturali che Dio, o il Diavolo, ci ha dato, e così lavoriamo alla nostra perdizione, contribuendo allo sterminio della poca natura che resta in questo mondo.
L’Argentina, il Brasile e altri paesi latinoamericani stanno vivendo la febbre della soia transgenica. I prezzi sono tentatori, gli introiti si moltiplicano. L’Argentina è, da molto tempo, il secondo produttore mondiale di transgenici, dopo gli Stati Uniti. In Brasile, il governo di Lula ha fatto uno di quei voltafaccia che fanno un debole favore alla democrazia, e ha detto sì alla soia trangenica, nonostante il no ribadito dal suo partito per tutta la campagna elettorale.
 
Questo è pane per oggi e fame per domani, come denunciano alcuni sindacati rurali e organizzazioni ecologiste. Però già si sa che i paesi in via di sviluppo non capiscono gli svantaggi dei pasti di plastica e della mucca a motore, e gli ecologisti sono che guastafeste sempre pronti a mettere i bastoni tra le ruote.
I difensori del transgenico affermano che non è provato che questo pregiudichi la salute dell’uomo. Ad ogni modo, non è nemmeno accertato che non la pregiudichi. E se sono così innocui, per quale motivo i produttori di soia transgenica negano di vendere quello che vendono? O forse l’etichetta di soia transgenica non è la migliore delle pubblicità?
 
Eppure ci sono dati che evidenziano come questa invenzione del dottor Frankenstein noccia alla salute del terreno e riduca la sovranità del paese. Esportiamo soia o terreno? Non saremo per caso destinati a restare intrappolati nella gabbia della Monsanto e di altri grandi aziende di semi, erbicidi e pesticidi?
Terreni che producono di tutto per il mercato locale, ora si consacrano a un solo prodotto a beneficio della domanda straniera. Mi sviluppo verso l’esterno, e mi dimentico dell’interno. Le monocolture sono una prigione, lo sono sempre state, e ora con i prodotti transgenici ancora di più. La diversità, invece, libera. L’indipendenza si riduce all’inno e alla bandiera e se non si stabilizza nella sovranità alimentare. L’autodeterminazione inizia della bocca. Solo la diversità nelle produzioni ci può difendere dal crollo dei prezzi che è ormai abitudine, abitudine letale, del mercato mondiale.
 
Le immense distese destinate alla soia transgenica stanno prendendo il posto dei boschi e cacciano i contadini poveri. Poche braccia sono impiegate in questo sfruttamento altamente meccanizzato, che sterminano le piante piccole e i campi a conduzione familiare con veleni che li brucia. L’esodo rurale verso le grandi città è in crescita, dove si presuppone che gli espulsi dal campo consumeranno, se avranno fortuna, quello che un tempo producevano. È l’agraria che si riforma: la riforma agraria al contrario.

Anche la cellulosa è di moda, in diversi paesi. L’Uruguay, senza allontanarci troppo, sta cercando di convertirsi in un centro mondiale di produzione di cellulosa per rifornire di materia prima a buon prezzo le lontane fabbriche di carta.
Si tratta di monocolture da esportazione, nella più pura tradizione coloniale: immense piantagioni artificiali, che osano chiamare boschi e che vengono convertiti in cellulosa in un processo industriale che riversa rifiuti chimici nei fiumi e rende irrespirabile l’aria.
Hanno cominciato qui pianificando due stabilimenti enormi, uno dei quali è già costruito per metà. Si è poi aggiunto un altro progetto e si parla di un altro e di un altro ancora, mentre si sta destinando un numero sempre maggiore di ettari di terreno alla fabbricazione in serie di eucalipti. Le grandi multinazionali ci hanno scoperto nella carta geografica e si sono subito innamorati di questo Uruguay dove non c’è tecnologia capace di controllarle, dove lo Stato concede loro sussidi ed evita loro le tasse, e dove i salari sono da fame e gli alberelli spuntano in un batter d’occhio.
 
Tutto indica che il nostro amato paese non potrà sopportare l’abbraccio asfissiante di queste potenze. Come di solito accade, le benedizioni della natura si convertono in maledizioni della storia. I nostri eucalipti crescono 10 volte più rapidamente di quelli della Finlandia, e questo significa una cosa sola: le piantagioni industriali saranno devastanti dieci volte tanto. Al ritmo di sfruttamento previsto, buona parte del territorio nazionale sarà spremuto fino all’ultima goccia d’acqua. I giganti assetati ci prosciugheranno il suolo e il sottosuolo.
 
Tragico paradosso. Questo è stato l’unico paese al mondo dove è stata messa ai voti la proprietà dell’acqua. Con una maggioranza schiacciante, noi uruguagi abbiamo deciso, nel 2004, che l’acqua è di pubblica proprietà. Ci sarà modo di evitare questo sequestro della volontà popolare?

La cellulosa, bisogna riconoscerlo, si è convertita in una sorta di causa patriottica e la difesa della natura non risveglia entusiasmo. E ancora peggio: nel nostro paese, malato di cellulite, alcune parole che non avevano significato negativo, come ecologista e ambientalista, si stanno convertendo in insulti che crocifiggono i nemici del progresso e i sabotatori del lavoro.
 
Si celebra la disgrazia come se fosse una buona notizia. Tanto vale morire per contaminazione che morire di fame: molti disoccupati pensano che non ci sia altro rimedio che scegliere tra due mali e i venditori di illusioni sbarcano offrendo migliaia e migliaia di posti di lavoro. Però una cosa è la pubblicità, altra la realtà. L’Mst, il movimento dei contadini senza terra, ha diffuso dei dati eloquenti, che non valgono solo per il Brasile: la cellulosa determina un posto di lavoro ogni 185 ettari e l’agricoltura familiare determina circa cinque posti di lavoro ogni dieci ettari. Le aziende promettono il meglio. Lavoro in abbondanza, investimenti milionari, controlli stretti, aria pura, acqua limpida, terreni intatti. E viene da domandarsi: perché queste meraviglie non si installano a Punta del Este, per migliorare la qualità della vita e favorire il turismo nella nostra principale località di mare?
Categoria: Ambiente, Economia
Luogo: Uruguay