23/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le storie del supercarcere di Teheran
Asharf Kalhori ha 37 anni e 4 figli, tra i 9 e i 19 anni. Asharf rischia di finire lapidata se la mobilitazione internazionale in suo favore non otterrà risultati. La sua colpa è l’adulterio, che in alcune zone del mondo è una stanca routine che non appassiona più nessuno se non i giornali di gossip, ma che altrove può significare la morte. Come in Iran per esempio.
 
akbar mohammadiMorti attese e morti misteriose. L’ayatollah Shahroudi, che presiede il potere giudiziario, nel 2002 ha chiesto ai giudici di evitare la sentenza capitale per il reato di adulterio, nel contesto del diritto internazionale che chiede ai paesi nei quali vige ancor la pena di morte di evitare d’infliggerla per reati minori e non si ha notizia certa di lapidazioni avvenute negli ultimi anni. Shadi Sadr, l’avvocato di Asharf, noto in Iran per le sue battaglie per il rispetto dei diritti civili non si fida però e, supportato da Amnesty International, chiede al mondo d’intervenire per salvare Asharf. Una delle preoccupazioni dell’avvocato è che Asharf si ‘perda’ nei corridoi di Evin, la prigione di Tehran, la più famosa (o famigerata) dell’Iran, nella zona settentrionale della capitale. I redattori del rapporto delle Nazioni Unite del 2003 sulle condizioni di detenzione iraniane la definirono ‘una prigione nella prigione’. Il timore del legale è che, non volendo provocare un’ondata d’indignazione internazionale, ad Asharf possa succedere qualcosa in carcere. I precedenti non mancano, perché Asharf è solo una delle storie che si possono raccontare su Evin. Come quella di Akbar Mohammadi, che nessuna mobilitazione riuscirà più a salvare. Akbar è morto il 31 luglio scorso, nella sua cella a Evin. Era stato arrestato nel 1999, assieme al fratello Manouchehr, perché assieme ad altri studenti universitari come lui protestava per l’intervento violento della polizia durante una manifestazione a favore della libertà di stampa. In primo grado era stato condannato a morte, con l'accusa 'di aver dichiarato guerra a Dio'. Poi, nel 2000, la sentenza era stata commutata in 15 anni di carcere. Da tempo aveva iniziato uno sciopero della fame, ma non è stato chiarito se le cause del decesso sono da attribuirsi alla sua iniziativa o ad altro. Il portavoce del penitenziario ha raccontato che Akbar si è sentito male sotto la doccia e che probabilmente ha avuto un infarto. Solo che Akbar aveva poco più di 30 anni, e la richiesta d’istituire una commissione d’inchiesta indipendente è rimasta inascoltata e il suo avvocato, dall’inizio dello sciopero della fame, si era visto negare il permesso d’incontrare il suo assistito.
 
il filosofo Ramin JahanbeglooGiornalisti, filosofi e avvocati. Anche Akbar Ganjii, considerato il più grande giornalista investigativo iraniano, ha rifiutato il cibo per mesi prima di venire rilasciato, dopo 6 anni di detenzione a Evin. Lo accusavano di aver ‘attentato alla sicurezza nazionale’, per aver scritto nel 1998 che alti funzionari della magistratura iraniana erano coinvolti in prima persona nell’ondata di omicidi di intellettuali e dissidenti che aveva scosso l’Iran in quegli anni. Appena rilasciato Ganji si è allontanato dall’Iran, recandosi negli Stati Uniti e in Europa, per continuare la sua battaglia per i diritti nel suo paese. Non potrà più viaggiare, almeno per il momento, . Una laurea ad Harvard e un dottorato alla Sorbona, Jahanbegloo era stato arrestato il 3 maggio scorso per “relazioni con paesi stranieri volte a minare la sicurezza dello stato”. Il filosofo, uno dei più noti dissidenti iraniani, era da tempo impegnato in una serie di conferenze in giro per il mondo e in una serie di collaborazioni con alcuni dei principali quotidiani e dei più prestigiosi atenei del mondo. Ma, secondo la ricostruzione del ministro per la Sicurezza iraniana, Mohseni Ejhei, i viaggi di Jahanbegloo avevano ben altro fine, essendo stato a suo tempo arruolato nelle fila dei dissidenti prezzolati da Washington per organizzare una cambio di regime a Teheran. Nessuno ha più sentito la voce di Jahanbegloo, ma qualche settimana fa, su alcuni giornali vicini al governo di Teheran, è comparsa la notizia che il filosofo avrebbe confessato tutto e che le sue ammissioni sono state registrate in un filmato che viene fatto girare per il momento solo tra poche persone. Se all’avvocato di Mohammadi è stato impedito di vedere il suo assistito, all’avvocato Abdolfattah Soltani è andata peggio e, dopo essere andato a trovare un suo cliente, non l’hanno fatto più uscire condannandolo a 5 anni di carcere. Soltani è uno dei più noti avvocati iraniani, difensore tra gli altri anche di Ganjii, ed è uno degli storici collaboratori del premio Nobel per la pace del 2003 Shirin Ebadi. L’avvocato è stato arrestato nel 2005 per è stato arrestato “per sedizione e per aver diffuso informazioni riservate del governo”. L’accusa si riferiva al fatto che Soltani, difendendo due tecnici del programma nucleare iraniano accusati di spionaggio, fosse entrato in possesso d’informazioni riservate che avrebbe poi rivenduto alle potenze occidentali. Il 18 luglio scorso Soltani è stato condannato.
 
zahra kazemiSbarre anche per gli stranieri. Ma il carcere di Evin non è solo una prerogativa degli iraniani. Il francese Stephane Lherbier, 32 anni, residente negli Emirati Arabi Uniti, e il tedesco Donald Klein, 52 anni, il 24 gennaio scorso, sono stati condannati a 18 mesi di prigione per essere penetrati illegalmente nelle acque territoriali iraniane alla fine di novembre. Loro sostengono che si trattasse di una partita di pesca, ma per il giudice iraniano l’accusa è spionaggio. C’è anche chi, lasciando l’Iran, pensava forse che non avrebbe mai oltrepassato il portone del famigerato penitenziario. Come Zhara Kazemi, per esempio. Zahra aveva 54 anni, faceva la fotoreporter, era nata in Iran e in seguito emigrata prima in Francia e poi in Canada. Aveva chiesto e ottenuto anche la cittadinanza canadese e da anni risiedeva a Montreal. La sua vicenda comincia il 20 giugno 2003, quando arriva in Iran per conto dell’agenzia britannica Camera Press. Erano i giorni della ‘primavera di Teheran’, quando gli studenti riempivano le piazze e protestavano chiedendo un Iran più moderno e più aperto. Zahra fa il suo lavoro, ottiene l’accredito stampa e comincia a raccontare le manifestazioni e quello che stava accadendo, quindi anche gli arresti arbitrari. Proprio per questo si avvicina al carcere di Evin, dove, come in buco nero, venivano inghiottiti i giovani universitari trascinati via dalla polizia. E’il 23 giugno 2003 e Zahra si trova a fotografare e intervistare gruppi di genitori che da giorni aspettano notizie dei figli all’ingresso del carcere di Evin. La polizia l’arresta immediatamente, accusandola di spionaggio. Da quel momento Zahra entra nelle segrete di Evin e ne esce solo il 27 giugno successivo per essere portata in ospedale, dove muore il 10 luglio 2003 dopo alcuni giorni di coma. La commissione d’inchiesta nominata dal governo iraniano non chiarì la dinamica dell’accaduto, ma tutte le organizzazioni internazionali hanno sempre ritenuto che Zahra sia morta per le percosse subite durante gli interrogatori ai quali era stata sottoposta. L’elenco potrebbe continuare e, a maggio scorso, l’Unione europea ha ancora una volta condannato gli arbitri legali in Iran e le violazioni dei diritti umani, citando proprio il carcere di Evin. La direzione del penitenziario allora ha pensato, per la prima volta, di aprire le porte del carcere alla stampa, invitando una troupe della Bbc. I blogger iraniani si sono scatenati contro il network inglese, accusato di essersi comportato come la Croce Rossa quando venne invitata dai nazisti a visitare il lager di Theresienstadt nel 1944. Una messinscena criminale, secondo quelli che sanno cosa accade all’interno delle mura di Evin. Il servizio della Bbc, in fondo, si limitava a mostrare quello che le guide facevano vedere. Ma per tutti i parenti dei 2575 uomini e delle 375 donne attualmente detenute a Evin è stato comunque un trauma. Alla fine del servizio, le porte di Evin si sono chiuse alle spalle delle telecamere, senza aver dato alcuna risposta a tutte le domande che il penitenziario nasconde nelle sue segrete.  

Christian Elia

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