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Morti attese e morti misteriose. L’ayatollah Shahroudi, che presiede il potere giudiziario,
nel 2002 ha chiesto ai giudici di evitare la sentenza capitale per il reato di
adulterio, nel contesto del diritto internazionale che chiede ai paesi nei
quali vige ancor la pena di morte di evitare d’infliggerla per reati minori e
non si ha notizia certa di lapidazioni avvenute negli ultimi anni. Shadi Sadr,
l’avvocato di Asharf, noto in Iran per le sue battaglie per il rispetto dei
diritti civili non si fida però e, supportato da Amnesty International, chiede
al mondo d’intervenire per salvare Asharf. Una delle preoccupazioni
dell’avvocato è che Asharf si ‘perda’ nei corridoi di Evin, la prigione di
Tehran, la più famosa (o famigerata) dell’Iran, nella zona settentrionale della
capitale. I redattori del rapporto delle Nazioni Unite del 2003 sulle
condizioni di detenzione iraniane la definirono ‘una prigione nella prigione’.
Il timore del legale è che, non volendo provocare un’ondata d’indignazione
internazionale, ad Asharf possa succedere qualcosa in carcere. I precedenti non
mancano, perché Asharf è solo una delle storie che si possono raccontare su
Evin. Come quella di
Akbar Mohammadi, che nessuna mobilitazione riuscirà più a salvare. Akbar è
morto il 31 luglio scorso, nella sua cella a Evin. Era stato arrestato nel
1999, assieme al fratello Manouchehr, perché assieme ad altri studenti
universitari come lui protestava per l’intervento violento della polizia
durante una manifestazione a favore della libertà di stampa. In primo grado era
stato condannato a morte, con l'accusa 'di aver dichiarato guerra a Dio'. Poi,
nel 2000, la sentenza era stata commutata in 15 anni di carcere. Da tempo aveva
iniziato uno sciopero della fame, ma non è stato chiarito se le cause del
decesso sono da attribuirsi alla sua iniziativa o ad altro. Il portavoce del
penitenziario ha raccontato che Akbar si è sentito male sotto la doccia e che
probabilmente ha avuto un infarto. Solo che Akbar aveva poco più di 30 anni, e
la richiesta d’istituire una commissione d’inchiesta indipendente è rimasta
inascoltata e il suo avvocato, dall’inizio dello sciopero della fame, si era
visto negare il permesso d’incontrare il suo assistito.
Giornalisti, filosofi e avvocati. Anche Akbar
Ganjii, considerato il più grande giornalista investigativo iraniano, ha
rifiutato il cibo per mesi prima di venire rilasciato, dopo 6 anni di
detenzione a Evin. Lo accusavano di aver ‘attentato alla sicurezza nazionale’,
per aver scritto nel 1998 che alti funzionari della magistratura iraniana erano
coinvolti in prima persona nell’ondata di omicidi di intellettuali e dissidenti
che aveva scosso l’Iran in quegli anni. Appena rilasciato Ganji si è allontanato
dall’Iran, recandosi negli Stati Uniti e in Europa, per continuare la sua
battaglia per i diritti nel suo paese. Non potrà più
viaggiare, almeno per il momento, . Una laurea ad Harvard e un
dottorato alla Sorbona, Jahanbegloo era stato arrestato il 3 maggio scorso per
“relazioni con paesi stranieri volte a minare la sicurezza dello stato”. Il
filosofo, uno dei più noti dissidenti iraniani, era da tempo impegnato in una
serie di conferenze in giro per il mondo e in una serie di collaborazioni con
alcuni dei principali quotidiani e dei più prestigiosi atenei del mondo. Ma,
secondo la ricostruzione del ministro per la Sicurezza iraniana, Mohseni Ejhei,
i viaggi di Jahanbegloo avevano ben altro fine, essendo stato a suo tempo
arruolato nelle fila dei dissidenti prezzolati da Washington per organizzare
una cambio di regime a Teheran. Nessuno ha più sentito la voce di Jahanbegloo,
ma qualche settimana fa, su alcuni giornali vicini al governo di Teheran, è
comparsa la notizia che il filosofo avrebbe confessato tutto e che le sue
ammissioni sono state registrate in un filmato che viene fatto girare per il
momento solo tra poche persone. Se all’avvocato di
Mohammadi è stato impedito di vedere il suo assistito, all’avvocato Abdolfattah
Soltani è andata peggio e, dopo essere andato a trovare un suo cliente, non
l’hanno fatto più uscire condannandolo a 5 anni di carcere. Soltani è uno dei
più noti avvocati iraniani, difensore tra gli altri anche di Ganjii, ed è uno
degli storici collaboratori del premio Nobel per la pace del 2003 Shirin Ebadi.
L’avvocato è stato arrestato nel 2005 per è stato arrestato “per sedizione e
per aver diffuso informazioni riservate del governo”. L’accusa si riferiva al
fatto che Soltani, difendendo due tecnici del programma nucleare iraniano
accusati di spionaggio, fosse entrato in possesso d’informazioni riservate che
avrebbe poi rivenduto alle potenze occidentali. Il 18 luglio scorso Soltani è
stato condannato.
Sbarre anche per gli stranieri. Ma il carcere di
Evin non è solo una prerogativa degli iraniani. Il
francese Stephane Lherbier, 32 anni, residente negli Emirati Arabi Uniti, e il
tedesco Donald Klein, 52 anni, il 24 gennaio scorso, sono stati condannati a 18
mesi di prigione per essere penetrati illegalmente nelle acque territoriali
iraniane alla fine di novembre. Loro sostengono che si trattasse di una partita
di pesca, ma per il giudice iraniano l’accusa è spionaggio. C’è anche chi,
lasciando l’Iran, pensava forse che non avrebbe mai oltrepassato il portone del
famigerato penitenziario. Come Zhara Kazemi, per esempio. Zahra aveva 54 anni,
faceva la fotoreporter, era nata in
Iran e in seguito emigrata prima in Francia e poi in Canada. Aveva chiesto e
ottenuto anche la cittadinanza canadese e da anni risiedeva a Montreal. La sua
vicenda comincia il 20 giugno 2003, quando arriva in Iran per conto
dell’agenzia britannica Camera Press. Erano i giorni della ‘primavera di
Teheran’, quando gli studenti riempivano le piazze e protestavano chiedendo un
Iran più moderno e più aperto. Zahra fa il suo lavoro, ottiene l’accredito
stampa e comincia a raccontare le manifestazioni e quello che stava accadendo,
quindi anche gli arresti arbitrari. Proprio per questo si avvicina al carcere
di Evin, dove, come in buco nero, venivano inghiottiti i giovani universitari
trascinati via dalla polizia. E’il 23 giugno 2003 e Zahra si trova a
fotografare e intervistare gruppi di genitori che da giorni aspettano notizie
dei figli all’ingresso del carcere di Evin. La polizia l’arresta
immediatamente, accusandola di spionaggio. Da quel momento Zahra entra nelle
segrete di Evin e ne esce solo il 27 giugno successivo per essere portata in
ospedale, dove muore il 10 luglio 2003 dopo alcuni giorni di coma. La
commissione d’inchiesta nominata dal governo iraniano non chiarì la dinamica
dell’accaduto, ma tutte le organizzazioni internazionali hanno sempre ritenuto
che Zahra sia morta per le percosse subite durante gli interrogatori ai quali
era stata sottoposta. L’elenco
potrebbe continuare e, a maggio scorso, l’Unione europea ha ancora una volta
condannato gli arbitri legali in Iran e le violazioni dei diritti umani,
citando proprio il carcere di Evin. La direzione del penitenziario allora ha
pensato, per la prima volta, di aprire le porte del carcere alla stampa,
invitando una troupe della Bbc. I blogger iraniani si sono scatenati contro il
network inglese, accusato di essersi comportato come la Croce Rossa quando
venne invitata dai nazisti a visitare il lager di Theresienstadt nel 1944. Una
messinscena criminale, secondo quelli che sanno cosa accade all’interno delle
mura di Evin. Il servizio della Bbc, in fondo, si limitava a mostrare quello
che le guide facevano vedere. Ma per tutti i parenti dei 2575 uomini e delle
375 donne attualmente detenute a Evin è stato comunque un trauma. Alla fine del
servizio, le porte di Evin si sono chiuse alle spalle delle telecamere, senza
aver dato alcuna risposta a tutte le domande che il penitenziario nasconde
nelle sue segrete. Christian Elia