di Hamza R. Piccardo*
"L'avvocato ha anche spiegato che il
rapporto con la figlia Hina era molto complicato, in particolar modo a causa
delle idee religiose di Saleem. "Il mio assistito crede profondamente,
segue con scrupolo tutte le leggi del Corano e sta rispettando il momento di
preghiera. Le sue idee religiose sono profondamente radicate".

Forse in
questa frase dell'avvocato di Mohammed Saleem , il pakistano accusato (sembra
reo confesso) di aver ucciso la figlia poco più che ventenne, c'è la chiave di
questa vicenda, anzi le chiavi.
Una è quella
della condizione di quest'uomo che viene presentato come religioso e quindi
sembra che il legale ipotizzi una difesa centrata sui valori morali che
avrebbero motivato il suo gesto.
Talvolta
infatti la percezione di sé come "religioso" e cioè puntuale
esecutore di un complesso di riti e l'attaccamento ad una prassi morale
rigida e decontestualizzata, spingono taluni musulmani ad un arroccamento
cieco, ancor più che miope, estraneo alla realtà culturale che li
circonda.
E' certo
infatti che la relazione more uxorio al di fuori di un quadro matrimoniale
islamicamente corretto è considerata dalla legge e dalla tradizione musulmana
come una colpa grave di fronte a Dio (hadd) ma non è meno vero che nessuna
scuola di diritto islamico, anche le più rigorose, ha mai concesso agli uomini
di far giustizia con le proprie mani. Anzi, il
complesso sharaitico e giurisprudenziale islamico innovò il costume al punto da
sanzionare pesantemente chi lo avesse fatto o anche solo chi avesse messo sotto
accusa il/la coniuge senza potersi appoggiare sulla testimonianza di quattro
fede facenti che potessero confermarne inequivocabilmente la copula.
Quindi nessuna
regola sharaitica potrebbe venire invocata a giustificazione o anche solo come
attenuante, neanche in paesi che applicassero pedissequamente una prassi legale
che viene messa in discussione da settori vieppiù importanti dell'islam (vedi
l'
appello alla moratoria della pena di morte e delle pene corporali lanciato da
Tariq Ramadan in vista di un esame approfondito sulle condizioni/possibilità di
applicazione nei tempi attuali). Nel caso di
Brescia, da notizie attinte all'interno della comunità pakistana che vive nella
città, si desume che ci troviamo di fronte ad un uomo che non si era mai
preoccupato di imporre alla sua famiglia una vita consona alle
consuetudini, vissute come islamiche, del paese d'origine e che, probabilmente,
si è trovato di fronte alle conseguenze di questo suo atteggiamento quando la
situazione era andata oltre quello che deve aver considerato sopportabile.
Questo non lo giustifica (sempre ammesso che sia lui il colpevole ché la
presunzione d'innocenza deve valere per tutti) né davanti a Dio e neppure
davanti agli uomini, ma spiega il suo agire e fornisce un utile strumento di
comprensione. Se sarà giudicato colpevole pagherà il prezzo che la legge gli
imporrà e avrà tempo per pentirsi davanti al Giudice Più alto.
In merito
all'altra chiave di lettura che indicavamo nell'incipit di questa breve nota,
ci sembra che la comprensione che si ha comunemente dell'Islam praticante sia
fortemente condizionata dal senso di estraneità, vuoi incompatibilità con quelli
che dovrebbero essere i valori della società occidentale nella quale
l'inquisito aveva scelto (ma quanto liberamente?) di vivere.
Si continua
infatti a ritenere il musulmano osservante (pare che Mohammed Saleem
lo fosse), sia ossessionato da una
scrupolosa pratica religiosa necessariamente avulsa da considerazioni che
investono piuttosto la dimensione della tolleranza, del rispetto delle scelte
personali anche non condivisibili, della misericordia e dell'accompagnamento di
chi sbaglia con il fine di un ritorno o al limite di una
nuova conversione.
Niente di meno
vero, le caratteristiche della misericordia infatti sono talmente importanti
nell'etica islamica che Iddio stesso ( per il Quale non c'è dubbio di
perfezione in ogni Sua attività) dice "...la Mia misericordia
precede la Mia giustizia.
Non staremo a
ribattere i temi dell'islamofobia dilagante (il nemico, perché è questa
l'immagine che deve passare, dev'essere sempre brutto, sporco e cattivo
altrimenti perché gli si farebbe guerra?) ci basti appellarci una volta di più
all'onestà mentale dei nostri concittadini i quali non dovrebbero
comunque dimenticare l'attenuante specifica per il delitto d'onore che il
Codice Penale italiano, art. 587 così definiva: " Chiunque cagiona la
morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la
illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa
recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette
anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte
della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la
figlia o con la sorella". Questa norma fu abrogata in Italia
dalla legge 442 del 5 agosto 1981, solo venticinque anno orsono. Infine ha
ragione il ministro Amato a dire che: "...il caso della ragazza
pachistana uccisa dal padre insegna molto ai fini della cittadinanza, perché è
evidente che non basta chiedere l'adesione ai valori della Costituzione",
ma bisogna che ci sia un'adesione anche a diritti "fondamentali come il
fatto che la donna si rispetta secondo regole che io considero
universali". Aggiungendo infine che: "è un problema che
dovrà essere affrontato bene", e cioè, a nostro avviso, con aiuti
all'inserzione delle comunità immigrate, mettendo in campo strumenti e risorse
in misura e con una continuità e coerenza che finora non abbiamo mai potuto
registrare .