di John Sfakianakis*
La campagna militare di Israele in Libano ha messo a dura
prova l’economia del paese ma saranno la durata del conflitto e le condizioni
della tregua a determinare i reali costi economici. Se il conflitto finisse
oggi, il costo della guerra ammonterebbe a più di 5 miliardi di dollari, che
corrisponde al 23,5 per cento del prodotto interno lordo del paese. Solo per i
danni alle infrastrutture è stato stimato un costo di oltre 2,5 miliardi di
dollari. I costi rimanenti si riferiscono al declino della produzione generale,
la perdita di reddito pubblico (Iva e riscossione delle imposte), crollo del
flusso turistico e perdita del reddito proveniente dal settore privato dovuto
ad
una drastica diminuzione delle attività commerciali.
Nel 2006 era prevista una crescita economica di oltre il 5
per cento, rispetto alla crescita del 2005 pari quasi allo zero a causa della
crisi politica che seguì l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. Il
costo dei finanziamenti per i progetti di ricostruzione del paese non faranno
che accrescere il debito del Libano che in aprile era arrivato a 38,6 miliardi
di dollari, equivalente al 183 per cento del prodotto interno lordo, una delle
percentuali più alte del mondo. Se la guerra si protraesse il debito pubblico
cronico del Libano rischierebbe di stabilire nuovi record. Anche se il Libano
riuscisse a trovare i fondi per coprire i costi di ricostruzione avrebbe
comunque perso la possibilità di investire le proprie limitate risorse su altri
progetti di sviluppo. Comunque il problema che mette più a rischio l’economia
libanese è l’instabilità della propria struttura politica. La mancanza di
consenso politico ha reso il governo incapace di approvare un bilancio dal
2004.
Uno degli effetti della guerra dal punto di vista
macroeconomico riguarda i prezzi al consumo. Il blocco della circolazione via
terra, mare e aria imposto dagli israeliani ha fatto sì che molti beni di
consumo sparissero dagli scaffali dei supermercati nel corso dei primi giorni
del conflitto.
Man mano che la guerra continua la scarsità di beni porterà
ad un dilagante aumento dei prezzi. Prima della guerra l’inflazione si era
assestata sotto il 4 per cento, da quasi il 120 per cento del 1992. Il
protrarsi della crisi in Libano porterebbe ad una pressione sulla sterlina
libanese, al momento difesa dalla Central Bank con circa 13 miliardi in riserve
in valuta estera. Si stima che nel primo giorno del conflitto la Central Bank
abbia usato 500 miliardi per sostenere la sterlina. Le riserve poterebbero già
essere impoverite di circa 2 miliardi di dollari.
A breve e media scadenza si calcola un aumento della
disoccupazione pari quasi al 20 per cento dal suo attuale 10 per cento. Ciò che
preoccupa maggiormente è che l’eventuale fuga della forza lavoro potrebbe non
tornare più in Libano alla fine della guerra, proprio in un momento di forte
sviluppo economico dei paesi del Golfo che necessitano di lavoratori
qualificati e non. Una delle immediate vittime economiche della guerra è stata
la rinascente industria del turismo libanese che contribuiva al 20 per cento
del prodotto interno lordo.
Sebbene Beirut non sia riuscita ad affermarsi come grande
aeroporto intercontinentale – obiettivo a cui aspira Israele - il
turismo è emerso come una forza
importante nel settore immobiliare, delle costruzioni e dei servizi
finanziari. A metà maggio il Ministro del Turismo, Joe Sarkis, affermò
che in base alle previsioni 1,6 milioni di turisti (un incremento del
45 per
cento rispetto al 2005) avrebbero visitato il paese nel 2006, portando
al paese
2 miliardi di dollari in valuta straniera. La maggioranza dei turisti
che
visitavano il Libano erano Arabi del Golfo che lo preferivano alle
destinazioni
occidentali in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001. Dato
l’aumento
degli introiti legati alla vendita del petrolio gli Aabi del Golfo
hanno
investito imponenti somme in progetti immobiliari e nel mercato
azionario. Si
stima che solo i Sauditi abbiano investito nel settore immobiliare 11
miliardi
di dollari nel corso degli ultimi 10 anni. Non è ancora chiaro se i
prezzi di
questo settore possano sperimentare un arresto dato che i libanesi
tendono a
non vendere nel corso di crisi prolungate come accadde durante la
guerra
civile.
La distruzione delle infrastrutture in Libano è misurabile.
La ricostruzione del paese avviata dopo la guerra civile fu opera di Hariri. Il
lancio di “Orizzonte 2000”, il progetto governativo di ricostruzione del
dopoguerra, aiutò Beirut a riappropriarsi gradualmente del titolo di “Parigi
del Medio Oriente.” Il vero boom immobiliare testimoniato dal Libano a partire
dagli inizi del 1990 si avvalse di manodopera siriana a basso costo. Prima
della recente invasione da parte di Israele lavoravano in Libano oltre 300.000
siriani. Una guerra prolungata priverebbe la Siria di un’importante fonte di
reddito grazie alle rimesse. Sebbene il processo di ricostruzione mancasse di
trasparenza, i flussi di capitale netto durante il periodo 1991-1996 ammontava
a 6 miliardi di dollari all’anno. Il governo non prestò la necessaria
attenzione alla costruzione di case per i ceti meno ricchi ma si concentrò
sulla costruzione di autostrade, distributori di benzina ed un nuovo aeroporto.
Ripristinò le telecomunicazioni e le reti per la distribuzione dell’acqua e
dell’elettricità. Gli attacchi israeliani hanno danneggiato tutte queste
infrastrutture in misura diversa; gli attacchi ai porti del Libano e il blocco
navale hanno privato il governo della principale fonte di reddito. Circa il 75
per cento dell’IVA e delle entrate fiscali del paese provenivano dal porto di
Beirut, con un introito indotto dall’IVA pari quasi al 37 per cento delle
entrate fiscali del governo. In totale le entrate fiscali dovute all’IVA e ad
altre tasse si avvicinano a 2 miliardi di dollari all’anno. Il porto di Beirut
da solo genera un reddito pari ad oltre 5 milioni di dollari.
Il costo umano al di là dei morti e dei feriti spesso è il
più difficile da calcolare. Il valore minimo di eventuali indennità, tenendo in
considerazione un risarcimento solo per i redditi individuali, ammonterebbe ad
oltre
2 miliardi di dollari. I redditi subiranno un’ulteriore contrazione dato che la
distruzione di case ed automobili durante la guerra non è coperta dalle agenzie
assicurative; pochissimi libanesi hanno un’assicurazione sulla vita che includa
una clausola sulla guerra. Il risultato è che la distribuzione del reddito subirà
un contraccolpo ancora più pesante in un paese che da sempre ha vissuto forti
disuguaglianze sociali.
La Commissione economica e sociale per l’Asia Occidentale
delle Nazioni Unite riferisce che il 25 per cento delle famiglie libanesi vive
con meno di 620 dollari al mese mentre più del 5 per cento delle famiglie vive
in “assoluta povertà”, ossia con meno di 300 dollari al mese. L’invasione più
recente ha causato lo spostamento di quasi un milione di libanesi che si
trovano in una situazione di precarietà ed insicurezza ed hanno difficile
accesso ad elementi basilari come alloggi, medicine e cibo. Un altro costo considerevole è quello
relativo allo sviluppo delle varie regioni sottoposte a bombardamenti che
dovranno sperimentare una carenza dei servizi fondamentali, dalle
infrastrutture alle scuole agli edifici.
Se la ricostruzione delle aree danneggiate richiederà molto
tempo le disuguaglianze tra le diverse regioni aumenteranno uno sviluppo
economico già non uniforme.
Anche i costi relativi ai danni ambientali sono enormi e la
maggior parte è causata dal più grave spargimento di petrolio nella storia del
paese. La dispersione di oltre 10.000 tonnellate di carburante dallo
stabilimento di Jiyyeh dovuta ai ripetuti bombardamenti aerei da parte
dell’aviazione israeliana il 13 e 15 luglio hanno causato l’inquinamento di un
terzo della costa libanese.
Nonostante gli immediati annunci di aiuti da parte dell’Arabia Saudita e
del Kuwait – Riyadh ha promesso di depositare 1 miliardo di dollari alla
Central Bank a sostegno dell’economia del paese e ha donato 500 milioni di
dollari per la ricostruzione, mentre il Kuwait ha annunciato lo stanziamento di
300 milioni di dollari per l’assistenza – il problema più grave è la mancanza
di una leadership che continua ad assediare lo scenario politico libanese e la
conseguente rinascita di gruppi filo-siriani. La violenza non farà che
aumentare la sfiducia nella politica che a sua volta inasprirà l’impasse
economica del paese.