16/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un economista analizza le conseguenze della guerra in Libano
di John Sfakianakis*
 
 
La campagna militare di Israele in Libano ha messo a dura prova l’economia del paese ma saranno la durata del conflitto e le condizioni della tregua a determinare i reali costi economici. Se il conflitto finisse oggi, il costo della guerra ammonterebbe a più di 5 miliardi di dollari, che corrisponde al 23,5 per cento del prodotto interno lordo del paese. Solo per i danni alle infrastrutture è stato stimato un costo di oltre 2,5 miliardi di dollari. I costi rimanenti si riferiscono al declino della produzione generale, la perdita di reddito pubblico (Iva e riscossione delle imposte), crollo del flusso turistico e perdita del reddito proveniente dal settore privato dovuto ad una drastica diminuzione delle attività commerciali.
 
Nel 2006 era prevista una crescita economica di oltre il 5 per cento, rispetto alla crescita del 2005 pari quasi allo zero a causa della crisi politica che seguì l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. Il costo dei finanziamenti per i progetti di ricostruzione del paese non faranno che accrescere il debito del Libano che in aprile era arrivato a 38,6 miliardi di dollari, equivalente al 183 per cento del prodotto interno lordo, una delle percentuali più alte del mondo. Se la guerra si protraesse il debito pubblico cronico del Libano rischierebbe di stabilire nuovi record. Anche se il Libano riuscisse a trovare i fondi per coprire i costi di ricostruzione avrebbe comunque perso la possibilità di investire le proprie limitate risorse su altri progetti di sviluppo. Comunque il problema che mette più a rischio l’economia libanese è l’instabilità della propria struttura politica. La mancanza di consenso politico ha reso il governo incapace di approvare un bilancio dal 2004.
Uno degli effetti della guerra dal punto di vista macroeconomico riguarda i prezzi al consumo. Il blocco della circolazione via terra, mare e aria imposto dagli israeliani ha fatto sì che molti beni di consumo sparissero dagli scaffali dei supermercati nel corso dei primi giorni del conflitto.
Man mano che la guerra continua la scarsità di beni porterà ad un dilagante aumento dei prezzi. Prima della guerra l’inflazione si era assestata sotto il 4 per cento, da quasi il 120 per cento del 1992. Il protrarsi della crisi in Libano porterebbe ad una pressione sulla sterlina libanese, al momento difesa dalla Central Bank con circa 13 miliardi in riserve in valuta estera. Si stima che nel primo giorno del conflitto la Central Bank abbia usato 500 miliardi per sostenere la sterlina. Le riserve poterebbero già essere impoverite di circa 2 miliardi di dollari.
 
A breve e media scadenza si calcola un aumento della disoccupazione pari quasi al 20 per cento dal suo attuale 10 per cento. Ciò che preoccupa maggiormente è che l’eventuale fuga della forza lavoro potrebbe non tornare più in Libano alla fine della guerra, proprio in un momento di forte sviluppo economico dei paesi del Golfo che necessitano di lavoratori qualificati e non. Una delle immediate vittime economiche della guerra è stata la rinascente industria del turismo libanese che contribuiva al 20 per cento del prodotto interno lordo.
Sebbene Beirut non sia riuscita ad affermarsi come grande aeroporto intercontinentale – obiettivo a cui aspira Israele -  il turismo è emerso come una forza importante nel settore immobiliare, delle costruzioni e dei servizi finanziari. A metà maggio il Ministro del Turismo, Joe Sarkis, affermò che in base alle previsioni 1,6 milioni di turisti (un incremento del 45 per cento rispetto al 2005) avrebbero visitato il paese nel 2006, portando al paese 2 miliardi di dollari in valuta straniera. La maggioranza dei turisti che visitavano il Libano erano Arabi del Golfo che lo preferivano alle destinazioni occidentali in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001. Dato l’aumento degli introiti legati alla vendita del petrolio gli Aabi del Golfo hanno investito imponenti somme in progetti immobiliari e nel mercato azionario. Si stima che solo i Sauditi abbiano investito nel settore immobiliare 11 miliardi di dollari nel corso degli ultimi 10 anni. Non è ancora chiaro se i prezzi di questo settore possano sperimentare un arresto dato che i libanesi tendono a non vendere nel corso di crisi prolungate come accadde durante la guerra civile.
 
La distruzione delle infrastrutture in Libano è misurabile. La ricostruzione del paese avviata dopo la guerra civile fu opera di Hariri. Il lancio di “Orizzonte 2000”, il progetto governativo di ricostruzione del dopoguerra, aiutò Beirut a riappropriarsi gradualmente del titolo di “Parigi del Medio Oriente.” Il vero boom immobiliare testimoniato dal Libano a partire dagli inizi del 1990 si avvalse di manodopera siriana a basso costo. Prima della recente invasione da parte di Israele lavoravano in Libano oltre 300.000 siriani. Una guerra prolungata priverebbe la Siria di un’importante fonte di reddito grazie alle rimesse. Sebbene il processo di ricostruzione mancasse di trasparenza, i flussi di capitale netto durante il periodo 1991-1996 ammontava a 6 miliardi di dollari all’anno. Il governo non prestò la necessaria attenzione alla costruzione di case per i ceti meno ricchi ma si concentrò sulla costruzione di autostrade, distributori di benzina ed un nuovo aeroporto. Ripristinò le telecomunicazioni e le reti per la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità. Gli attacchi israeliani hanno danneggiato tutte queste infrastrutture in misura diversa; gli attacchi ai porti del Libano e il blocco navale hanno privato il governo della principale fonte di reddito. Circa il 75 per cento dell’IVA e delle entrate fiscali del paese provenivano dal porto di Beirut, con un introito indotto dall’IVA pari quasi al 37 per cento delle entrate fiscali del governo. In totale le entrate fiscali dovute all’IVA e ad altre tasse si avvicinano a 2 miliardi di dollari all’anno. Il porto di Beirut da solo genera un reddito pari ad oltre 5 milioni di dollari.
 
Il costo umano al di là dei morti e dei feriti spesso è il più difficile da calcolare. Il valore minimo di eventuali indennità, tenendo in considerazione un risarcimento solo per i redditi individuali, ammonterebbe ad oltre 2 miliardi di dollari. I redditi subiranno un’ulteriore contrazione dato che la distruzione di case ed automobili durante la guerra non è coperta dalle agenzie assicurative; pochissimi libanesi hanno un’assicurazione sulla vita che includa una clausola sulla guerra. Il risultato è che la distribuzione del reddito subirà un contraccolpo ancora più pesante in un paese che da sempre ha vissuto forti disuguaglianze sociali.
La Commissione economica e sociale per l’Asia Occidentale delle Nazioni Unite riferisce che il 25 per cento delle famiglie libanesi vive con meno di 620 dollari al mese mentre più del 5 per cento delle famiglie vive in “assoluta povertà”, ossia con meno di 300 dollari al mese. L’invasione più recente ha causato lo spostamento di quasi un milione di libanesi che si trovano in una situazione di precarietà ed insicurezza ed hanno difficile accesso ad elementi basilari come alloggi, medicine e  cibo. Un altro costo considerevole è quello relativo allo sviluppo delle varie regioni sottoposte a bombardamenti che dovranno sperimentare una carenza dei servizi fondamentali, dalle infrastrutture alle scuole agli edifici.
 
Se la ricostruzione delle aree danneggiate richiederà molto tempo le disuguaglianze tra le diverse regioni aumenteranno uno sviluppo economico già non uniforme.
Anche i costi relativi ai danni ambientali sono enormi e la maggior parte è causata dal più grave spargimento di petrolio nella storia del paese. La dispersione di oltre 10.000 tonnellate di carburante dallo stabilimento di Jiyyeh dovuta ai ripetuti bombardamenti aerei da parte dell’aviazione israeliana il 13 e 15 luglio hanno causato l’inquinamento di un terzo della costa libanese.
Nonostante gli immediati annunci di aiuti da parte dell’Arabia Saudita e del Kuwait – Riyadh ha promesso di depositare 1 miliardo di dollari alla Central Bank a sostegno dell’economia del paese e ha donato 500 milioni di dollari per la ricostruzione, mentre il Kuwait ha annunciato lo stanziamento di 300 milioni di dollari per l’assistenza – il problema più grave è la mancanza di una leadership che continua ad assediare lo scenario politico libanese e la conseguente rinascita di gruppi filo-siriani. La violenza non farà che aumentare la sfiducia nella politica che a sua volta inasprirà l’impasse economica del paese. 
Categoria: Guerra, Economia
Luogo: Libano