Nel quartiere di Hezbollah: sopravvivere o morire nella periferia meridionale di Beirut
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
Il sette agosto l'aviazione
israeliana stava attaccando la periferia meridionale di Beirut, già distrutta
dalle molte altre incursioni avvenute dall'inizio della guerra, poiché
considerata “Hayye Hizbollah”, il quartiere di Hezbollah.

Hassan Fadel, un ragazzo libanese
di 17 anni, racconta di come quel giorno solo 30 metri gli hanno salvato la
vita. “Il 7 agosto ero a casa di un mio amico che vive a Shiha, un quartiere
non lontano da casa mia. Eravamo lì e parlavamo dei nostri progetti per
settembre, guerra permettendo, e dei nostri ricordi della scorsa estate.
Verso le 19 e 30 ho lasciato la sua
casa per andare in un internet point, per controllare la mia posta elettronica
e
parlare con i miei amici tramite messenger. Dopo un po’ i caccia F16 israeliani
hanno bombardato l’edificio dove ero stato fino a pochi minuti prima.
Ringraziando Dio, ero a 30 metri di distanza”.

“Ho pianto molto e mi sono
spaventato. C'erano molte persone nel palazzo, molte famiglie, e anche il mio
amico era lì. Adesso lui e i suoi genitori sono in ospedale in gravi condizioni
mentre sua nonna è morta. Ho pianto ancora. La gente ha cominciato a correre
via, a piedi scalzi e con i bambini in braccio che gridavano. Ho visto sangue
e
corpi che giacevano per terra. Ho visto gente chiedere aiuto. Una nube di polvere
si è sollevata. È stato così difficile anche per la protezione civile
recuperare i feriti”.
“Mia madre mi cercava gridando e
quando l’ho trovata in mezzo alla nube di polvere e al sangue della
gente, anche
lei piangeva. Ora ringraziamo Dio
perché siamo ancora vivi. Fino a poco tempo fa Tayyoun, la zona dove
vivevo, era
un paese tranquillo. Ora anche da qui la gente ha cominciato a
scappare. Sono
morte più di trentotto persone e almeno sessanta sono rimaste ferite.
Dal 7 agosto, da quando la nostra casa è stata distrutta siamo scappati
al nord, dove
si è più sicuri, almeno per ora. Ma quella sera è diventata il mio
incubo”.