13/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Per la terza volta orde di delinquenti del Pcc attaccano la città brasiliana: 5 morti. Un rapito
Un giornalista della rete Globo, Guilherme Portanova, è stato rapito sabato, mentre cenava in un ristorante nei pressi della redazione. Con lui anche un tecnico. Anche questa volta la violenza di un sequestro per ottenere quanto richiesto: i criminali avevano poco prima consegnato un video con le richieste di un miglioramento del sistema carcerario alla tv più importante del paese. E' l'ultimo atto di una serie di attacchi che sta piegando la capitale paulista. E' la terza ondata di violenza in tre mesi.
 
San Paolo, terza ondata di violenza. Ancora una volta, da lunedì, la megalopoli brasiliana è teatro di una vera e propria guerriglia urbana: edifici pubblici, sedi delle forze di sicurezza, banche, supermercati, pompe di benzina e autobus sono stati assaltati e dati alla fiamme, e una sorta di tiro al bersaglio contro chiunque indossasse una divisa è tornato a seminare il terrore. cinque i morti. Innumerevoli i feriti. Una città nel panico, 18 milioni di abitanti ripiombati di nuovo ne clima di guerra civile che li ha costretti a rintanarsi in casa per giorni già in maggio e giugno. Bande armate del Primo Comando della Capitale (Pcc) pattugliano ogni metro quadro sparando, distruggendo, appiccando incendi. Il loro unico obiettivo è creare caos e disperazione, nel tentativo di tenere in scacco la polizia. Presi di mira molto supermercati, un allarme bomba ha costretto le forze dell’ordine a evacuare un intero shopping center di una zona di periferia. Su alcuni muri una scritta, il movente dell’ennesima furia criminale che in tre mesi ha fatto 180 morti: “Contro la repressione carceraria”.
 
soldati brasilianiI tentacoli. La piovra del Pcc ha testa e cuore fra le sbarre delle carceri di massima sicurezza dello Stato. È lì che è nata, 13 anni fa, ed è da lì che prende energie e impulsi. I suoi leader sono in prigione da anni, condannati a pene infinite, ma è fra quelle mura che il Pcc prospera. I suoi bracci si diramano per ogni singola strada della megalopoli, con migliaia di adepti, (i fratelli), e di simpatizzanti, (i cugini), che ne fanno una vera potenza. Prima fonte di guadagno, il narcotraffico, che garantisce al Pcc legami invisibili con ogni strato della società, fino ad arrivare ai piani alti, a una lista infinita di insospettabili. Sono migliaia i “miliziani” a piede libero che scorrazzano sparando e aggredendo, condizionando a più riprese la vita di milioni di persone. Mercoledì 12 luglio il traffico cittadino è stato addirittura bloccato per l’intera giornata. Elemento scatenante, questa volta, l’arresto di alcuni avvocati difensori del lider maximo della cupola, Marcos Herbas Camacho, detto Marcola, che avrebbero usato strumenti illeciti e aiutato la banda a riclicare denaro sporco. È lui il deus ex machina, colui che tira le fila delle azioni di 140mila prigionieri e di migliaia di ‘fedeli’ fuori. Marcola è un vero e proprio dio per questa gente. È un genio del crimine, con una sua morale e una sua etica. È il capo carismatico, colui che incarna ideologia e statuto: sedici regole scritte, una costituzione tout court, che termina con tre parole emblematiche: libertà, giustizia e pace. È questa la caratteristica della piovra paulista: l’aver trovato nell’odio verso i carcerieri l’unione e la forza per cambiare il sistema penitenziario, che è il loro mondo. 
 
polizia brasilianaSugli attenti. Il Pcc è uno stato parallelo che detta legge nell’affollato universo carcerario paulista. Marcola, montagna di muscoli dallo sguardo tagliente e duro, ne incarna la filosofia e ne regge redini e dettami. Chiunque metta piede in una delle prigioni dello Stato non ha scelta: o piegarsi o morire. Immancabile il rituale, un macabro e sadico rito di iniziazione, con tanto di solenne giuramento di fedeltà sulla tavola delle regole. È il battesimo del fuoco, il prezzo del rispetto, dell’invulnerabilità. “Il Pcc affascina molti giovani, perché solo così si sentono rispettati” ha spiegato José de Jesus, avvocato della pastorale carceraria di San Paolo, difensore di un giovane abitante di una delle favelas più povere della città brasiliana il quale, una volta membro del Pcc, è ora minacciato di morte dai suoi stessi fratelli e costretto all’isolamento in carcere: è stato accusato di aver rubato i soldi del gruppo. E il gruppo non perdona. “E’ un traditore, la massima delle infamie”, spiega il legale. “In una società in cui la famiglia è disgregata, la polizia è l’aggressore, il giudice è colui che umilia, la chiesa è quella dei no, è la fazione ad accoglierli. È qui che un ragazzo acquista potere: appartiene a un gruppo temuto che gli garantisce identità. E le possibilità di agire in gruppo, compiere crimini e scorribande sono seduttrici. Per non parlare dei soldi facili. È con orgoglio che dichiarano di appartenere al Pcc”. Ed è con cieca fedeltà che scattano sugli attenti a ogni ordine che arriva dalla cupola.
 
Nuovi nomi nuove strategie. La fitta rete di comunicazione fra dentro e fuori viene mantenuta attraverso i cellulari introdotti di nascosto nelle carceri. L’organizzazione è impeccabile. Dalle prigioni partono chiamate dirette a veri e propri centri di telefonia clandestina, sistemati nei quartieri più miseri di San Paolo. Intestati a prestanome, sono gestiti da mogli e fidanzate dei criminali in carcere che fungono da centraliniste smistando le chiamate. È così che l’esercito della strada viene convocato. Ed è così che i leader coordinano compravendita di armi e droga, affari, spostamenti di conti, problemi logistici. Al Pcc non manca niente. Le sue azioni sono studiate con calma e astuzia. Il modus operandi di Marcola ha consolidato l’organizzazione, ormai vero e proprio cancro della società paulista. Da quando lui è il capo, novembre del 2002, le azioni del Pcc dilagarono oltre le mura della prigione. Nel marzo del 2003 gli uomini di Marcola riuscirono ad assassinare il “Machadinho”, il giudice che dirigeva il Centro di Riadattamento Penitenziario del Presidente Bernardes (Crp), la prigione più rigida del Brasile, la più temuta. Qui i prigionieri vengono confinati in cella per 23 ore al giorno, senza accesso a giornali, televisione, riviste e radio. Costringere il governo a rivedere il regime carcerario e a chiudere il Crp divenne uno degli obiettivi più alti. Da quel momento, ricattare lo stato tenendo sotto tiro le forze dell’ordine e in scacco la società, divenne la strategia del Pcc. Un braccio di ferro pronto a sfociare persino in una guerra civile. Quella che ha appena vissuto San Paolo. E la gente ha paura: conosce il Pcc, per questo lo teme. A maggio furono 85 i morti e decine i feriti lasciati sul campo dalla rivolta fuori e dentro le carceri, soffocata dall’intervento massiccio delle forze dell’ordine in assetto anti-guerriglia. Furono quattro giorni di cruenti combattimenti, con 73 penitenziari in tumulto. E duecento ostaggi: familiari degli stessi prigionieri, in visita. Questa l’altra cruente novità: contro ogni consuetudine carceraria, le rivolte sono programmate proprio nel momento dell’apertura dei cancelli alle famiglie. La maniera più cinica per impedire alla polizia di intervenire schiacciandole nel sangue.
 
Fine lontanta. Questa volta la città è stata messa a ferro e fuoco, ma le carceri sono rimaste a guardare. Per ora. Oggi, le strade della più grande città del Sud America sono presidiate da poliziotti armati fino ai denti. Il governatore di San Paolo e il presidente della Repubblica, Luiz Inacio Lula da Silva, restano sul chi va là, pronti a far intervenire l’esercito al minimo cenno dell’acutizzarsi del conflitto. Perché di conflitto si tratta. Tre battaglie di una guerra ancora lontana dalla fine.  

Stella Spinelli

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