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La vittoria del pragmatismo. Il 5 agosto scorso, dopo
le roventi polemiche che fin dagli anni Novanta vengono scatenate dalla
costruzione di questa infrastruttura, i lavori per l’edificazione della diga di
Ilisu, 45 chilometri dal confine con la Siria, sono partiti. A nulla sono valsi
gli appelli di associazioni ambientaliste in tutto il mondo: alla fine la diga
sul Tigri si farà. E il villaggio di Hasankeyf potrebbe essere, a breve, solo
un ricordo. Sommerso come altri duecento villaggi a maggioranza curda.
Secondo il Kurdish Human Rights Project, i lavori provocheranno l’esodo
forzato di non meno di 54mila persone destinate, secondo l’ong curda, a
trasferirsi nei quartieri periferici e malsani di Diyarbakir e di Barman,
le principali città a maggioranza curda in Turchia. L’Associazione dei Popoli
Minacciati ha lanciato un appello chiedendo al governo tedesco e alle banche
teutoniche di non sostenere le aziende che hanno vinto l’appalto per la
costruzione, ma è difficile che le gru possano essere fermate. Secondo i
calcoli del governo di Ankara, quando il bacino idrico sarà in funzione entro
il 2013, verranno prodotti 3,8
miliardi di kwh all'anno. Una bella sorsata di
energia per un’economia in crescita come quella turca. Ma gli oppositori del
progetto ritengono che la Turchia si permetta il lusso di sfollare migliaia di
famiglie solo perché queste sono curde e, in questo senso, avrebbe barattato il
basso profilo sulla crisi libanese in cambio del via libera dell’Unione europea
alla realizzazione dell’opera pubblica.
Identità sommersa.
La diga di Ilisu è solo un
tassello di un progetto immane, che esiste da anni, ma che
l’instabilità della
regione aveva sempre fatto rinviare. Il progetto si chiama Gap, cioè il
Guneydogu Anadolu Projesi, e prevede lo sfruttamento delle acque del
Tigri e
dell'Eufrate e la costruzione di 22 dighe, 19 centrali idroelettriche e
centinaia di progetti collaterali. Il progetto riguarda tre stati:
Turchia,
Siria e Iraq. Quando il Gap sarà completato, la Turchia avrà il
controllo
completo delle acque della Mesopotamia, in quanto si rifiuta di firmare
trattati
per regolare la portata dei due fiumi oltre il confine turco. Ciò crea
conflitti con i Paesi vicini interessati. Ma il peso politico di Iraq e
Siria
in questo momento della politica internazionale è quasi nullo. La
Turchia va
avanti quindi e il premier Erdogan assicura che la diga in particolare
e il
progetto in generale garantiranno migliaia di posti di lavoro. Per il
momento
però, l’unico reale risultato sarà quello di una marea di sfollati in
fuga
dalle terre dove sono sempre vissuti. "Siamo frustrati, siamo rimasti
tutta la notte all'aperto davanti alle porte di Hasankeyf per
protestare contro
la costruzione della diga. Nonostante questo hanno iniziato i lavori.
Le ruspe
distruggeranno i nostri cuori. La nostra ultima speranza rimane
l'opinione
pubblica europea, che forse riuscirà a impedire che le loro ditte
prendano
parte a questo terrificante progetto", ha dichiarato Huseyin Agca,
dell'amministrazione del capoluogo provinciale Diyarbakir,
all’associazione
Popoli Minacciati. I curdi e i cristiani assiro-aramei considerano
Hasankeyf
parte della propria identità, e anche per questo la Banca Mondiale si
era a suo
tempo ritirata dal progetto. Ma questo, di fronte al progresso, sembra
essere
un dettaglio di nessun valore. Christian Elia