12/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Cominciati i lavori di costruzione di una diga in Turchia, che sconvolgerà la vita di migliaia di curdi
Chiese e moschee, madrase e grotte, vicoli e negozietti s’inseguono nella cittadella vecchia di 4mila anni. Hasankeyf, Turchia sudorientale. Un nome che non tanti conoscono, un piccolo paese sperduto che racchiude però delle meravigliose testimonianze archeologiche. In pericolo, per colpa di una diga.
 
un'immagine di hasankeyfLa vittoria del pragmatismo. Il 5 agosto scorso, dopo le roventi polemiche che fin dagli anni Novanta vengono scatenate dalla costruzione di questa infrastruttura, i lavori per l’edificazione della diga di Ilisu, 45 chilometri dal confine con la Siria, sono partiti. A nulla sono valsi gli appelli di associazioni ambientaliste in tutto il mondo: alla fine la diga sul Tigri si farà. E il villaggio di Hasankeyf potrebbe essere, a breve, solo un ricordo. Sommerso come altri duecento villaggi a maggioranza curda. Secondo il Kurdish Human Rights Project, i lavori provocheranno l’esodo forzato di non meno di 54mila persone destinate, secondo l’ong curda, a trasferirsi nei quartieri periferici e malsani di Diyarbakir e di Barman, le principali città a maggioranza curda in Turchia. L’Associazione dei Popoli Minacciati ha lanciato un appello chiedendo al governo tedesco e alle banche teutoniche di non sostenere le aziende che hanno vinto l’appalto per la costruzione, ma è difficile che le gru possano essere fermate. Secondo i calcoli del governo di Ankara, quando il bacino idrico sarà in funzione entro il 2013, verranno prodotti 3,8 miliardi di kwh all'anno. Una bella sorsata di energia per un’economia in crescita come quella turca. Ma gli oppositori del progetto ritengono che la Turchia si permetta il lusso di sfollare migliaia di famiglie solo perché queste sono curde e, in questo senso, avrebbe barattato il basso profilo sulla crisi libanese in cambio del via libera dell’Unione europea alla realizzazione dell’opera pubblica.
 
mappa della zonaIdentità sommersa. La diga di Ilisu è solo un tassello di un progetto immane, che esiste da anni, ma che l’instabilità della regione aveva sempre fatto rinviare. Il progetto si chiama Gap, cioè il Guneydogu Anadolu Projesi, e prevede lo sfruttamento delle acque del Tigri e dell'Eufrate e la costruzione di 22 dighe, 19 centrali idroelettriche e centinaia di progetti collaterali. Il progetto riguarda tre stati: Turchia, Siria e Iraq. Quando il Gap sarà completato, la Turchia avrà il controllo completo delle acque della Mesopotamia, in quanto si rifiuta di firmare trattati per regolare la portata dei due fiumi oltre il confine turco. Ciò crea conflitti con i Paesi vicini interessati. Ma il peso politico di Iraq e Siria in questo momento della politica internazionale è quasi nullo. La Turchia va avanti quindi e il premier Erdogan assicura che la diga in particolare e il progetto in generale garantiranno migliaia di posti di lavoro. Per il momento però, l’unico reale risultato sarà quello di una marea di sfollati in fuga dalle terre dove sono sempre vissuti. "Siamo frustrati, siamo rimasti tutta la notte all'aperto davanti alle porte di Hasankeyf per protestare contro la costruzione della diga. Nonostante questo hanno iniziato i lavori. Le ruspe distruggeranno i nostri cuori. La nostra ultima speranza rimane l'opinione pubblica europea, che forse riuscirà a impedire che le loro ditte prendano parte a questo terrificante progetto", ha dichiarato Huseyin Agca, dell'amministrazione del capoluogo provinciale Diyarbakir, all’associazione Popoli Minacciati. I curdi e i cristiani assiro-aramei considerano Hasankeyf parte della propria identità, e anche per questo la Banca Mondiale si era a suo tempo ritirata dal progetto. Ma questo, di fronte al progresso, sembra essere un dettaglio di nessun valore. 

Christian Elia

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