11/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



C'è chi resta e chi fugge. Così le famiglie libanesi vengono divise dalla guerra
Scritto per noi da
Erminia Calabrese 
 
La strada che da Tiro porta a Maarake è dissestata, stretta, piena di curve e fiancheggia verdi valli. Da Tiro prendendo un taxi a volte devi aspettare anche più di un’ora prima di partire. Maarake, che in arabo vuol dire battaglia, è un piccolo paesino dove la maggioranza degli abitanti sciiti sostiene Amal, il partito di Nabih Berry, ma non ha dimenticato l'invasione israeliana del 1982 e stima molto i combattenti Hezbollah. Un carro armato israeliano, con le bandiere verdi di Amal e quelle gialle di Hezbollah, si trova a lato della strada che introduce al villaggio.
 
Abu Hussein. Abu Hussein ha 70 anni, da quando è iniziato il conflitto non vuole lasciare la sua casa ed  è lì che aspetta. “Non lascerò mai questa casa, non voglio che sia distrutta. Ho impiegato una vita a costruirla. Mia moglie con i miei figli e i miei nipoti  sono a Beirut ma io voglio restare qui. Se devo morire voglio farlo nella mia casa”. Con lui si trova sua figlia Mariam, 38 anni: “Mio padre non vuole venire a Beirut e io certamente non posso lasciarlo da solo. Allora stiamo qui, aspettiamo e speriamo”. Per ora Maarake non è stata ancora bombardata. Le case, già semi-distrutte dalla precedente invasione e mai ricostruite, sono ancora lì, ancora abitate, a ricordare le ferite della passata guerra, mentre alcune villette di libanesi che lavorano in Africa spuntano tra le valli. Anche Hussein, 22 anni, vive in questo paesino. “Sono tornato in Libano all'inizio di luglio. Studio Ingegneria in Italia e aspettavo i mesi estivi e la fine degli esami universitari per ritornare qui. Ora è tutto difficile, tra un paio di giorni andrò a Damasco per poter ritornare a Milano”.
 
Bambini in un rifugio a TiroLa famiglia di Ali. Diversa è la storia di Ali, 50 anni, di Tiro. Dopo i bombardamenti sulla città, ha approfittato della tregua per far partire sua moglie e le sue due figlie verso Saida, dove avrebbero trovato aiuto nei vari centri di accoglienza. Lui le avrebbe raggiunte in un secondo momento, era convinto che il conflitto potesse aver termine. Oggi Ali vaga da un centro all'altro di Saida alla ricerca dei suoi familiari. È difficile visto che negli ultimi giorni più di 120 mila sfollati sono arrivati a Saida. “Non avevamo più niente da mangiare a Tiro, gli ultimi giorni abbiamo mangiato il poco pane rimasto, così ho convinto mia moglie e le mie figlie a lasciare la casa, ma ora non riesco a trovarle e non so che fare”. Al municipio di Saida la gente lascia, di solito, il nominativo prima di entrare nei vari centri di accoglienza della città, ma spesso molti non lo fanno e così dall'inizio della guerra alcuni membri di una stessa famiglia si sono separati. Alcuni appendono bigliettini sulle mura del municipio, indicando il loro nome e il luogo dove si trovano. Aspettano che qualcuno dei loro parenti li legga per ritrovarsi. Finalmente.
 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Libano