C'è chi resta e chi fugge. Così le famiglie libanesi vengono divise dalla guerra
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
La strada che da Tiro porta a Maarake è dissestata, stretta, piena di curve e
fiancheggia verdi
valli. Da Tiro prendendo un taxi a volte devi aspettare anche più di un’ora
prima di partire. Maarake, che in arabo vuol dire battaglia, è un piccolo
paesino dove la maggioranza degli abitanti sciiti sostiene Amal, il partito di
Nabih Berry, ma non ha dimenticato l'invasione israeliana del 1982 e stima
molto i combattenti Hezbollah. Un carro armato israeliano, con le bandiere verdi
di
Amal e quelle gialle di Hezbollah, si trova a lato della strada che introduce
al villaggio.
Abu Hussein. Abu Hussein ha 70 anni, da quando è iniziato il conflitto
non vuole lasciare la sua casa ed è lì
che aspetta. “Non lascerò mai questa casa, non voglio che sia distrutta. Ho
impiegato una vita a costruirla. Mia moglie con i miei figli e i miei nipoti
sono a Beirut ma io voglio restare qui. Se devo morire voglio farlo
nella mia casa”. Con lui si trova sua figlia Mariam, 38 anni: “Mio padre non
vuole venire a Beirut e io certamente non posso lasciarlo da solo. Allora
stiamo qui, aspettiamo e speriamo”. Per ora Maarake non è stata ancora
bombardata. Le case, già semi-distrutte dalla precedente invasione e mai
ricostruite, sono ancora lì, ancora abitate, a ricordare le ferite della
passata guerra, mentre alcune villette di libanesi che lavorano in Africa spuntano
tra le valli. Anche Hussein, 22 anni, vive in questo paesino. “Sono tornato in
Libano
all'inizio di luglio. Studio Ingegneria in Italia e aspettavo i mesi estivi e
la fine degli esami universitari per ritornare qui. Ora è tutto difficile, tra
un paio di giorni andrò a Damasco per poter ritornare a Milano”.
La famiglia di Ali.
Diversa è la storia di Ali, 50 anni, di Tiro. Dopo i
bombardamenti sulla città, ha approfittato della tregua per far partire
sua
moglie e le sue due figlie verso Saida, dove avrebbero trovato aiuto
nei vari
centri di accoglienza. Lui le avrebbe raggiunte in un secondo momento,
era
convinto che il conflitto potesse aver termine. Oggi Ali vaga da un
centro
all'altro di Saida alla ricerca dei suoi familiari. È difficile visto
che negli
ultimi giorni più di 120 mila sfollati sono arrivati a Saida. “Non
avevamo più
niente da mangiare a Tiro, gli ultimi giorni abbiamo mangiato il poco
pane
rimasto, così ho convinto mia moglie e le mie figlie a lasciare la
casa, ma ora
non riesco a trovarle e non so che fare”. Al municipio di Saida la
gente
lascia, di solito, il nominativo prima di entrare nei vari centri di
accoglienza della città, ma spesso molti non lo fanno e così
dall'inizio della
guerra alcuni membri di una stessa famiglia si sono separati. Alcuni
appendono bigliettini sulle mura del municipio, indicando il loro nome
e
il luogo dove si trovano. Aspettano che qualcuno dei loro parenti li
legga per
ritrovarsi. Finalmente.