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Accusato di far parte
del Miu. Lunedì scorso, migliaia di giovani hanno sfilato a Kara-Suu, davanti
a centinaia di soldati che li tenevano sotto tiro. La folla, inneggiante ad
Allah, portava il feretro del leader religioso più famoso della regione: l’imam
Rafiq Qori Kamoluddin, ucciso domenica sera alla periferia di Osh in un’operazione
congiunta delle forze speciali kirghize e uzbeche. Per i due governi, l’imam
era un membro del Movimento Islamico dell’Uzbekistan (Miu), gruppo armato integralista
attivo da anni nella Valle di Fergana e ritenuto responsabile degli attacchi del
12 maggio scorso sul confine tra Kirghizistan e Tagikistan.
Porte aperte all’Hizb-ut-Tahrir. Ogni venerdì, 10 mila fedeli provenienti
da entrambi i paesi venivano alla moschea Al-Sarahsiy, nella parte kirghiza di
Kara-Suu, per ascoltare le prediche dell’imam Kamoluddin. Era amato dalla gente
soprattutto per la sua coraggiosa decisione di aprire le porte della sua moschea
ai fedeli membri del movimento pan-islamico Hizb-ut-Tahrir (Partito della
Liberazione): una specie di massoneria internazionale musulmana, fondata in
Giordania nel 1953, che predica l’instaurazione, con mezzi pacifici, di un
califatto islamico in tutti i paesi della Umma, dal Marocco all’Indonesia.
Il figlio: “Faceva
paura perché era popolare”. L’imam di Kara-Suu, pur dichiarandosi in
disaccordo con l’ideologia radicale del movimento, ha sempre ammesso nella sua
moschea
i membri dell’Hizb-ut-Tahrir: “Anche loro hanno diritto di pregare in moschea.
Non è giusto fare discriminazioni tra i fedeli. A me basta che non facciano
opera di proselitismo e di propaganda per il loro movimento”, aveva dichiarato
Kamoluddin
poco tempo fa. Questa decisione gli era già costata ripetute minacce e un
arresto da parte del governo kirghizo. Ma lui non si era fatto intimorire. Enrico Piovesana